La sparizione e la crisi delle librerie indipendenti vengono da lontano. La situazione non è destinata a cambiare in meglio, peggiorerà. Dipende ed è legata al ruolo monopolista e pirata di Amazon, ma non solo. Dipende dalla concentrazione editoriale, dalle scelte fallimentari e senza coraggio degli editori e da molto altro ancora.
Oggi a fare la differenza è che “non legge più un cazzo di nessuno”. La situazione è critica anche fuori dall’Italia ma nel nostro paese la situazione può essere descritta come crisi strutturale. L’Italia è da anno fanalino di coda in tutto il continente europeo, non da oggi quindi, ma da decenni.
Inutile prestare attenzione a quanti, servi come sono del mondo digitale che frequentano e che celebrano come progresso e innovazione, raccontano che grazie ai dispositivi tecnologici si legge di più. Se fosse anche vero, bisognerebbe ammettere che si leggono pillole, spezzatini, coriandoli, informazioni sparse, da consumare in fretta prima di passare alla videata successiva. In una parola, non si legge, si naviga, ci si sofferma sui titoli, sulle immagini, ci si fa intrappolare dai MiPiace e dai mille trucchi costruiti ad arte per catturare e rubare l’attenzione, manipolare le scelte e la navigazione online.
Il problema nasce dalla scuola che non forma lettori, o li produce già esausti, poco motivati a leggere perché per anni hanno sentito dire che leggere è un obbligo. La lettura rimane una pratica diffusa fino ai 24 anni e poi dai 25 anni l’abitudine alla lettura cala progressivamente, anche se il tempo per leggere continua a sussistere.
In realtà la colpa più grande è forse quella di editori che hanno smesso di investire in qualità e ricerca di lettori nuovi per accodarsi alle mode, al mainstream, pubblicando libri di ricette dell’influencer di turno, trasformando giornalisti (il caso di Cazzullo è eclatante) in intellettuali, celebrando il personaggio televisivo del momento o il romanzo scritto con una intelligenza artificiale. Inseguendo sempre più velocemente e ciecamente ciò che già funziona gli editori hanno finito per alimentare un circolo vizioso in cui si pubblica per chi già compra, ignorando chi non compra. Poi la concentrazione editoriale ha fatto il resto. Pochi grandi gruppi controllano ormai la distribuzione, ic anali, la visibilità. Un libro che non entra nel sistema muore presto e in silenzio, indipendentemente dal suo valore o dal valore del suo autore o della sua autrice. Il catalogo finisce per restringersi sempre più. Perseguendo la sparizione del rischio editoriale, gli editori hanno contribuito alla scomparsa della letteratura.
La crisi del libro e della lettura si misura in termini di infrastrutture carenti, in particolare nel sud Italia. Mancano librerie e biblioteche, la distribuzione non è capillare e poco penetrante, l’accesso al libro sempre più complicato. In questo vuoto penetra Amazon, contribuendo a mandare in crisi gli unici librai indipendenti che fanno da presidio eroico, culturale e intellettuale, sul territorio.
Il contesto a contorno di questa crisi è il mondo digitale ormai frequentato e abitato da tutti. Le piattaforme con i loro algoritmi hanno sottratto attenzione e tempo alla lettura. Non lo hanno fatto con la forza ma in modo semplice, ruffiano ed efficace, riconfigurando l’attenzione con la complicità, l’adattamento e la servitù volontaria di moltitudini di persone. Persone che hanno rinunciato alla lettura profonda, quella che Maryanne Wolf descrive come un processo neurologico complesso, capace di costruire empatia, pensiero critico e connessioni inedite tra concetti, che richiede concentrazione sostenuta, silenzio cognitivo, disponibilità a stare dentro un testo senza ricompense immediate. Le piattaforme hanno addestrato il cervello all'opposto, a stimoli rapidi, gratificazione istantanea, cambio continuo di focus. Non è una questione di volontà. È una questione di architettura neurale progressivamente riformattata. Wolf lo spiega con precisione scientifica: il cervello che legge in profondità non è il cervello che scorre superficialmente uno schermo. Sono modalità diverse, e quella profonda si perde se non si pratica. Stiamo allevando generazioni con un cervello ottimizzato per lo scroll, e poi ci stupiamo che non leggano.
Nonostante molti oggi celebrino il BookTok, cavalcato anche dagli editori, i milioni di video di adolescenti che mostrano pile di libri con copertine pastello, che li annusano, li accarezzano, li fotografano, raccontano solo di un fenomeno di consumo visivo, non testuale. Raccontano il libro vissuto come oggetto estetico, come accessorio identitario, come segnale di appartenenza a una tribù. Non importa se lo si legge, quello che importa è mostrarlo.
In questo contesto il non-lettore italiano è forse il maggiore responsabile della crisi del libro. Dirlo non è elitario, non è contro le moltitudini che non leggono, è semplicemente onesto, disturba ma è una verità che va detta.
Il non-lettore italiano non è una vittima del sistema. È una persona che, potendo fare una scelta, ha deciso di non scegliere, di rifuggire la complessità, di preferire il contenuto predigerito, di delegare la formazione dell'opinione a chi urla più forte su uno schermo.
Leggere in profondità è faticoso. Richiede sforzo, tempo, resistenza alla distrazione. È esattamente il tipo di attività che una società orientata al consumo rapido scoraggia sistematicamente, non con il divieto, ma con l'alternativa sempre più comoda, sempre più immediata, sempre più gratificante a breve termine. E la maggioranza accetta. Anzi, preferisce questo tipo di scelta, si adatta.
Il risultato è un potenziale lettore che non ha gli strumenti per valutare la complessità. Un consumatore che non distingue l'informazione dalla propaganda. Un cittadino che delega il pensiero. Non per incapacità congenita, ma per scelta progressivamente normalizzata. E qui si materializza il vero effetto della crisi del libro.
Una società che non legge non perde un'abitudine culturale, perde resistenza cognitiva. La mancanza di consapevolezza di questa perdita fa comodo alla politica, che governa meglio chi non approfondisce, fa comodo all'industria dell'attenzione, che guadagna di più su chi scorre che su chi legge, e fa comodo a chiunque venda certezze semplici in un mondo complicato.
Come si fa a fare scelte scomode? Come ritrovare le motivazioni (compelling reasons) forti per leggere?