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I dati sull’editoria e sul numero di lettori sono impietosi. Sono a disposizione di tutti. Ed è veramente una magrissima consolazione sapere che non vieni letto non perché sei tu ma perché la lettura non fa più parte dell’antropologia di questo paese. È una profonda tristezza tutto ciò. È quotidianamente doloroso sapere di essere circondato da individui che non aprono un libro o che, tra quei pochissimi che lo fanno, non (ti) leggono, per invidia oppure perché scrivono anche loro e, reputandosi migliori degli altri o credendo di essere dei nuovi Calvino, non si abbassano ad aprire le pagine scritte da altri. Un paese così è destinato ad affondare ed è esattamente quello che sta succedendo da anni, senza che quasi nessuno se ne preoccupi. Culturalmente l’Italia è un paese di sfollati, vittima di uno spopolamento intellettuale imbarazzante.


Vengo spesso categorizzato come uno scrittore di nicchia, il che, presumo, sia meglio dell’essere considerato uno scrittore di minchia. Ciò spiegherebbe il perché i miei libri non vengano letti. È realmente così? Oppure ci sono delle serie questioni che riguardano il cosiddetto mondo culturale di questo paese?

Questo articolo, che apparentemente tratta di me, in realtà è una analisi dello stato, pessimo, dell’arte per ciò che concerne scrittori, lettori, editori e valore culturale. Basato su esperienze personali, sono convintissimo che riguardi molti.

Riguardo agli editori, partirei da quelli che mi hanno pubblicato: non hanno alzato un dito (non solo per me ma per nessuno) per promuovermi. Si accontentano di stampare il libro, di fare un comunicato stampa e via. Poi arrangiati! Editori sbagliati? Può darsi ma, confrontandomi con moltissimi altri colleghi (io il confronto lo cerco!) pubblicati da altre case editrici, il risultato è stato il medesimo. In generale, solo se arrivi alle 4/5 case editrici importanti puoi sperare di contare su una promozione adeguata. Purtroppo queste case editrici sono troppo impegnate a pubblicare cantanti, vip, veline e simili oppure a tradurre migliaia di autori stranieri. L’editoria italiana è quella al mondo che traduce e pubblica maggiormente libri di autori stranieri. Il che ovviamente non è un male, anzi (anche se non tutti sono proprio dei capolavori), ma il tutto dovrebbe essere accompagnato anche dalla valorizzazione di autori italiani, scrittori veri cioè e non facce da copertina o da social, perché altrimenti, ma ormai è già davvero troppo tardi, il paese sprofonderà in un baratro di ignoranza senza ritorno. Sembra peraltro che stia parlando di calcio (ma potrei parlare di tanti altri settori), perché anche nel calcio, e in molti altri ambiti, si dicono le stesse cose, e infatti l’Italia ha saltato più di una volta i Mondiali. Io temo invece che salti tutto il paese se continua questa negligenza culturale.

Sogno, ma rimarrà tale, una riforma radicale dell’editoria, tormentandomi per non riuscire a darmi una risposta alla seguente domanda: perché nessuno fa nulla per risollevare un settore così importante per la vita di ogni paese? Quale paese può sopravvivere a lungo senza delle solide fondamenta culturali quali l’apprendimento, la lettura, la conoscenza? Senza tutto ciò un paese è destinato a morire. Io introdurrei severe multe e sanzioni per tutti quegli editori a pagamento che sfruttano subdolamente i sogni di tanti scrittori. Buoni o cattivi che siano quegli autori, non è giusto che ci sia chi si approfitta di loro. Inoltre limiterei il numero di libri pubblicati ogni anno, chiedendo uno sforzo reale da parte del cosiddetto establishment culturale per concentrarsi sulla qualità, puntando su autori di valore e smettendo di pubblicare influencer, attori, presentatori ecc. al solo scopo di vendere. Secondo me, investire sulla cultura significa non arrendersi alle logiche di mercato e scegliere davvero di sbattersi per ridare al paese una voce critica, libera e autentica.

Un’ulteriore postilla sugli editori. Mi rimarrà sempre un dubbio: da una parte ho ricevuto tante proposte per essere pubblicato; sia da chi mi ha pubblicato (e che forse ho scelto troppo frettolosamente) sia da chi è arrivato dopo. Tranne i cosiddetti grandi editori, di proposte ne ho ricevute tante e questo potrebbe essere interpretato come un reale apprezzamento di ciò che ho scritto. Aspetto che lusinga e fa piacere. Dall’altra però mi chiedo se le proposte non siano arrivate invece perché gli editori, considerando il mio ruolo di insegnante e spulciando tra le mie varie attività, si siano immaginati un bacino vastissimo di potenziali acquirenti, tra colleghi, studenti ecc. Poveretti, non hanno la più pallida idea di come stanno le cose. In ogni caso non avrò mai la risposta a questo dubbio.

Riguardo invece gli strumenti utilizzati per l’autopromozione, beh, non hanno funzionato. Avrò raggiunto 5000 persone in questi anni ma non posso dire che 5000 persone hanno letto uno dei miei libri. Neanche un decimo per la verità. Perché? Vai a sapere. Forse è dipeso dal fatto che io la lingua la uso benissimo per creare immagini poetiche e iperboli, litoti, metafore, metonimie, ossimori, similitudini, sinestesie e non per strusciarla lungo la coda degli altri.

Inseguire le persone è veramente pesante ma io non avrei voluto, né dovuto, nemmeno inseguirle. Io cercavo solamente una naturale curiosità e un desiderio di scambio. È possibile che quasi nessuno, leggendo la quarta di copertina o la trama dei miei libri, abbia sentito il desiderio di provare a leggermi? Non credo di aver affrontato temi banali, anzi, e nemmeno temi difficili. Ad esempio, la trama di un romanzo come Una Donna, un uomo che fondamentalmente è una storia di amore (anche se è pure moltissimo altro) perché non ha suscitato interesse? L’amore è un tema universale. Forse perché non sono conosciuto? E nemmeno l’editore lo è? Ma se si legge solo chi è conosciuto, campa cavallo. Possibile che solo io (senza esagerare io leggo circa 150 libri all’anno) leggendo una trama o una quarta di copertina, provi curiosità a leggere un libro? Anche di autori emergenti, tanto per essere chiari. Perché la curiosità e la sete di conoscenza non mi hanno mai abbandonato. Che sia morta in tutte le altre persone? Sembra di sì.

Insomma, non importa come la mettessi, ho riscontrato un’apatia da far venire i brividi ai polsi, anche perché la stragrande maggioranza delle 5000 persone raggiunte per uno scambio sincero, è gente di un presunto certo livello culturale, tra cui moltissimi insegnanti, professori, giornalisti ecc.

Per rispondere partiamo, ad esempio, dai social. Chi mi conosce e mi legge, ha perfettamente chiara la mia idea sui social media. Infatti ho sempre e solo utilizzato LinkedIn perché credevo di trovarci un pubblico maturo, più colto, più interessato al confronto e immaginavo anche che là dentro ci fosse una buona fetta del piccolissimo pubblico italiano che legge libri. E l’ho fatto pure perché ritengo l’essere scrittore un lavoro a tutti gli effetti. In realtà mi sono reso conto di come anche in LinkedIn si trovino barbarie e ignoranza culturali scioccanti. Un esempio tra i tantissimi deriva dal leggere ciò che, presunti seri professionisti, scrivono sulle donne o commentano, sbavando, i post di donne avvenenti che commentano solamente perché quelle donne sono avvenenti. Oppure commenti e post di una superficialità culturale da far venire voglia di cambiare pianeta. Ma dove vogliamo andare? Non oso immaginare quindi come sia la situazione su altri social quali Facebook o X. Difatti il problema non è il mezzo, ma la profonda  ignoranza e il becero rincretinimento che io ho provato in tutti i modi a combattere, cercando, con i miei scritti, di creare consapevolezza. Nella convinzione che la riflessione data dalla lettura, possa aiutare a cambiare le cose. Il problema è invece che nessuno legge. Non me: non legge proprio!

Continuiamo: alle persone a cui ho inviato email, non è sfiorato neanche minimamente l’idea di provare a sfogliare un mio libro per vedere, non si sa mai, se per caso ci fosse dentro qualche bella idea, uno spunto interessante, qualche frase o verso che potesse confortare. Curiosità pari a zero. Addirittura fastidio come se stessi vendendo loro un’aspirapolvere invece che un’ispirazione.

Sulla presenza di persone alle presentazioni dei miei libri (e di quelle di colleghi non famosi), stendo poi un velo pietoso. Solo una volta, la direttrice di un’università dove lavoro e alcuni colleghi della stessa, venuti ad una presentazione, hanno trovato il tempo sia di leggere un mio libro ma soprattutto di trovare il tempo per un incontro al bar per discuterlo. Momento fantastico in cui apertamente ho ascoltato critiche e apprezzamenti. Come dovrebbe essere, come ho sempre e solo cercato: che gli altri condividessero il loro pensiero. Perché è successo solo una volta in tutti questi anni? E perché a quasi tutte non si è presentato quasi nessuno?

Infine una parola sulle librerie (e biblioteche): le ho contattate tutte, grandi e piccole, indipendenti e parti di grandi gruppi. Anche in questo caso ho riscontrato una chiusura vergognosa. Chiedere di fare una presentazione o la gentilezza di esporre i miei libri in libreria è stato percepito come un attentato alla loro sopravvivenza. Mi sono esposto e offerto in mille modi ma niente. Neanche evidenziare il fatto di essere un autore locale, parlo di librerie e biblioteche nella zona dove risiedo, ha fatto cambiare la situazione. L’idea insomma che il fatto di essere io del luogo potesse generare un piccolo interesse di cui anche le librerie si sarebbero giovate. Non stupiamoci allora se tante librerie chiudono….

La delusione più grande tuttavia me l’hanno data, tutti coloro che mi hanno detto che:

  1. mi avrebbero contattato per organizzare presentazioni e quant’altro
  2. avrebbero comprato un mio libro, lo avrebbero letto o diffuso
  3. sarebbero venuti alla presentazione di un mio libro
  4. avrebbero scritto una recensione o una segnalazione

….. e invece non lo hanno fatto. Questo tipo di ipocrisia non mi appartiene e mi fa vomitare.

Mio padre mio ha detto più volte di cercare un luminare a cui far pervenire i miei libri così da trovare qualcuno che li apprezzi per renderli noti. E io avrei voluto dire a mio padre che non ci sono più luminari, se mai ci sono stati, perché non c’è più luce, ma solo un soffocante buio.

Sempre mio padre mi ha suggerito di scrivere qualcosa che vada incontro ai gusti del pubblico e in quel caso gli ho detto che non si scrive (almeno io non lo faccio e nemmeno, credo, chi si ritiene scrittore vero) per compiacere qualcuno né per vendere, ma solamente per rispondere ad una visione che sgorga da dentro. Perché ogni immagine, ogni parola, ogni storia ti scorre nelle vene. Fa parte di te e la vuoi comunicare e condividere perché riflette la persona che sei.

Concludo dicendo che, in fin dei conti, qui non si tratta davvero di me. Si tratta del nostro paese e del futuro. Se il motivo per cui io, e come me altri colleghi, non veniamo letti, è realmente perché la gente non legge più, abbiamo un serio problema. Se gli unici libri comprati da lettori casuali sono quelli scritti da pompati personaggi più o meno famosi, la strada imboccata porterà alla caduta. Quale paese può sopravvivere, se le uniche idee che circolano escono dalle stesse bocche, in un circolo vizioso preoccupante?

I dati sull’editoria e sul numero di lettori sono impietosi. Sono a disposizione di tutti. Ed è veramente una magrissima consolazione sapere che non vieni letto non perché sei tu ma perché la lettura non fa più parte dell’antropologia di questo paese. È una profonda tristezza tutto ciò. È quotidianamente doloroso sapere di essere circondato da individui che non aprono un libro o che, tra quei pochissimi che lo fanno, non (ti) leggono, per invidia oppure perché scrivono anche loro e, reputandosi migliori degli altri o credendo di essere dei nuovi Calvino, non si abbassano ad aprire le pagine scritte da altri. Un paese così è destinato ad affondare ed è esattamente quello che sta succedendo da anni, senza che quasi nessuno se ne preoccupi. Culturalmente l’Italia è un paese di sfollati, vittima di uno spopolamento intellettuale imbarazzante.

Anche la narrazione che l’Italia ne ha viste di ogni ed è sempre sopravvissuta, non può più bastare. Esistere è un’attività cognitiva che deve essere costantemente tenuta in vita. Leggere e riflettere aiutano a fare questo. Ma tanto adesso c’è l’IA anche per farsi soffiare il naso.

Pubblicato il 09 aprile 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/