Una sintetica riflessione storica, degna di questo nome, implica necessariamente, oltre alla disamina dei fatti sociali, politici ed economici una più ampia osservazione; infatti, per provare a leggere, in una visione d’insieme, alcuni avvenimenti del tempo presente ho immaginato che i quattro amici al bar che si confrontano, davanti ad un buon calice di vino e qualche stuzzicheria, siano storia, filosofia, sociologia e antropologia.
Anche perché le attuali vicende internazionali, i nuovi assetti geo-politici che si vanno delineando portano a riflessioni che richiamano sovente alla memoria gli studi intrapresi, le letture fatte nel tempo, i dibattiti e le animate discussioni sugli avvenimenti politici che si vivevano; scomodo Cicerone citando che Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis.
la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità
Poiché la storia è maestra di vita, ma purtroppo sembra che il concetto sia stato ampiamente dimenticato, se si vuole comprendere alcuni scenari dell’attuale situazione internazionale si devono necessariamente analizzare gli avvenimenti che hanno tracciato il loro percorso; non mi riferisco agli ultimi decenni ma, come si suole dire, la storia parte da lontano… e qualche volta l’approdo non è mai quello pensato.
Si scrivono e si leggono (forse) tante analisi geopolitiche, economiche o antropologiche; poche hanno qualche richiamo effettivo a due concetti che sono alla base di quanto sta accadendo: multilateralismo e multipolarismo.
- Il multilateralismo fondamentalmente radicato in una tradizione storica e filosofica che affonda nelle promesse universalistiche della modernità e nell’idea illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise, norme comuni e forme di cooperazione tra attori collettivi.
- Il multipolarismo espressione di una configurazione più recente e disincantata del sistema globale (anche se ha una genealogia più complessa che attraversa la storia del pensiero occidentale e orientale), in cui il potere si distribuisce tra poli molteplici e concorrenti che agiscono secondo razionalità strategiche autonome, ridefinendo continuamente equilibri e gerarchie.
Nel quadro delle trasformazioni contemporanee queste due teorie politiche possono, per tanti versi, essere complementari ma contestualmente profondamente divergenti e, in questo contesto non si gioca soltanto l’assetto dell’economia mondiale ma anche la trasformazione delle forme sociali, politiche e simboliche attraverso cui gli individui si riconoscono come cittadini e soggetti.
le devianze e le distorsioni della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti; il multipolarismo riflette una condizione più fluida e frammentata, una diversa antropologia del sociale,
Il vecchio adagio Se Atene piange, Sparta non ride ben descrive la complessa situazione: il multilateralismo tenta di mantenere una rappresentazione della società globale come spazio di interdipendenza regolata, fiducia istituzionale e cooperazione normata, anche se le devianze e le distorsioni della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti; il multipolarismo riflette una condizione più fluida e frammentata, una diversa antropologia del sociale, forse più coerente con le dinamiche della modernità avanzata, caratterizzata da mobilità dei capitali, disarticolazione delle appartenenze collettive, competizione sistemica tra territori e sviluppo diseguale e, probabilmente, pecca di principi democratici.
Accennati, molto sinteticamente, i pilastri del ragionamento possiamo affermare che, in questo momento storico, siamo proprio qui, in mezzo al guado…del tempo presente e con una domanda a cui non abbiamo risposta: in quale legge universale è stato stabilito che l’Europa, gli Stati Uniti o, più in generale, l’Occidente collettivo e la globalizzazione rappresentino il vertice di una presunta gerarchia tra culture e società?
Da un punto di vista storico quale evento, quale discrimen può essere considerato il punto di rottura che ci ha condotti fin qui, come Occidente collettivo? Sicuramente la caduta del Muro di Berlino (1989); evento che non solo sancisce la fine della logica bipolare della Guerra fredda, ma apre una fase di ridefinizione complessiva degli equilibri globali.
In quel contesto, Francis Fukuyama, dalle pagine del The National Interest, si interrogava con la celebre “The end of history?”, tesi poi sviluppata nel saggio del 1992, in cui interpretava la fine della contrapposizione tra blocchi, il crollo dell’Unione Sovietica e la vittoria ideologica e culturale dell’Occidente come segnali dell’espansione globale della democrazia liberale, del capitalismo e della modernizzazione, fino a ipotizzare una progressiva omogeneizzazione del mondo e una “fine della Storia” intesa come esaurimento dei conflitti sistemici.
Quasi immediatamente, tuttavia, quella lettura venne messa in discussione da due teorie differenti ma parallele, quelle di Samuel P. Huntington e Shmuel N. Eisenstadt, che nel 1993 proposero interpretazioni divergenti dei rapporti tra modernità e civiltà: Huntington, attraverso il saggio pubblicato su Foreign Affairs, introduceva il paradigma dello “scontro di civiltà”, concepito come chiave interpretativa della politica internazionale post Guerra fredda, in cui le linee di frattura tra civiltà sostituivano le ideologie come principali vettori di conflitto; Eisenstadt, al contrario, elaborò il concetto di “modernità multiple”, sottolineando la pluralità dei percorsi storici e culturali attraverso cui le diverse società avrebbero reinterpretato la modernità, rifiutando l’idea di un modello unipolare e globale.
alla dissoluzione del bipolarismo non è seguita la costruzione di un ordine multipolare fondato su equilibrio, dialogo e competizione regolata tra diversi centri di potere, ma piuttosto il tentativo occidentale di affermare un assetto unipolare
Entrambi questi autori si collocano all’interno di una tradizione di riflessione sul concetto di civiltà che, a partire da Max Weber, Émile Durkheim e Marcel Mauss, passando per Norbert Elias, giunge fino al dibattito contemporaneo, ma divergono radicalmente nel modo di concepire la natura delle civiltà e le loro interazioni. Comunque sia, se il 1989 può rappresentare il discrimen, al tempo stesso, dobbiamo considerarlo come un’occasione mancata: alla dissoluzione del bipolarismo non è seguita la costruzione di un ordine multipolare fondato su equilibrio, dialogo e competizione regolata tra diversi centri di potere, ma piuttosto il tentativo occidentale di affermare un assetto unipolare, orientato all’imposizione di un modello unico. I magnifici risultati sono sotto gli occhi di tutti: instabilità diffusa, conflitti reiterati e forme di resistenza che si manifestano in diversi contesti globali.
Negli ultimi decenni, infatti, il susseguirsi di conflitti – spesso letti come funzionali al mantenimento dello status quo – e la diffusione di un paradigma economico e culturale che, sulla scia del pensiero neoliberale iniziato con Margaret Thatcher e Ronald Reagan, ha sostenuto l’assenza di alternative al capitalismo ed ha alimentato molte dinamiche di tensione che non possono essere annoverate in processi rivoluzionari strutturati ma, piuttosto, in forme di reazione e di conflitto generate da squilibri sistemici e dalla percezione di marginalizzazione di intere aree del mondo.
La storia, d’altronde, ha ampiamente dimostrato come modernità e Occidente abbiano condiviso per oltre due secoli una relazione quasi simbiotica, al punto che la modernità stessa si è configurata più come espressione storicamente situata dell’esperienza occidentale che come forma universale di organizzazione sociale, come evidenziato da Shmuel N. Eisenstadt; tuttavia, con l’intensificarsi dei processi di globalizzazione e l’accelerazione degli scambi economici, culturali e simbolici, questa sovrapposizione tra modernità e Occidente ha progressivamente perso coerenza, lasciando spazio all’emergere di visioni alternative in diverse aree del mondo, capaci di sviluppare proprie declinazioni della modernità, spesso in competizione con il modello euro – atlantico.
l'Occidente ha perso il suo monopolio interpretativo sulla modernità stessa: l’idea di un unico percorso storico lineare, centrato sull’esperienza occidentale e destinato a essere universalizzato
Ne deriva una trasformazione strutturale dell’ordine globale che non coincide con una semplice dinamica di declino socio – politico dell’Occidente, ma con la perdita del suo monopolio interpretativo sulla modernità stessa: l’idea di un unico percorso storico lineare, centrato sull’esperienza occidentale e destinato a essere universalizzato, tende a dissolversi di fronte alla crescente evidenza di una pluralità di modelli sociali, culturali ed economici, resa visibile dall’intreccio sempre più fitto di relazioni globali e dalla diffusione delle tecnologie della comunicazione.
Nel difficile tentativo di comprendere questi processi che caratterizzano il tempo presente, non possiamo che richiamare Immanuel Wallerstein. Il sociologo statunitense ha proposto una chiave interpretativa che è stata realizzata in pieno dalle élite occidentale: la storia economica moderna non può essere compresa analizzando i singoli Stati in modo isolato, ma solo osservando l’evoluzione di un unico sistema economico globale. In questa prospettiva, ciò che Wallerstein definì sistema-mondo capitalista rappresenta una struttura storica che, a partire dal XVI secolo, ha progressivamente integrato regioni diverse del pianeta in un’unica rete di scambi, potere e produzione.
All’interno di questo sistema, le relazioni economiche non si sviluppano in modo neutrale o simmetrico; al contrario, esse tendono a organizzarsi secondo una gerarchia relativamente stabile tra aree centrali, dotate di maggiore potere economico e tecnologico, e aree periferiche, specializzate nella produzione di materie prime o lavoro a basso costo. L’espansione europea tra XVIII e XIX secolo – attraverso il colonialismo, l’imperialismo commerciale e la costruzione di un mercato mondiale – ha consolidato questa struttura, integrando vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina in un sistema economico dominato dalle potenze industriali.
è diventato urgente interrogarsi non solo sul passato del capitalismo globale, ma anche sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche che stiamo vivendo.
Le conseguenze di questi processi storici e sociologici dovrebbero essere presenti nel dibattito pubblico ma non se ne vede traccia; se da un lato l’integrazione globale ha favorito la diffusione di tecnologie, capitali e infrastrutture, dall’altro ha spesso prodotto relazioni economiche profondamente asimmetriche, capaci di generare dipendenza, squilibri commerciali e vulnerabilità strutturali nei paesi collocati ai margini del sistema. Comprendere l’origine e l’evoluzione di queste dinamiche significherebbe interrogarsi non solo sul passato del capitalismo globale, ma anche sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche che stiamo vivendo.
Facciamo un passo indietro: se le prime avvisaglie di un possibile esaurimento dell’Occidente collettivo furono colte già nel primo Novecento (un posto centrale tra i vari osservatori spetta a Oswald Spengler) oggi quel tema riemerge in un contesto storico profondamente mutato. Non sono più soltanto in discussione gli equilibri geopolitici o la vitalità culturale dell’Europa, ma le stesse premesse fondative della modernità occidentale: democrazia, libertà, uguaglianza e progresso.
Sicuramente il “Tramonto dell’Occidente” maturava nel clima di crisi della Prima guerra mondiale e si nutriva del pessimismo culturale diffuso nell’Europa di inizio secolo; chiaramente, il tempo presente non si può paragonare a quegli anni ma l’idea di fondo resta: dopo la Prima guerra mondiale a tramontare furono l’idea di Europa come ombelico del mondo, gli imperi centrali, ma non l’Occidente che fu sorretto dall’America. Da allora prese corpo quel che fu poi definito il secolo americano, consacrato da due guerre e da una pervasiva colonizzazione culturale e commerciale, prima che militare, del pianeta.
Fatto sta che il nucleo teorico del pensiero di Spengler risiede nella concezione delle civiltà come organismi biologici dotati di un ciclo di vita predeterminato nascita, sviluppo, maturità e declino che si svolge secondo leggi immanenti e indipendenti dalla volontà degli individui. Questa analogia biologica rappresenta senza dubbio uno degli elementi più suggestivi e persuasivi della sua costruzione teorica, poiché conferisce alla storia un’apparente coerenza sistemica e un forte impatto immaginativo. Tuttavia, essa costituisce al contempo il limite teorico più evidente dell’impianto spengleriano perché nel trasferimento meccanico di categorie delle scienze naturali, quasi come se i processi storici e sociali fossero governati da leggi biologiche, Spengler non ha tenuto conto di specificità come l’azione sociale, caratterizzata da intenzionalità, riflessività e interpretazione.
Inoltre, si potrebbe osservare che il mondo in cui Spengler ha scritto il “Tramonto dell’Occidente” è troppo distante dal nostro per consentire analogie storiche dirette; quello che, tuttavia, colpisce è la ricorrenza, quasi ciclica, di narrazioni di crisi che accompagnano la storia occidentale da oltre un secolo. Dalle cupe previsioni spengleriane, formulate sotto l’influenza del pessimismo nietzschiano e della critica alla civiltà industriale, fino alle più recenti analisi che individuano nello spostamento dell’asse economico globale verso l’Asia – con la Cina come nuovo polo di potere – uno dei segnali più evidenti della trasformazione in atto. Nel corso dell’ultimo secolo i sintomi di questa presunta decadenza si sono manifestati in forme diverse: crisi economiche ricorrenti, trasformazioni radicali delle strutture politiche, mutamenti profondi degli assetti culturali e simbolici.
Già dalla fine della Prima guerra mondiale, gli anni in cui Spengler scrive, ma più decisamente nei decenni successivi, si fa largo l’idea che l’inevitabile declino potesse essere frenato (forse persino invertito nel suo processo) con l’aumento della popolazione. Questa tesi, trovava nell’ideologia fascista e poi nazista la sua formula più alta nell’incremento delle nascite e nella protezione dell’integrità biologica attraverso le leggi razziali; Thomas Robert Malthus (nel 1798) aveva già lanciato allarmi appassionati in questa direzione e, nei suoi calcoli, prevedeva piuttosto un aumento inarrestabile della popolazione secondo una proporzione geometrica tale che il pianeta non avrebbe potuto sopportarne il peso.
Con il secondo dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la modernità presenta un conto ancora più salato perché le bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki, portarono all’attenzione del mondo la minaccia nucleare, nella consapevolezza che una tale forza distruttiva avrebbe potuto condurre allo sterminio dell’umanità. Nel 1956, con il titolo l’Uomo è antiquato, veniva pubblicato il saggio di Günther Anders, che metteva in guardia dai pericoli potenziali dell’armamento atomico e giudicava l’uomo superato dalla sua stessa tecnologia (qualche domanda con il tempo presente sarebbe necessaria)
Come non ricordare autori quali Friedrich Nietzsche o Martin Heidegger che chiariscono bene la natura e la profondità della crisi dell’Occidente. Nietzsche, in La Gaia Scienza (1882) e Al di là del bene e del male (1886), evidenziava la dissoluzione dei valori assoluti e l’emergere del nichilismo, invitando a ripensare la moralità non come insieme di prescrizioni statiche, ma come pratica storicamente situata e sensibile alle tensioni tra istanze individuali e collettive. Heidegger, in Essere e tempo (1927), mostrava come la razionalità tecnica moderna, privata di un orizzonte di senso, alieni l’uomo dalla sua storicità e impedisca una comprensione autentica dell’essere; essa può organizzare il mondo, ma non fondare la vita.
l’Occidente non rappresenta più il punto esclusivo di riferimento
Fattore comune ai tanti pensatori, di cui solo alcuni citati, è il nesso che collega l’inquietudine culturale dell’Europa di inizio Novecento alla crisi del XXI secolo che può essere, dunque, rintracciato proprio nella traiettoria della modernità, non come destino lineare di declino, ma come processo storico giunto a una fase di ridefinizione, in cui ciò che viene percepito come perdita di centralità può essere interpretato come il superamento di una configurazione specifica e l’emergere di un ordine globale più articolato e plurale, nel quale l’Occidente non rappresenta più il punto esclusivo di riferimento.
Probabilmente dovremmo leggere gli avvenimenti come indicatori di una transizione di lungo periodo, all’interno della quale i fenomeni contemporanei – dalla crisi di legittimazione delle élite politiche alla trasformazione delle istituzioni democratiche, dalla precarizzazione economica alla riconfigurazione tecnologica – sono l’equivalente delle stesse dinamiche che avevano sostenuto l’espansione della modernità occidentale nei secoli precedenti.
Una diagnosi è stata efficacemente descritta da Zygmunt Bauman nella sua definizione della liquidità delle società contemporanee in cui analizza la progressiva dissoluzione delle strutture solide della modernità, ma tale processo appare oggi circoscritto soprattutto allo spazio storico dell’Occidente europeo e nordamericano. Dal nostro osservatorio privilegiato continuiamo infatti a percepirci come centro del mondo, mentre il resto del pianeta osserva l’Occidente con una curiosa ambivalenza: da un lato come modello da imitare, dall’altro come una civiltà avanzata ma fragile, la cui sopravvivenza non appare più scontata.
Come ha ricordato Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche si pagano sempre con effetti di ritorno inattesi. La temporanea egemonia occidentale è stata possibile proprio grazie alla modernità che l’ha generata, ma è la stessa modernità – con le sue contraddizioni economiche, sociali e culturali – a produrre oggi le condizioni del suo logoramento. Anche quando attraversiamo fisicamente o simbolicamente altri continenti continuiamo a riconoscere tracce familiari della egemonia culturale occidentale: marchi globali, musica popolare, sport, consumi di massa. Tuttavia ciò che appare come prova di universalizzazione del modello occidentale è spesso soltanto la sopravvivenza di forme esteriori. Quei frammenti culturali, esportati nel nome della globalizzazione sono stati nel frattempo reinterpretati, trasformati e adattati ai contesti locali, fino a perdere gran parte del loro significato originario. Restano segni visibili, superfici luminose, simboli di una diffusione culturale che si rivela molto meno egemonica di quanto l’Occidente sia disposto ad ammettere. In questo senso la crisi attuale non riguarda soltanto un eventuale declino geopolitico, ma investe più profondamente il progetto stesso della globalizzazione occidentale.
Tornando a una lettura più concreta delle tante riflessioni, il 1989 ha segnato uno spartiacque decisivo: da un lato apre la stagione della globalizzazione, determinando la progressiva dissoluzione delle grandi ideologie del Novecento, dall’altro ha sostituito il conflitto politico-ideologico con la centralità della tecnica, del mercato e dell’efficienza economica. In questo contesto, il processo di integrazione tra Est e Ovest non si è realizzato come sintesi di due modelli alternativi, ma piuttosto come assorbimento del primo nel secondo, con una rapida diffusione di consumismo e individualismo piuttosto che con una reale interiorizzazione dei principi democratici e pluralisti.
Nel nuovo ordine globale, la linea di frattura non è passata più tra Est e Ovest, ma si è riorganizzata lungo nuove direttrici, tra Nord e Sud del mondo e tra centri e periferie
Nel nuovo ordine globale, la linea di frattura non è passata più tra Est e Ovest, ma si è riorganizzata lungo nuove direttrici, tra Nord e Sud del mondo e tra centri e periferie, in un contesto segnato dall’emergere di nuovi attori e dalla crescente complessità degli equilibri geopolitici, che sfuggono tanto allo schema dello scontro di civiltà quanto a quello della contrapposizione ideologica tradizionale. Nel complesso, la caduta del Muro non ha rappresentato soltanto la fine di un sistema politico, ma l’inizio di una nuova fase storica segnata dalla sostituzione dell’ordine ideologico con quello economico-tecnologico, dalla ridefinizione delle identità collettive e dall’emergere di un mondo più integrato ma al tempo stesso più frammentato. Dopo le due distruzioni, quella del 9/11 di Berlino e quella dell’11/9 di New York, il mondo si avvia a tornare multipolare, non più dominato da una sola superpotenza, gli Usa.
In questo scenario, anche la nozione stessa di Occidente richiede una ridefinizione. L’Occidente non è un’entità univoca né un semplice spazio geografico, ma una costruzione storico-culturale che tende a emergere con maggiore chiarezza proprio nel momento in cui viene percepita come in crisi. Le sue radici affondano nel mondo greco e nel confronto con l’Oriente, si consolidano nell’eredità romana e nella lunga stagione della cristianità, per poi trasformarsi nella modernità europea, segnata da rivoluzioni politiche, secolarizzazione e centralità dell’individuo, fino a coincidere in larga parte con la traiettoria storica dell’Europa.
Tuttavia, ogni definizione basata su criteri geografici o etnici si rivela insufficiente: l’Occidente è piuttosto un dispositivo storico e simbolico, articolato in più spazi – Europa e Americhe – così come plurali sono gli Oriente. Con la fine del bipolarismo, la frattura fondamentale non passa più tra Est e Ovest, ma tra Nord e Sud del pianeta, mettendo in discussione la stessa centralità della categoria occidentale. In questo senso, l’Occidente ha progressivamente smesso di indicare un luogo per diventare un tempo: la modernità. È uno spazio simbolico in cui gli individui non sono più radicati ma mobili, trasformati da appartenenti a contemporanei, immersi in flussi globali e in una temporalità accelerata; tuttavia, anche questa identificazione si incrina, poiché sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione non sono più prerogative occidentali ma si sono diffusi su scala globale.
non esistono culture superiori che possano arrogarsi il diritto di imporre ad altri il proprio modello sociale
In definitiva se l’Occidente non può più essere pensato né come centro geografico né come avanguardia storica esclusiva, ma come una forma tra le altre in un mondo sempre più plurale, diventa inevitabile che i confini culturali e temporali si fanno instabili e continuamente ridefiniti. Stiamo assistendo, consapevolmente o inconsapevolmente, allo sgretolamento di una visione – tutta occidentale – dell’unipolarismo e della globalizzazione come un esito naturale e inevitabile della storia; ciò che emerge non è tanto il tramonto definitivo dell’Occidente, quanto la fine della sua pretesa di universalità e l’ingresso in una fase di pluralizzazione dell’ordine globale, in cui la modernità non coincide più con un unico modello ma si articola in forme differenti. E dobbiamo fare i conti con le nostre azioni, prendendo coscienza che non esistono culture superiori che possano arrogarsi il diritto di imporre ad altri il proprio modello sociale.
Da un punto di vista sociologico, questa transizione implica un mutamento profondo nei processi di costruzione dell’identità e dell’appartenenza: la perdita di centralità di un paradigma unico produce soggetti più esposti alla complessità, chiamati a negoziare continuamente il proprio posizionamento in un contesto globale frammentato, dove nessuna cultura può più legittimamente imporsi come misura universale. Ne deriva una tensione strutturale tra integrazione e differenziazione, tra apertura e radicamento, che definisce il tratto distintivo della contemporaneità e impone una ridefinizione non solo degli equilibri geopolitici, ma anche delle categorie attraverso cui pensiamo noi stessi e il mondo.