Il soggetto è ognuno di noi che cerca sé stesso. Solo a partire dal conoscere sé stessi, dal costruirci come soggetti, portatori di uno sguardo autonomo, di un modo di essere autonomo e consapevole, possiamo osservare il mondo e contribuire, partecipare alla sua costruzione. Da questo divenire consapevoli nasce la società, nasce la comunità civile.
Il primo lavoro è il lavoro su di sé, il lavoro tramite ci costruiamo e riconosciamo come soggetti.
Ogni altra forma di lavoro, ogni manifestazione del lavoro, è una prosecuzione, una espansione, una ripresa, una conseguenza, della prima forma di lavoro: il lavoro su di sé.
In questa prima forma, è presente ogni aspetto di ciò che chiamiamo lavoro. La bellezza, il piacere, la fatica, la tensione verso lo scopo. Il legame tra lavoro e remunerazione è già presente qui: se lavoro per me, sarò io stesso a ricompensarmi, a remunerarmi: il riconoscermi ben costruito mi ripaga dalla fatica della costruzione.
La società si fonda su questo: sullo scambio di lavori finalizzati alla costruzione di soggetti. Soggetti in grado di fornire un contributo autonomo alla costruzione della società. Senza autonomia del soggetto non c'è società degna di questo nome.
2 Infatti, si tratta di una lavoro che nessuno svolge da solo. La società è uno scambio di lavori. Quella fase della vita che può essere chiamata socializzazione primaria è la fase in cui ogni soggetto umano gode del lavoro di genitori ed educatori. Ma si dimentica comunemente che in realtà la prima cosa che genitori ed educatori insegnano è a proseguire da soli il lavoro di costruzione del soggetto. Il lavoro su di sé.
Solo se si sperimenta il lavoro su di sé, solo se ne percepisce il senso, solo se si raggiunge la consapevolezza di essere capaci di condurlo, si è adulti.
3 C'è dunque qualcosa che lasciamo implicito nella nozione di lavoro. Osserviamo comunemente il lavoro dando per scontata la sua genesi; dando per scontato il lavoro originario. Il lavoro su di sé teso alla costruzione del soggetto.
Eppure, nel lavoro quotidiano, cioè anche nel lavoro inteso nella sua nozione comune, proviamo momenti di soddisfazione, di pace, di felicità. Non a caso in questi momenti di appagamento si prova una sensazione di liberà da vincoli, di pienezza.
E' appunto perché in questi istanti ci appare viva la connessione con il senso profondo del lavoro: stiamo alimentando, stiamo costruendo noi stessi.
Solo attraverso la costruzione di Sé di ogni essere umano si costruisce la società.
4 Attraverso il lavoro, innanzitutto il lavoro su di sé, il soggetto emerge dalla folla, dalla massa, dal popolo, portando alla luce, affermando il proprio personale modo di essere.
In greco è idios. L'idios è lo spazio proprio, privato; è l'essere separato, la consapevolezza di esistere a prescindere dalla massa. Riconoscendo a sé stesso il proprio idios, ogni essere umano assume su di sé la responsabilità del proprio personale agire.
Solo compiuto questo passo si può giungere al koinós. Il ko è il cum latino. il koinós è lo stare insieme l'uno con l'altro. Socio, compagno sono sinonimi. Dal sé individuale si passa al Sé collettivo. Questa è la società. Questa è la rete sociale. Questa è l'azienda vissuta da ogni persona che vi collabora come casa comune.
5 Il Sé non è l'ego, l'Io. Sé, come l'inglese Self, è, risalendo all'origine indeuropea dell'espressione, il pronome riflessivo che parla della terza persona. Il senso del Sé sta nel sanscrito atman: 'essenza', 'soffio vitale', 'spirito'.
Il Sé è l'essere umano, che si riconosce appartenente ad una comunità, alla terra e al cielo, ad un Sé collettivo.
6 La società umana ha sempre fatto i conti con tentativi di distruggere questo soffio vitale, con tentativi di minare questo necessario processo di costante costruzione e ricostruzione di sé stessa.
Il potere, l'autorità nociva, consistono in fondo in questo: nel tentativo, portati avanti da soggetti umani, di impedire ad altri umani di sviluppare la propria soggettività.
7 Oggi l'attacco alla soggettività discende da una precisa ideologia.
Si sostiene che la soggettività umana è egoismo.
Si afferma che siamo più simili a uno sciame d'api di quanto crediamo.
Si suggerisce capziosamente che l'essere umano è viziato da antropocentrismo, e che solo accettando nella società enti diversi da noi, come macchine, robot e intelligenze artificiali ci apriamo veramente all'altro.
Si sostiene che alla fin fine siamo tutti agenti. Solo agenti. Noi ed ogni macchina.
Si dice: non contano i soggetti, contano le relazioni. Si sostiene che la forza, l'energia, il valore, non sta nei soggetti, ma è una proprietà emergente dalla relazione.
Si nega così la soggettività individuale, autonoma, conquista possibile di ogni essere umano, spazio di libertà e di responsabilità, affermando che la soggettività esiste solo a livello di Rete. Reti a cui appartengono alla stessa stregua umani, cose e macchine.
Si offre così la via di fuga: la possibilità di schivare il lavoro su noi stessi, su noi essere umani. Lavoro teso a raggiungere la pienezza, la consapevolezza, la responsabilità implicite nel riconoscerci come soggetti.
8 Ogni generazione ha il suo percorso. Dovremmo, tra generazioni, aiutarci a riscoprire la soggettività, l'umana presenza sopita.
Osservo invece, turbato e spiaciuto, come ci balocchiamo sulla soglia, senza entrare in discorso, senza incidere. Incidere parlando in quel modo impegnativo che incide nella nostra carne e scompagina le nostre difese. Osservo dunque come adulti o anziani parlano di generazioni di differente età classificandole con lettere dell'alfabeto. X, Y, Z... Non capiamo che già questa è una presa di distanza, da noi stessi, come dall'altro, dal più giovane, che vorremmo descrivere e allo stesso tempo ammonire?
9 Come è accaduto sempre durante la storia, come forse è inevitabile: ogni invito alla soggettività -a ripartire, dal proprio pensiero e dalla propria azione, dalla fiducia in sé stesso- è riletto da interpreti -esponenti dell'élite al momento al potere- che rovesciano l'invito nel suo contrario: un invito ad essere sudditi, anziché soggetti, oggetti di apparenti cure che nascondono in realtà il controllo.
E forse ognuno di noi è portato a rifuggire dalla soggettività, e a cercare invece conforto nell'essere seguaci di salvatori, guide e maestri. Eppure proprio i grandi pensatori che veneriamo come maestri ci invitano ad essere maestri di noi stessi.
10 Nietzsche, Foucault, Deleuze sono appassionati sostenitori di ciò che qui chiamo soggettività.
Quando, per fare un esempio, Nietzsche si ribella alle gabbie filologiche di Wilamowitz-Moellendorff e afferma appassionatamente il suo incamminarsi in un una ricerca senza confini, senza termine e senza mete prefissate, una ricerca senza remissione e mai remissiva di un modo di essere umano non ancora sperimentato. Questa è soggettività.
Quando Deleuze invita a ribellarsi al padre Freud e invita a costruirsi seguendo il proprio desiderio, e quando invita a svelare faglie, reti di senso sotterranee, sta parlando di soggettività.
Quando Foucault parla di una immagine dell'uomo che scompare così come l'onda del mare porta via il disegno di un volto tracciato nella sabbia, ci invita a non confondere lo stereotipo, la manifestazione della soggettività codificata in un'epoca storica che sta finendo, con la soggettività nuova che ognuno di noi può e deve faticosamente ed orgogliosamente cercare.
11 Questo è il lavoro.
Nel momento in cui il lavoro stesso sembra perdere senso, ridefinito dalla presenza di macchine, conviene tornare alle radici del lavoro umano, al suo senso profondo. Il lavoro che merita di essere festeggiato è il lavoro su di sé. La ricerca di sé come soggetto.