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Questo testo nasce dalla lettura del libro La confisca del mondo - Il capitalismo della finitudine di Arnaud Orain.


Sempre alla ricerca di libri fuori dall’elenco dei libri più venduti, diversi per tematiche trattate e approcci, e per questo per me sempre più interessanti, questa volta mi sono imbattuto in libreria (mai lo avrei trovato online) con il libro La confisca del mondo – Il capitalismo della finitudine di Arnaud Orain.

Il libro gira tutto intorno alla domanda su cosa succederebbe se e quando un sistema economico fondasse il proprio funzionamento sulla consapevolezza che le risorse del pianeta non sono infinite. La risposta, dice l’autore, è che questo sistema, con una storia di cinquecento anni di storia alle spalle, non può che essere scomoda, precisa, difficile da confutare. Il sistema ormai non può più fermarsi, non sembra più in grado di correggersi, sembra senza alternative (realismo capitalista?), e si fa sempre più feroce.

La ferocia è legata alla percezione e alla avvenuta consapevolezza di vivere dentro un mondo chiuso, limitato, esauribile e dalle risorse finite. La reazione avrebbe potuto portare a un esercizio di saggezza, al contrario si manifesta in modo feroce e aggressivo. Non è la cura del limite a essere perseguita in modo saggio, ma si preferisce la corsa all’appropriazione delle risorse disponibili, prima che lo facciano gli altri. La corsa in cui sembrano tutti impegnati impone domande sostanziali, che vanno oltre la scarsità accidentale, la crisi congiunturale, la ripresa che sempre viene ritenuta come lo sbocco di una precedente recessione o crisi. Le domande sono filosofiche, antropologiche e politiche, esistenziali.

Al centro di queste domande è il tema della finitudine, non nuovo in filosofia, che trova le sue radici nella filosofia del Novecento, e che Orain trasporta in campo economico e politico. Per Heidegger, ad esempio, la finitudine è la struttura ontologica dell’esistenza umana. L’essere per-la-morte non è un evento futuro che ci attende passivamente ma il modo in cui noi esseri umani esistiamo nel presente, sempre proiettati verso il nostro limite (altro che le macchine…senza limiti) che è poi l’elemento fondante della nostra autenticità.

Solo riconoscendo l’attrito e il limite che ci caratterizzano come umani potremo resistere e smettere di disperderci nella banalità del quotidiano e tornare a sé stessi, che poi vuol dire tornare alla nostra responsabilità, irriducibile di fronte all’esistenza. Vivere con il senso del limite è una forma di liberazione, aiuta a definire il confine che dà forma, ci costringe a fare delle scelte e a decidere, ci aiuta a evitare la dispersione a cui oggi ci siamo tutti regalati. Senza limite non c’è direzione, se non quelle imposte da altri, oggi macchine potenti e intelligenti che ci vogliono convincere della loro e della nostra immortalità. Una immortalità tanto ricercata, ma che ci dovrebbe sempre far riflettere sul fatto che senza la morte, non c’è senso, la vita non ha senso.

La finitudine di cui parla Orain è altra cosa. La consapevolezza dei limiti determinati da risorse scarse, da un pianeta che è esso stesso limitato e quindi non può sostenere alcuna espansione indefinita, non genera saggezza e neppure autenticità. Al contrario produce (de)predazione e volontà a espanderla e a praticarla con ferocia. Quello che ne deriva è un cortocircuito antropologico. Mentre Heidegger aveva immaginato che riconoscere il confine potesse trasformare l’essere umano, Orain mostra, presentando nel suo libro cinque secoli di evidenza storica, che il sistema economico dominante ha usato quel riconoscimento (la finitudine) per giustificare il colonialismo, il monopolio, la guerra, la depredazione e la cattura. Come conseguenza di tutto ciò, più che umani siamo oggi diventati “umani spietati”.

Tornando alla filosofia, si potrebbe citare Günther Anders che, nel suo L'uomo è antiquato, ha descritto la vergogna prometeica come il disagio dell'essere umano di fronte alle macchine che ha creato. Macchine costruite più efficienti, più veloci, più infaticabili dell’uomo, fino a generare la vergogna per non saperle eguagliare. La reazione a questa vergogna non è stata la ribellione, ma l'adeguamento, la riduzione dell’uomo sempre più a machina, riducendo le aspettative umane al livello di ciò che la macchina può misurare e verificare, e oggi sembra volere e perseguire.

Se l’uomo che si vergogna è portato a adeguarsi e adattarsi, il sistema economico, descritto da Orain, si fa macchina da guerra. Sapendo di essere destinato a “morire”, perché sa che le risorse finiranno, che l'espansione ha un limite, che il tempo stringe, non nega la potenza della tecnologia, ma la usa. Un utilizzo di cui sono oggi diventati maestri i grandi Signori della Silicon Valley, con le loro piattaforme digitali, i giganti dell'intelligenza artificiale, le corporation che si contendono i fondali marini e le orbite satellitari. Sono tutti attori del capitalismo della finitudine che Anders non aveva ancora visto nella sua forma matura, ma che aveva già intuito nella sua struttura profonda. La macchina non ci libera dal limite. Lo trasforma in arma.

Diventato tecnocapitalismo, il capitalismo della finitudine descritto da Orian, agisce come un dispositivo che non si limita a depredare e a ridistribuire risorse, da sempre finite e oggi anche sempre più scarse. Lo fa secondo logiche di potere, producendo soggetti che, avendo interiorizzato la scarsità come condizione naturale, la trasformano in un dato ontologico immutabile, in un orizzonte insuperabile dell’esistenza. Il limite non è imposto dall’esterno ma viene assimilato fino a diventare l’unico modo in cui si riesce a pensare il mondo.

Ciò che sta accadendo ora, dice Orian con lucidità storica, e questa è una riflessione nuova e interessante, non è una novità, ma l’espressione di qualcosa di ricorrente. Qualcosa che ricorda la teoria dei cicli di Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein e che si manifesta quando l'espansione raggiunge i propri limiti strutturali, quando non ci sono più nuove frontiere da aprire, quando la crescita illimitata smette di essere credibile anche come promessa. La differenza dell’oggi rispetto ai cicli passati sta nella scala, mai raggiunta finora. Prima d'ora la finitudine era planetaria in senso letterale. Oggi non ci sono più frontiere esterne. Il limite è il pianeta stesso. E quando il predatore non ha più nuovi territori da conquistare, inizia a depredare sè stesso.

Di fronte alla finitudine del mondo e delle sue risorse consapevolezza e saggezza vorrebbero che si usasse il limite come fondamento della cura, della reciprocità e della responsabilità. Bisognerebbe riprendere il pensiero di Levinas che vedeva nel limite dell’altro la fonte dell’etica. Si potrebbe rileggere Hannah Arendt che vedeva nella natalità la risposta alla chiusura della morte, un modo per inaugurare qualcosa di nuovo nel mondo. Infine si potrebbe recuperare il fertile pensiero di Ivan Illich che vedeva nella convivialità degli strumenti a scala umana una alternativa alla logica della crescita illimitata.

In sintesi, bisognerebbe pensare all’insensatezza della corsa all’accaparramento a cui stiamo oggi assistendo e di cui la guerra scatenata per lo stretto di Hormuz non è che l’esempio più tragico ed eclatante. Se il mondo è finito, e ce ne stiamo rendendo conto tutti, governanti e governati, depredarlo è follia pura, è suicidario e autolesionistico. Lo è per il tempo presente, ma soprattutto per quello a lungo termine. Il limite dovrebbe portare alla cooperazione, sta invece portando alla guerra grande globale.

Consapevolezza, responsabilità e saggezza richiedono pensiero critico, lento, profondo, un pensiero capace di tenere insieme temporalità diverse. Richiede tutto ciò che è oggi diventato quasi impossibile praticare, imprigionati come siamo, emotivamente e cognitivamente, dentro la forma attuale di tecnocapitalismo che ha scelto per la sua sopravvivenza il capitalismo della finitudine descritto da Orian. Per difendersi e pensare diversamente è necessario un pensiero profondo e lungo, lontano dal presentismo attuale, e con radici profonde dentro la complessità e lontano da ogni semplificazione.

Arrivato alla fine del libro do Arnaud Orian, posso dire di ritenerlo un libro da leggere, forse anche necessario. Non offre soluzioni ma nomina con precisione storica ed economica ciò che molti oggi fanno fatica ad articolare in modo chiaro e coraggioso. La fatica e la mancanza di coraggio derivano dal fatto che bisognerebbe ammettere il fallimento del capitalismo liberale, della sua logica più profonda e ricorrente. Bisognerebbe associare la brutalità, la ferocia e la violenza del tempo presente che si stanno dispiegando oggi in molte parti della terra, a questo fallimento.  Bisognerebbe avere la capacità di ammettere che il problema non è solo economico o politico, ma anche filosofico, antropologico, psichico e neurologico. Ammettendo questo si potrebbe comprendere meglio che, invischiati come siamo nel dispositivo tecnocapitalistco attuale, siamo diventati soggetti sempre più incapaci di pensare altrimenti. Ad essere colonizzate oggi non sono solo le risorse scarse del pianeta ma anche quelle cognitive, forse perché ritenute scarse anch’esse!

La via d’uscita possibile sta nel recupero delle capacità umane cognitive e relazionali, che il dispositivo del potere attuale continua a erodere.  Sta nell’agire da folli, sapendo che la follia è l’unico modo oggi per comportarsi da saggi, agendo politicamente prima ancora che culturalmente, ostinandosi a praticare il tipo di pensiero che il sistema vorrebbe rendere impossibile.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 13 aprile 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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