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Abstract. L’articolo difende la tesi che più lingua significhi più pensiero, intesa come potenziamento e non come identità tra pensiero e linguaggio, identità che i dati neuropsicologici smentiscono: la lingua costruisce nello sviluppo capacità cognitive che altrimenti non maturano e nell’adulto moltiplica ciò che il pensiero può distinguere, trattenere, esaminare e condividere. La tesi è messa alla prova contro le obiezioni più forti, antiche e moderne, alla lingua difficile: Lucrezio, Aristotele su Eraclito, Orwell, Bourdieu. Le prove empiriche discusse riguardano la ricchezza della lingua; nessuna misura direttamente gli effetti della difficoltà di un testo e i pochi dati disponibili mostrano che una difficoltà puramente esteriore non produce alcun vantaggio. La difesa della difficoltà resta perciò un argomento filosofico. Ne risulta un criterio per separare la difficoltà che forma da quella che esclude e una lettura dell’impoverimento linguistico come questione insieme soggettiva e politica.


1. Introduzione: La mancanza avvertita

Mi capita spesso che qualcuno mi dica: «Sì, ma questi filosofi parlano difficile», «Non si capisce mai cosa vogliano dire», «Perché scrivono così difficile? Non potrebbero parlare con parole semplici?».

La semplicità nel linguaggio non è sempre un aiuto: spesso si trasforma in un’immobilità

La semplicità nel linguaggio non è sempre un aiuto: spesso si trasforma in un’immobilità. Prima di difendere questa affermazione però conviene partire da un’esperienza che tutti conosciamo e che la complica. Ci accade di provare qualcosa che non sappiamo dire: un’inquietudine che non è tristezza né rabbia e che ogni parola a nostra disposizione tradisce. Quella mancanza la avvertiamo. Il pensiero, dunque, arriva in qualche misura prima della parola e tuttavia resta lì, opaco, finché non trova il modo di dirsi. Non possiamo esaminarlo, correggerlo, consegnarlo a un altro.

In questo scarto si colloca la tesi dell’articolo. Sosterrò che più lingua significa più pensiero. Senza parole si pensa comunque, i dati lo dimostrano; la lingua però costruisce, nello sviluppo, capacità che senza di essa non maturano e moltiplica, nell’adulto, ciò che il pensiero può distinguere, trattenere e condividere.

Per non scivolare in equivoci occorre separare tre nozioni che il dibattito comune confonde. La ricchezza lessicale: quante parole possediamo e quanto finemente distinguono. La complessità concettuale: quante relazioni tra idee una frase sa tenere insieme. La difficoltà stilistica: quanto un testo costa a chi lo legge. Le prove empiriche che discuterò riguardano le prime due. La domanda da cui sono partita riguarda la terza. Il passaggio dalle une all’altra non è automatico e chi difende la lingua difficile deve guadagnarselo affrontando le obiezioni più serie, antiche quanto la filosofia.

2. Lingua e pensiero: identità, strumento, potenziamento

Tre modelli si contendono il rapporto tra lingua e pensiero. Per il primo i due coincidono: pensare è parlare dentro di sé. Per il secondo la lingua è un veicolo che trasporta all’esterno pensieri già formati. Per il terzo, quello che difenderò, la lingua è un potenziamento: il pensiero esiste anche senza di essa ma con essa diventa altro.

Lev Vygotskij aveva già escluso il primo modello. In Pensiero e linguaggio sostiene che pensiero e parola hanno radici genetiche distinte: esiste nel bambino un pensiero pre-verbale e una parola pre-intellettuale, che a un certo punto dello sviluppo si incontrano e si trasformano a vicenda. Da quell’incontro nasce il pensiero verbale e con esso la formula celebre secondo cui il pensiero non si esprime soltanto nella parola ma vi si compie.¹ Il verbo è decisivo: compiersi non significa nascere. Vygotskij descrive una mediazione, non un’identità.

Oggi il primo modello è messo in crisi anche dalle neuroscienze. Nel 2024 Evelina Fedorenko, Steven Piantadosi ed Edward Gibson hanno pubblicato su Nature una rassegna il cui titolo è già una tesi: il linguaggio è anzitutto uno strumento di comunicazione, non di pensiero. La rete cerebrale del linguaggio, osservano, resta in larga parte silente mentre si risolvono problemi matematici, si pianifica, si ragiona sugli stati mentali altrui e persone che a causa di un ictus hanno perso la capacità di elaborare le parole continuano a ragionare, a calcolare, a giocare a scacchi. La lingua, concludono, riflette la ricchezza della cognizione umana senza generarla.²

È un’obiezione seria e va presa alla lettera. Ciò che dimostra è che un cervello adulto, già formato, può pensare senza attivare la lingua. Non dimostra che quel cervello sarebbe diventato ciò che è senza averla mai avuta. Spinoza, del resto, metteva in guardia dal confondere le idee con le parole con cui le significhiamo:³ nessuno qui sostiene che la parola sia il concetto. La domanda è un’altra: che cosa accade a una mente che cresce con poche parole o senza le parole giuste?

Una risposta viene dal Nicaragua. A partire dalla fine degli anni Settanta, nelle scuole per sordi di Managua, i ragazzi hanno dato vita a una lingua dei segni nuova, la Lingua dei segni nicaraguense, che si è arricchita di generazione in generazione. In uno studio pubblicato nel 2009 su Psychological Science, Jennie Pyers e Ann Senghas hanno seguito adulti e adolescenti che la usavano.⁴ Li hanno valutati due volte a due anni di distanza, la prima nel 2001. Per evitare che la padronanza della lingua falsasse la prova hanno usato un test a completamento di immagini, quasi privo di parole. Chi aveva appreso la lingua da bambino nella sua forma iniziale, povera di segni per gli stati mentali come pensare o credere, falliva la prova sulle false credenze: non riusciva a capire che un altro può credere qualcosa di falso. Chi nei due anni dello studio acquisiva quei segni sviluppava di pari passo anche quella capacità. Gli autori ne concludono che l’apprendimento della lingua, al di là dell’esperienza sociale, guida lo sviluppo di una teoria della mente matura. Il disegno non è sperimentale: i gruppi confrontati sono coorti entrate nella comunità dei segnanti in anni diversi e differiscono anche per età. Il risultato va letto con questa cautela.

Uno studio successivo su quattro adulti sordi cresciuti senza alcuna lingua convenzionale, che comunicavano soltanto con gesti inventati in famiglia, va nella stessa direzione: tutti e quattro superavano le prove visive preliminari e nessuno quelle sulle false credenze. Gli autori ne concludono che l’esperienza di relazioni visibili, da sola, non basta a far nascere questa capacità.⁵ Quattro persone sono pochissime: è un indizio che chiede conferme.

Fedorenko e i suoi colleghi conoscono casi come questi e ne discutono. Concedono che la mancanza di accesso alla lingua abbia conseguenze dannose per molti aspetti della cognizione e che alcuni aspetti del ragionamento mostrino ritardi. Sostengono però che questi bambini possono comunque imparare la matematica, ragionare per relazioni, costruire catene causali; ricordano che la separazione tra la rete del linguaggio e i sistemi del ragionamento è già presente nei bambini piccoli; si dicono scettici verso gli studi in cui un addestramento linguistico porta a superare le prove sulle false credenze. Lingua e ragionamento, concludono, si sviluppano in parallelo.⁶ La replica mostra che senza lingua il pensiero non si spegne: nessuno qui sostiene il contrario. Lascia aperto il punto che interessa questo articolo, cioè che cosa il pensiero diventa quando la lingua c’è. A Managua il ritardo cade proprio sulla capacità di rappresentarsi ciò che un altro crede; che lingua e ragionamento crescano in parallelo è compatibile con l’idea di potenziamento quanto con quella di indipendenza. I dati oggi non decidono tra le due letture. La tesi che difendo è una di esse e la presento come tale.

Un secondo filone, più controverso, riguarda l’orientamento nello spazio. Nel 1999 Linda Hermer-Vazquez, Elizabeth Spelke e Alla Katsnelson osservarono che adulti impegnati a ripetere ad alta voce un discorso mentre cercavano di orientarsi in una stanza smettevano di combinare la forma dell’ambiente con un segnale come il colore di una parete, comportandosi come i bambini piccoli; un compito ritmico non verbale non produceva lo stesso effetto.⁷ Studi successivi hanno però mostrato che il risultato dipende dalle condizioni sperimentali e scompare in stanze più grandi o con istruzioni esplicite.⁸ Lo cito per onestà: è un indizio, non una prova.

Il filosofo Andy Clark ha dato a questo terzo modello la sua formulazione più nitida. Le parole, scrive, non sono magiche: funzionano come strumenti cognitivi esterni, simili a una mappa, a una bussola, a un regolo, che si aggiungono alle capacità biologiche del cervello e le estendono.⁹ Clark ne indica diversi effetti: la parola alleggerisce la memoria, semplifica l’ambiente in cui ci muoviamo, permette di coordinarsi con gli altri, orienta l’attenzione. Il più importante è un altro. Una volta formulato in parole, un pensiero diventa un oggetto: posso isolarne le parti, esaminarle una per una, confrontarlo con un altro, tornarci sopra a distanza di tempo.

Per descrivere questo effetto Clark ricorre a un’immagine presa dalla natura: le mangrovie. Le radici aeree di queste piante scendono nell’acqua bassa e trattengono fango e detriti finché attorno a esse si forma un’isola. Le parole agirebbero allo stesso modo: punti fissi attorno ai quali altro materiale intellettuale si deposita, fino a formare isole di pensiero di secondo ordine, cioè di pensiero che ha per oggetto il pensiero stesso.

Gli esempi che seguono sono miei: illustrano l’ipotesi di Clark senza dimostrarla. Senza parole posso avere un’intuizione; con le parole posso più facilmente chiedermi se è vera e discuterla con altri. Il «più facilmente» non è una formula di cortesia. Alcuni primati non umani mostrano forme di monitoraggio della propria incertezza: scelgono una risposta di rinuncia quando una prova è troppo difficile.¹⁰ Un pensiero elementare sul proprio pensiero esiste anche senza lingua; la parola lo rende esplicito, articolato, condivisibile. Chi possiede la parola «ipotesi» può tenere separato ciò che sa da ciò che suppone: può trattare la propria convinzione come qualcosa da mettere alla prova. Chi dispone di «perché», «quindi», «tuttavia», «a meno che» può tenere insieme un ragionamento in più passaggi senza perderne il filo. Chi sa dire «su questo punto mi sono sbagliato» può correggersi senza rinnegare tutto il resto. Chi possiede infine la parola «credere», come mostrano i ragazzi di Managua, può pensare ciò che un altro pensa. In ciascuno di questi casi la parola non produce il pensiero: gli offre un appiglio su cui tornare, un oggetto da esaminare, una forma che altri possono discutere. È in questo senso che più lingua significa più pensiero: il pensiero non nasce dalle parole eppure con le parole può fare cose che senza di esse non saprebbe fare.

3. Nominare

Se la lingua potenzia il pensiero, il primo luogo in cui cercarne le tracce è il rapporto con ciò che proviamo. Nel 2007 Matthew Lieberman e i suoi colleghi della University of California di Los Angeles hanno osservato con la risonanza magnetica funzionale persone che guardavano volti carichi di rabbia o di paura. In alcune prove dovevano abbinare il volto a un altro con la stessa espressione; in altre dovevano scegliere, tra due parole, quella che nominava l’emozione. Quando l’emozione veniva nominata, la risposta dell’amigdala, la struttura che reagisce con allarme agli stimoli negativi, diminuiva rispetto alle altre forme di elaborazione della stessa immagine; si attivava invece una regione della corteccia prefrontale ventrolaterale destra e quanto più questa si attivava tanto più l’amigdala si quietava, con la mediazione della corteccia prefrontale mediale.¹¹ Lo studio misura risposte cerebrali, non l’intensità vissuta dell’emozione; il passaggio dall’una all’altra è un’interpretazione, sostenuta da altre ricerche ma non da questa.

Un dettaglio merita attenzione perché corregge un’idea ingenua della tesi che sto difendendo. Le parole che producevano l’effetto erano le più semplici: rabbia, paura. Ciò che agiva era l’esattezza del termine, la corrispondenza tra la parola e ciò che il volto esprimeva. Tornando nel 2018 su questa linea di ricerca, Jared Torre e Lieberman hanno descritto il dare un nome alle emozioni come una forma di regolazione emotiva implicita, cioè non intenzionale: chi nomina l’emozione non si propone di calmarsi eppure si calma. È un processo semplice e quasi privo di sforzo, al quale si associano una minore attività dell’amigdala, una minore attivazione del sistema nervoso autonomo, un disagio riferito più basso. Gli stessi autori avvertono che la comprensione di come e perché il nominare funzioni è ancora agli inizi.¹²

Da qui compio un passo che lo studio non compie. Nell’esperimento la parola era data; nella vita bisogna trovarla e la si trova solo se la si possiede. Chi dispone di due sole parole per il proprio stato interiore, sto bene o sto male, ha poche probabilità di trovare quella giusta; chi ne possiede molte può scegliere tra delusione e umiliazione, tra nostalgia e rimpianto, tra paura e inquietudine. Un sostegno in questa direzione viene da Kristen Lindquist, Lisa Feldman Barrett e colleghi. Nel 2006 hanno indebolito per qualche istante l’accesso al significato di una parola come rabbia, facendola ripetere ad alta voce finché sembrava perdere senso. Subito dopo i partecipanti erano più lenti nel riconoscere quella stessa emozione sui volti e, quando dovevano rispondere in fretta, meno accurati; l’effetto compariva anche quando bastava giudicare se due volti esprimevano la stessa emozione, senza nominarla.¹³ Quando la parola si allontana, anche il volto dell’altro diventa meno leggibile. Ricchezza ed esattezza non si oppongono: la prima è la condizione della seconda.

Il secondo filone di ricerca allarga la scala. Todd Kashdan, Lisa Feldman Barrett e Patrick McKnight hanno raccolto nel 2015 gli studi sulla granularità emotiva, cioè sulla capacità di differenziare le proprie esperienze affettive invece di confonderle in un generico stare male. Chi possiede questa capacità, nei momenti di forte sofferenza, ricorre meno a strategie distruttive come l’abuso di alcol, l’aggressività o i comportamenti autolesivi, reagisce con minore intensità al rifiuto, va incontro a forme meno gravi di ansia e depressione.¹⁴ La granularità non coincide con l’ampiezza del vocabolario. Non ne è però indipendente. Uno studio del 2021 ha mostrato che un intervento volto ad accrescere la conoscenza delle emozioni, delle loro componenti e delle loro differenze, aumenta la capacità di differenziare quelle negative.¹⁵ Il sapere sulle emozioni, che si trasmette in larga parte attraverso la lingua, si traduce in una vita emotiva più articolata.

In questa prospettiva l’etimologia trova il suo posto, come esercizio di esattezza. Il senso originario di una parola non va abbandonato: va contestualizzato. È uno strato storico, documentato dalla sua base etimologica, che illumina il significato presente senza dettarlo. Difficile è ciò che non è facilis, aggettivo legato a facere: la difficoltà, nella memoria della parola, riguarda un fare. La stessa memoria insegna però prudenza. Si ripete che educare significhi tirar fuori; il latino distingueva invece educĕre, condurre fuori, da educāre, allevare, nutrire. Una formula di Varrone, tramandata da Nonio Marcello, assegnava il primo alla levatrice e il secondo alla nutrice. I lessicografi avvertono però che nell’uso la distinzione non era osservata con rigore.¹⁶ Chi interroga una parola impara così due cose insieme: che ogni termine conserva strati di storia e che nessuno di quegli strati, preso da solo, decide ciò che il termine significa oggi.

4. Distinguere

In italiano possiamo dire blu per il cielo d’estate e per il mare di notte; azzurro è una possibilità, non un obbligo. Il russo invece obbliga: il blu chiaro è goluboy, il blu scuro è siniy; non esiste un termine unico che li comprenda. Nel 2007 Jonathan Winawer, Lera Boroditsky e colleghi hanno chiesto a 26 parlanti nativi russi e a 24 parlanti nativi inglesi di indicare, il più rapidamente possibile, quale di due quadrati blu fosse identico a un terzo. I tre quadrati restavano visibili fino alla risposta; il compito non richiedeva né memoria né parole.

I parlanti russi erano più rapidi quando i due quadrati cadevano in categorie diverse della loro lingua, uno goluboy e l’altro siniy; gli anglofoni no. L’effetto compariva solo nelle discriminazioni difficili, tra sfumature vicine, dove nella condizione senza interferenza raggiungeva circa 124 millisecondi. L’effetto scompariva poi quando i partecipanti dovevano contemporaneamente ripetere a mente un numero di otto cifre e restava invece se dovevano ricordare la forma di una griglia.¹⁷

Occorre leggere questo risultato per ciò che dimostra e non di più. L’accuratezza era alta in entrambi i gruppi; gli anglofoni distinguevano benissimo i due blu e collocavano il confine tra chiaro e scuro quasi nello stesso punto dei russi. Gli autori escludono che la lingua abbia modificato in modo stabile la percezione: proprio perché basta occupare la memoria verbale per cancellare l’effetto, la lingua interviene in tempo reale sulla decisione percettiva. La loro osservazione conclusiva è la più fine: non è che gli anglofoni non sappiano distinguere i due blu; è che i russi non possono evitare di farlo, dato che per parlare la propria lingua devono farlo ogni giorno.

Ne ricavo, come interpretazione che l’esperimento non misura, un secondo senso della tesi. Una lingua non cambia l’occhio; può cambiare ciò a cui l’attenzione è chiamata ogni giorno. Ogni distinzione che una lingua custodisce è una distinzione che chi la parla è invitato a compiere ancora e ancora, fino a quando diventa il modo ordinario di stare davanti alle cose.

5. Dialogare

Se più lingua significa più pensiero, verrebbe da concludere che per far crescere una mente basti riversarle addosso parole. È la conclusione che per decenni è stata tratta da uno studio celebre: nel 1995 Betty Hart e Todd Risley stimarono che, entro i tre anni, i bambini di famiglie professionali avessero ascoltato circa trenta milioni di parole in più dei bambini di famiglie povere.¹⁸ Su quel dato sono stati costruiti programmi e politiche educative.

Nel 2018 Rachel Romeo, John Gabrieli e i loro colleghi tra MIT e Harvard hanno spostato la domanda. Hanno registrato per due giornate intere l’ambiente linguistico di 36 bambini tra i 4 e i 6 anni, di diversa condizione economica, ricavandone tre misure: le parole pronunciate dal bambino, le parole rivolte a lui e i turni di conversazione, cioè gli scambi in cui adulto e bambino si passano la parola. Poi hanno osservato con la risonanza magnetica il cervello dei bambini mentre ascoltavano storie. Il numero di turni di conversazione era legato ai punteggi di vocabolario, grammatica e ragionamento verbale e all’attività dell’area di Broca molto più del semplice numero di parole ascoltate. Quell’attività spiegava inoltre statisticamente le differenze di competenza legate al reddito.¹⁹ Lo studio è correlazionale e il campione è piccolo; non autorizza conclusioni causali. Indica però dove guardare: allo scambio in cui la lingua viene restituita, più che alla quantità di lingua ricevuta.

Anche il dato di partenza va ridiscusso. Nel 2019 Douglas Sperry, Linda Sperry e Peggy Miller non hanno replicato il divario di Hart e Risley contando anche le parole di altri adulti e il parlato non rivolto direttamente al bambino; altri studiosi hanno difeso l’esistenza di un divario, pur discutendone l’entità.²⁰ La controversia è istruttiva: anche una misura apparentemente neutra della lingua può incorporare un’idea di classe su che cosa conti come parola.

Su questo punto la riflessione antica aveva colto qualcosa che non va forzato né ignorato. Nel Fedro, a 275d-e, Socrate osserva che la scrittura ha qualcosa di terribile e somiglia davvero alla pittura, ζωγραφία (zōgraphía): le sue creature stanno lì come vive ma se le si interroga tacciono in modo solenne, σεμνῶς πάνυ σιγᾷ (semnôs pány sigâi). Il discorso scritto, maltrattato e insultato ingiustamente, ha sempre bisogno del padre che lo soccorra, τοῦ πατρὸς ἀεὶ δεῖται βοηθοῦ (toû patròs aeì deîtai boēthoû): da solo non sa né difendersi né aiutarsi.²¹ La Lettera VII, la cui autenticità resta discussa, porta lo stesso pensiero più lontano. A 341c-d Platone scrive che sulle cose che più gli stanno a cuore non esiste e non esisterà alcun suo scritto: esse non si lasciano dire come gli altri insegnamenti. Nascono da una lunga frequentazione, συνουσία (synousía), dal vivere insieme intorno alla cosa stessa. Nell’excursus che segue Platone espone la debolezza dei discorsi, τὸ τῶν λόγων ἀσθενές (tò tôn lógōn asthenés). A 344b descrive come il comprendere si accenda soltanto quando nomi, definizioni, visioni e percezioni vengono sfregati gli uni contro gli altri in confutazioni benevole, ἐν εὐμενέσιν ἐλέγχοις (en eumenésin elénchois), con domande e risposte senza invidia.²²

Le due pagine affermano che la lingua da sola, consegnata per iscritto, non basta. Ciò che trasforma la parola in pensiero è la relazione in cui viene scambiata. Il dato di Romeo e le pagine di Platone appartengono a mondi incommensurabili e non vanno sovrapposti; pongono tuttavia la stessa domanda a chi difende la lingua difficile: difficile per chi e dentro quale relazione?

6. La lingua lungo la vita

La formazione dell’essere umano non si esaurisce nell’infanzia e neppure il rapporto tra lingua e pensiero. Lo mostra, con tutti i suoi limiti, uno degli studi più discussi sull’invecchiamento. Nel 1996 David Snowdon e i suoi colleghi hanno analizzato le brevi autobiografie che 93 religiose della congregazione delle School Sisters of Notre Dame avevano scritto in media a 22 anni, prima di prendere i voti, misurandone la complessità grammaticale e la densità di idee, cioè il numero di proposizioni espresse in rapporto alle parole. Circa 58 anni dopo, tra i 75 e i 95 anni, le stesse donne sono state sottoposte a test neuropsicologici. Bassa densità di idee e bassa complessità grammaticale in giovinezza risultavano associate a punteggi cognitivi bassi nella vecchiaia; la densità di idee era il predittore più forte. Tra le 14 sorelle già decedute e sottoposte a esame neuropatologico, la malattia di Alzheimer era presente in tutte quelle con bassa densità di idee e in nessuna di quelle con densità alta.²³

Il dato va maneggiato con cautela: è correlazionale, il campione è piccolo e molto particolare; il risultato più impressionante poggia su quattordici casi. Non autorizza a dire che scrivere bene protegga dalla demenza; può darsi che entrambe le cose dipendano da una terza. Va poi notato che la densità di idee non è difficoltà: una scrittura densa dice molto con poche parole ed è spesso il contrario di una scrittura oscura. Lo studio si inscrive tuttavia in un quadro più ampio, quello della riserva cognitiva elaborato da Yaakov Stern: l’idea che le esperienze accumulate nel corso della vita, istruzione, lavoro, attività intellettuali, permettano al cervello di far fronte meglio ai danni dell’età o della malattia, usando in modo più efficiente le proprie reti o reclutandone di alternative.²⁴

Il punto decisivo, per la tesi di questo articolo, è che la riserva non si chiude con la giovinezza. Stern e i suoi collaboratori hanno esteso il concetto agli stili di vita dell’età adulta e anziana. Una ricerca condotta alla Columbia University su 1.772 persone di almeno 65 anni, senza demenza all’inizio dello studio e seguite per sette anni, ha rilevato che chi svolgeva molte attività nel tempo libero aveva un rischio di sviluppare demenza inferiore del 38%, anche tenendo conto di istruzione e professione. Ogni attività in più si associava a un’ulteriore riduzione dell’8% e le attività intellettuali erano quelle legate alla riduzione maggiore.²⁵ Anche questo è un dato di associazione e non una prova causale: può darsi che chi è già in un declino non ancora visibile rinunci alle attività prima che la malattia si manifesti.

Questi dati riguardano il tempo libero nel suo insieme: tra le attività misurate c’erano la lettura, le visite ad amici e parenti, le passeggiate; la cura della parola non era tra queste. Ne ricavo perciò un’ipotesi che i dati rendono plausibile senza dimostrarla. Se la tesi di questo articolo è corretta, la lingua che coltiviamo non riguarda una stagione sola: leggere, discutere, cercare la parola esatta, imparare termini nuovi a settant’anni come a venti potrebbero essere forme dello stesso lavoro, quello che costruisce una riserva per l’ultima stagione della vita. La formazione dell’essere umano attraverso la parola non ha un’età in cui finisce.

7. L’obiezione: la difficoltà come vanità, menzogna, pedaggio

Fin qui ho difeso la ricchezza della lingua. Resta la domanda iniziale, quella sulla difficoltà dei filosofi: su questo terreno le obiezioni sono antiche e forti. Conviene esporle nella loro forma migliore.

La prima è di Lucrezio. Nel primo libro del De rerum natura, ai versi 635-644, Eraclito è detto famoso per la sua lingua oscura più tra gli sciocchi che tra i Greci seri che cercano il vero: gli stolti, scrive Lucrezio, ammirano e amano soprattutto ciò che vedono nascosto sotto parole contorte e prendono per vero ciò che accarezza piacevolmente l’orecchio.²⁶ È un’accusa netta: l’oscurità produce ammirazione e l’ammirazione prende il posto della verifica.

La seconda viene da Aristotele ed è più sottile perché nasce da un autore che concede qualcosa alla difficoltà. Nel terzo libro della Retorica, a 1404b, la virtù dell’espressione, λέξεως ἀρετή (léxeōs aretḗ), è essere chiara, σαφῆ εἶναι (saphê eînai): il discorso è un segno e se non rende manifesto ciò che vuole dire non compie la sua opera. L’espressione non deve essere bassa, ταπεινή (tapeinḗ); non deve neppure stare al di sopra della dignità del tema; deve essere conveniente, πρέπουσα (prépousa). Aristotele ammette che rendere la lingua un poco estranea, ξένη (xénē), suscita meraviglia, τὸ θαυμαστόν (tò thaumastón): gli uomini si comportano verso le parole come verso gli stranieri rispetto ai concittadini. Aggiunge però subito che nella prosa questi mezzi vanno usati molto meno che in poesia e che bisogna farlo di nascosto, δεῖ λανθάνειν ποιοῦντας (deî lanthánein poioûntas), così da sembrare parlare in modo naturale, πεφυκότως (pephykótōs): non in modo artefatto.²⁷ La condanna dell’eccesso è così simmetrica a quella della bassezza. Il contesto, inoltre, è retorico e non speculativo. Poco oltre, a 1407b, Aristotele porta proprio Eraclito come esempio di testo difettoso: è difficile punteggiarlo perché non si capisce a quale parte della frase appartenga una parola.²⁸

Chi difende la difficoltà invoca spesso il frammento 93 DK, tramandato da Plutarco: il signore il cui oracolo è a Delfi οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει (oúte légei oúte krýptei allà sēmaínei), non dice né nasconde: dà segni. Il frammento parla dell’oracolo di Apollo; trasferirlo allo stile di Eraclito è un’operazione interpretativa diffusa e plausibile che resta tuttavia un’interpretazione. Già gli antichi chiamarono Eraclito oscuro, σκοτεινός (skoteinós); Cicerone lo ricorda come tale.²⁹ Giorgio Colli ha mostrato quanto la sapienza greca arcaica sia intrecciata all’enigma e al dio delfico. Nella sua lettura, però, la filosofia che nasce con Platone come forma letteraria è già una decadenza rispetto a quella sapienza.³⁰ L’enigma appartiene alla parola viva del sapiente, non alla prosa del filosofo: Colli non può essere arruolato, senza forzarlo, a difesa della difficoltà dei testi filosofici.

La terza obiezione è moderna. Nel 1946, in Politics and the English Language, George Orwell detta regole di scrittura che suonano come un atto d’accusa: non usare una parola lunga dove ne basta una breve; tagliare ogni parola che si può tagliare; non usare il gergo quando esiste un equivalente comune. Lega inoltre la lingua oscura alla politica: quando c’è uno scarto tra gli scopi dichiarati e quelli reali, si ricorre quasi d’istinto alle parole lunghe e alle espressioni logore, come la seppia che spruzza il suo inchiostro.³¹ L’elenco si chiude però con una sesta regola, che subordina tutte le altre al giudizio: infrangere una qualsiasi di esse piuttosto che dire qualcosa di francamente barbaro. Orwell combatte la difficoltà che nasconde, non la cosa difficile da dire.

La quarta è la più insidiosa perché colpisce il prestigio stesso della lingua filosofica. Nel 1975 Pierre Bourdieu ha analizzato la lingua di Heidegger mostrando come un umore politico potesse essere trasformato, attraverso un’alchimia filosofica, in ontologia e come l’astrazione e l’esoterismo del linguaggio servissero a rendere quell’operazione irriconoscibile.³² La difficoltà, in questa prospettiva, è anche una strategia: protegge il testo dalla critica e distingue chi la padroneggia da chi ne resta escluso.

Vanità, menzogna, pedaggio di classe. Se la tesi di questo articolo vuole reggere, deve rispondere a tutte e tre.

8. Dono e pedaggio

Le tre obiezioni hanno un tratto comune: descrivono una difficoltà che lavora contro chi legge. Lucrezio parla di una difficoltà che produce ammirazione invece di comprensione; Orwell di una difficoltà che nasconde; Bourdieu di una difficoltà che seleziona. In tutti e tre i casi il lettore è tenuto fuori. La tesi che difendo ha bisogno di una difficoltà opposta: una difficoltà che lavora per il lettore e lo porta dove da solo non arriverebbe.

La sociologia del linguaggio permette di dare a questa distinzione un contenuto concreto. Alla fine degli anni Cinquanta Basil Bernstein cominciò a descrivere due modi di usare la lingua, che avrebbe poi chiamato codice ristretto e codice elaborato: il primo fatto di significati impliciti, legati al contesto condiviso; il secondo capace di rendere espliciti i significati e di sganciarli dalla situazione, rendendoli trasmissibili a chiunque. Osservava che i figli delle classi popolari crescevano soprattutto nel primo mentre la scuola funzionava nel secondo.³³ Le prime formulazioni furono lette come una teoria del deficit, non senza appigli; Bernstein stesso le corresse. Nel 1969 William Labov, in The Logic of Nonstandard English, mostrò che le varietà popolari della lingua possiedono una logica e una capacità argomentativa piene e che ciò che manca è l’accesso alla lingua che le istituzioni riconoscono.³⁴

Labov costringe a riformulare la tesi e la riformulazione la rafforza. Più lingua significa, senza che una varietà valga più di un’altra, un repertorio più ampio: la possibilità di muoversi tra registri, di parlare tanto la lingua del contesto condiviso quanto quella che sgancia il significato dal contesto e lo rende discutibile da estranei. Pierre Bourdieu, in Ce que parler veut dire, ha mostrato che gli scambi linguistici funzionano come un mercato in cui una lingua legittima si converte in autorità e credibilità:³⁵ chi ne è privo viene giudicato prima di essere ascoltato. Antonio Gramsci, nel Quaderno 29, aveva osservato che ogni volta che affiora la questione della lingua si stanno imponendo altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, il rapporto tra gruppi dirigenti e massa popolare, la riorganizzazione dell’egemonia culturale.³⁶

Nessuno lo ha detto con più forza dei ragazzi di Barbiana. In Lettera a una professoressa, scritta con don Lorenzo Milani e pubblicata nel 1967, si legge: «È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui». Lo stesso libro espone però le regole di scrittura imparate a Barbiana: avere qualcosa di importante da dire e utile a molti, sapere a chi si scrive, eliminare ogni parola che non serve, eliminare ogni parola che non usiamo parlando.³⁷ Milani chiede due cose insieme. Ai poveri, di impadronirsi della lingua dei colti: senza di essa restano parlati da altri. Ai colti, di rinunciare alla lingua che serve soltanto a distinguersi. È questo, in concreto, il senso di elevare: portare le persone alla lingua senza abbassare la lingua alle persone. Barbiana mostra che le due richieste si tengono a vicenda.

Da qui un criterio, che propongo come strumento di discussione e non come regola. Una difficoltà è un dono quando soddisfa tre condizioni.

La prima: la difficoltà deve essere richiesta dalla cosa e non dal prestigio di chi scrive. Ci sono pensieri che non si lasciano dire in poche parole perché tengono insieme molte relazioni: la distinzione aristotelica tra δύναμις (dýnamis) ed ἐνέργεια (enérgeia), il rapporto tra libertà e necessità, il modo in cui una lingua orienta l’attenzione senza determinarla. Semplificarli oltre una certa soglia significa dire un’altra cosa. La prova è facile da enunciare anche se faticosa da compiere: se una frase può essere riscritta in modo più piano senza perdere nulla, la sua difficoltà non era necessaria.

Un caso mostra che cosa significa. Nel terzo libro della Fisica, a 201a10-11, Aristotele definisce il movimento così: ἡ τοῦ δυνάμει ὄντος ἐντελέχεια, ᾗ τοιοῦτον, κίνησίς ἐστιν (hē toû dynámei óntos entelécheia, hêi toioûton, kínēsís estin), il movimento è la realizzazione di ciò che è in potenza, in quanto è in potenza. La frase sembra fatta apposta per dare ragione a chi mi dice che i filosofi parlano difficile. Proviamo a semplificarla come capita di leggere: il movimento è il passaggio dalla potenza all’atto. Si legge meglio; dice però un’altra cosa. La versione semplice descrive due stati e un tragitto tra di essi. Quella di Aristotele dice che il movimento è già esso stesso una realizzazione: la realizzazione di una potenza mentre resta potenza. L’esempio che segue nel testo, a 201a16-18, lo rende visibile: quando ciò che può essere edificato è realizzato proprio in quanto edificabile, viene edificato e questo è l’edificazione.³⁸ A casa finita la potenza è esaurita e il movimento finisce con essa. Tutto il peso della definizione grava su due parole, ᾗ τοιοῦτον (hêi toioûton), in quanto tale: tolte quelle, il pensiero cambia. Qui la difficoltà è richiesta dalla cosa. Il lettore che la attraversa possiede alla fine una distinzione che prima non aveva: tra un cambiamento pensato come salto tra due stati e un cambiamento pensato come attività in corso.

La psicologia sperimentale offre a questa prima condizione un sostegno inatteso. Robert Bjork ha chiamato difficoltà desiderabili le condizioni di apprendimento che rendono il lavoro più faticoso nell’immediato e ne migliorano i risultati nel tempo: richiamare a memoria invece di rileggere, distribuire lo studio invece di concentrarlo.³⁹ Nel 2007 Adam Alter e colleghi riferirono che problemi di ragionamento stampati in un carattere difficile da leggere ricevevano risposte più accurate; nel 2011 Connor Diemand-Yauman e colleghi estesero il risultato alle classi di una scuola superiore.⁴⁰ L’idea sembrava dar ragione a chi difende la fatica in quanto tale. Nel 2015 Meyer e colleghi hanno però riunito l’esperimento originale e sedici tentativi di replica, con oltre settemila partecipanti: il carattere difficile non produceva alcun vantaggio.⁴¹ La lezione va in due direzioni. Una difficoltà puramente esteriore, che non nasce dalla cosa, non produce pensiero: è il pedaggio. Al tempo stesso questi dati impediscono di presentare la difficoltà come formativa in sé. Gli studi di Bjork riguardano il lavoro che chi impara compie sul contenuto; nessuno di quelli che conosco misura l’effetto di un testo filosofico difficile su chi lo legge. La difesa della difficoltà che propongo resta un argomento filosofico e va presentata come tale.

La seconda condizione: chi scrive deve pagarne il costo. Un termine tecnico va definito la prima volta che compare; un concetto astratto va accompagnato da un esempio; un passaggio logico va reso esplicito invece di essere dato per scontato. È ciò che i ragazzi di Barbiana chiedevano quando si domandavano a chi si scrive. La difficoltà che dona è quella di cui l’autore si fa carico per primo.

La terza: il lettore deve poter arrivare. Non ogni lettore, non subito e non senza fatica: basta che un lettore disposto a lavorare trovi nel testo i gradini per salire. Arrivando deve possedere qualcosa che prima non aveva: una distinzione nuova, una domanda più precisa, una parola per ciò che sentiva senza saperlo dire.

Una difficoltà a cui manca anche una sola di queste condizioni è un pedaggio. Lucrezio, Orwell e Bourdieu descrivono il pedaggio. Vygotskij, Romeo, il Fedro, la συνουσία (synousía) della Lettera VII e la scuola di Barbiana descrivono il dono: una lingua più ricca consegnata dentro una relazione che accompagna.

Il criterio ha però dei limiti, che è onesto dichiarare. Il primo riguarda chi giudica. Stabilire se una difficoltà è richiesta dalla cosa presuppone di conoscere già la cosa: l’autore tenderà sempre a ritenere necessaria la propria oscurità, il lettore frettoloso a ritenere superflua ogni fatica. Non esiste un arbitro esterno; esiste soltanto il confronto paziente tra lettori diversi, quella frequentazione intorno alla cosa che Platone chiamava συνουσία (synousía).

Il secondo limite riguarda il lettore. Il criterio chiede molto a chi scrive; non può però esonerare chi legge: nessun gradino, per quanto ben costruito, si sale da solo. Eraclito ne aveva fatto un tema del suo pensiero. All’inizio del suo libro, nel frammento che Aristotele trovava difficile da punteggiare, scrive che del λόγος (lógos) gli uomini restano privi di comprensione, ἀξύνετοι (axýnetoi), sia prima di averlo ascoltato sia dopo averlo ascoltato la prima volta.⁴² Altrove li paragona ai sordi: ἀξύνετοι ἀκούσαντες κωφοῖσιν ἐοίκασι (axýnetoi akoúsantes kōphoîsin eoíkasi), chi ascolta senza comprendere somiglia a chi non sente.⁴³ Per Eraclito l’oscurità non sta soltanto nella parola: sta anche nell’orecchio. La sua voce non assolve il testo oscuro; ricorda che una lingua che dona presuppone qualcuno disposto a ricevere e che la disponibilità alla fatica è a sua volta il frutto di una formazione.

Il terzo limite è storico. Ciò che oggi appare oscuro può diventare chiaro domani, quando una comunità di lettori avrà fatto propri i termini che lo rendevano difficile. Idea, teoria, ipotesi esistevano prima della filosofia: ἰδέα (idéa) era già in Pindaro l’aspetto visibile di una persona; θεωρία (theōría) indicava il viaggio di chi era inviato a un santuario o a una festa per assistere allo spettacolo sacro; ὑπόθεσις (hypóthesis) circolava tra i medici. La filosofia le ha rese tecniche, caricandole di un senso nuovo che poi è passato nella lingua comune.⁴⁴ Il criterio non chiude perciò la questione: la sposta dal testo alla relazione tra il testo e chi lo legge.

9. Il presente

Se la lingua forma il pensiero lungo tutta la vita, la domanda sui filosofi che parlano difficile diventa anche una domanda sul presente: quanta lingua elaborata circola oggi e quanta ne riceviamo?

Secondo la seconda indagine PIAAC dell’OCSE, condotta nel 2023 e realizzata in Italia dall’INAPP, il 35% degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni si colloca nella comprensione dei testi scritti al livello 1 o al di sotto, contro una media OCSE del 26%; solo il 5% raggiunge i livelli più alti, contro il 12%.⁴⁵ PIAAC misura la comprensione, non l’ampiezza del lessico. Le competenze medie risultano invariate tra il 2012 e il 2023: una condizione cronica, più che un crollo. I più giovani, tra i 16 e i 24 anni, superano il resto della popolazione, a differenza della media OCSE, dove il vantaggio spetta soprattutto a chi ha tra i 25 e i 34 anni.⁴⁶ Altrove il quadro è meno rassicurante: nell’ultimo decennio le competenze alfabetiche degli adulti sono diminuite o rimaste ferme nella maggior parte dei paesi OCSE.⁴⁷

Si sente dire che oggi si legge più che in passato: passiamo la giornata tra messaggi, notizie, post. Sulla quantità complessiva di testo letto non conosco misure confrontabili nel tempo. Esistono invece dati sulla lettura scelta. Negli Stati Uniti Jessica Bone e i suoi colleghi hanno analizzato le risposte di oltre 236.000 persone all’American Time Use Survey: la quota di chi legge per piacere in un giorno qualunque è scesa da circa il 28% del 2004 al 16% del 2023, con un calo più forte tra chi ha redditi e istruzione più bassi.⁴⁸ Sono dati statunitensi e non vanno trasferiti senz’altro all’Italia. Qui, secondo l’ISTAT, nel 2024 il 57,1% delle persone dai 6 anni in su ha letto almeno un libro nell’anno, contro il 60,6% del 2006; i lettori forti sono circa uno su dieci.⁴⁹

Conta però anche il come. Una meta-analisi di Pablo Delgado e colleghi su 54 studi e oltre 171.000 partecipanti ha trovato che gli stessi testi sono compresi meglio su carta che su schermo, con un effetto piccolo ma solido, pari a 0,21 deviazioni standard, più ampio quando il tempo è limitato e i testi sono informativi.⁵⁰ Maryanne Wolf ha proposto un’interpretazione: l’abitudine a scorrere testi brevi rischierebbe di trasferirsi alla lettura dei testi lunghi.⁵¹ È un’ipotesi compatibile con quei dati, che misurano però la comprensione di singoli testi e non il trasferimento di abitudini. Ne ricavo un’ipotesi mia, che nessuno studio citato dimostra: il problema non sarebbe leggere post invece di libri ma una lettura fatta solo di frammenti, che rischia di togliere l’allenamento a seguire un pensiero che si sviluppa e a sopportare la fatica di ciò che non si capisce subito.

Pier Paolo Pasolini, nel 1964, in Nuove questioni linguistiche, aveva colto l’affermarsi di un italiano tecnologico, più comunicativo che espressivo; vi riconosceva però anche la nascita, per la prima volta, di un italiano davvero nazionale.⁵² Lo stesso processo che uniforma la lingua la rende anche comune.

Sulla lingua pubblica esistono alcuni dati. Kayla Jordan, James Pennebaker e colleghi hanno analizzato i discorsi dei presidenti statunitensi dal 1789 in poi: il loro indice di stile analitico, rimasto alto fino all’inizio del Novecento, è poi calato mentre cresceva un tono più assertivo; tra i testi di confronto solo le trascrizioni della CNN seguivano la stessa curva.⁵³ L’indice conta parole funzionali: articoli e preposizioni lo alzano; pronomi, ausiliari, congiunzioni, avverbi e negazioni lo abbassano.⁵⁴ È un indicatore indiretto di un modo di ragionare per categorie, non una misura del contenuto. Arthur Spirling ha misurato la comprensibilità di oltre mezzo milione di discorsi del Parlamento britannico tra il 1832 e il 1915: dopo la riforma del 1867, che raddoppiò all’incirca l’elettorato, i ministri cominciarono a parlare in modo più semplice degli altri deputati.⁵⁵ Entrambi gli studi riguardano la difficoltà stilistica e non la ricchezza della lingua. Il secondo mostra il rovescio della medaglia: lì la semplificazione nasce da un allargamento della democrazia. Come in Pasolini e a Barbiana, una lingua pubblica più semplice può essere un abbassamento oppure un’apertura, secondo ciò che si perde nel semplificare.

Da questi dati ricavo un’ipotesi più ampia. Se la lingua pubblica premia la formula e la brevità e se Bourdieu ha ragione nel descrivere la lingua come un mercato, quanto più il registro elaborato diventa raro nello spazio comune tanto più il potere di nominare, definire e decidere si concentra in chi ha avuto accesso a una formazione che lo trasmette. L’impoverimento linguistico sarebbe allora soggettivo e sociale insieme: restringe ciò che ciascuno può pensare e dire di sé e allarga la distanza tra chi partecipa alla definizione del mondo comune e chi lo subisce. L’ipotesi incontra obiezioni serie: oggi moltissime persone scrivono ogni giorno, una pratica a lungo riservata a pochi; nascono registri nuovi che Labov ci ha insegnato a non giudicare inferiori a priori. Indica una direzione in cui guardare, non un dato acquisito.

Orwell, in 1984, ha immaginato l’esito estremo: una lingua costruita per restringere l’ambito del pensiero, il cui vocabolario si riduce ogni anno.⁵⁶ Nessuna analogia con l’oggi è automatica. È significativo però che lo stesso Orwell combattesse la lingua oscura: la sua difesa della chiarezza e il suo terrore della neolingua sono due facce della stessa preoccupazione, che è anche la mia. Non la lingua difficile contro la lingua semplice: la lingua che apre contro la lingua che chiude.

10. Conclusione

Sono partita da un’obiezione comune: perché i filosofi parlano difficile? Ho cercato di mostrare che la domanda contiene due problemi distinti. Il primo riguarda la ricchezza della lingua e su questo la tesi regge: la lingua non genera il pensiero; lo costruisce nello sviluppo e lo moltiplica nell’età adulta, dà nome a ciò che proviamo, obbliga l’attenzione a distinguere, si forma nel dialogo, accompagna la mente fino all’ultima stagione. Il secondo riguarda la difficoltà e qui la tesi deve accettare due limiti. I dati non mostrano che la difficoltà formi in quanto tale: quella puramente esteriore non produce nulla. La difficoltà è legittima soltanto quando è richiesta dalla cosa e lavora per chi legge, dentro una relazione che accompagna. Quando lavora contro, Lucrezio, Orwell e Bourdieu hanno ragione.

Resta una domanda che non voglio chiudere. Quando semplifichiamo tutto per qualcuno, rispettiamo la sua intelligenza o la giudichiamo incapace di crescere? Quando un testo ci resiste, chiediamo a chi lo ha scritto di essere più chiaro o gli chiediamo di non portarci da nessuna parte?

Forse la domanda giusta non è perché i filosofi parlino difficile. Forse è un’altra e riguarda ciascuno di noi: quante cose non riusciamo ancora a vedere, a sentire, a pensare per il solo fatto che nessuno ci ha mai offerto le parole per farlo? Quante ne stiamo togliendo, senza accorgercene, a chi verrà dopo di noi?


Note

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Pubblicato il 04 novembre 2026

Benedetta Mastroviti

Benedetta Mastroviti / Educatrice Professionale