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Quando fare è creare, e l'IA ci aiuta a vederlo, finalmente; forse.


Due stimoli diversi:

UNO

Un formatore, qualche settimana fa, ha detto una cosa che mi è piaciuta e mi ha fatto riflettere. Stava parlando di intelligenza artificiale. Di come cambia il lavoro. Di chi fa cosa. E a un certo punto ha tirato fuori Bernini.

La Fontana dei Quattro Fiumi, Piazza Navona, opera di Gian Lorenzo Bernini, 1651. Peccato che Bernini non abbia toccato un solo pezzo di marmo. Il progetto era suo. La visione era suo. La firma era sua. Il travertino e il marmo li hanno lavorati i ragazzi della bottega: scalpellini, assistenti, esecutori di straordinaria bravura, probabilmente invisibili alla storia. La domanda implicita era: chi era il creatore?

Ho annuito. È una metafora che funziona. Come tutte le metafore che funzionano, nasconde qualcosa.

DUE

Mi è arrivato un messaggio da Adelphi per annunciare che è tornato disponibile in Italia un libro che Jorge Luis Borges ha scritto negli anni '60 e in spagnolo si intitolava El Hacedor. In italiano lo trovate come L'Artefice. Ma "hacedor", dal verbo hacer, fare, non è proprio "artefice". È più vicino a "fattore", nel senso antico: colui che fa. Non chi crea dal nulla, non il demiurgo, non l'artista con la maiuscola. Qualcuno che fa accadere le cose.

I traduttori italiani hanno avuto un problema. Perché in italiano "fattore" suona come il contadino che gestisce il podere, o, peggio, come una variabile algebrica. Così hanno virato su "artefice", che ha più dignità, più distanza. Ma ha perso qualcosa nel tragitto. Ha perso l'ambiguità.

Borges sceglie "hacedor" perché il fare è indecidibile, contiene sia la creazione che l'esecuzione, e non vuole risolvere la tensione. I traduttori italiani l'hanno risolta. E risolvendo l'ambiguità, hanno perso il punto.

L'IA fa esattamente la stessa operazione. Risolve ambiguità per default. Disambigua dove dovrebbe restare nel dubbio. È un "artefice" che non può essere un "hacedor" perché non sa abitare l'indecisione. Produce, non fa. Genera, non crea. E la differenza non è semantica: è ontologica.

Una piccola parentesi matematica che non è una parentesi

In algebra, un fattore non è il risultato. È ciò che, moltiplicato con altri fattori, produce il risultato. Prendiamo 12. I suoi fattori sono 2, 2 e 3. Nessuno di loro è 12. Ma senza di loro, 12 non esiste; almeno non in quella forma, non con quella struttura interna. La scomposizione in fattori primi non è una demolizione: è una rivelazione. Mostra l'architettura nascosta di qualcosa che sembrava semplicemente un numero.

Ora: i ragazzi della bottega di Bernini erano fattori. Bernini era… cosa? Non il prodotto finale, che era la fontana. Era forse il segno dell'operazione. La moltiplicazione stessa. Colui che decideva quali fattori combinare, in quale ordine, con quale peso specifico.

E allora il problema non è stabilire chi valga di più tra Bernini e i suoi scalpellini. Il problema è che senza la distinzione dei ruoli, senza sapere chi è il segno e chi sono i fattori, il calcolo non torna. O peggio: torna, ma non sai perché. E la prossima volta non riesci a rifarlo.

La bottega come sistema di conoscenza tacita

La bottega non era un coworking con Wi-Fi e kombucha alla spina. Era un sistema di potere. Bernini poteva permettersi di non toccare il marmo perché aveva committenze papali, un nome che valeva come garanzia bancaria, e una struttura economica che gli metteva a disposizione manodopera qualificata. Quando un CEO oggi dice "io faccio come Bernini", la domanda non è se stia descrivendo una visione, se si stia auto-incensando, o se stia giustificando una distanza.

Ma c'è un'altra cosa che la metafora dimentica, ed è più importante. La bottega era un sistema di trasmissione di conoscenza tacita, quello che il filosofo Michael Polanyi chiamava knowing-how in contrapposizione al knowing-what. Non la conoscenza che si scrive in un manuale. Quella che si acquisisce sbagliando sotto lo sguardo di chi ha già sbagliato. Che si incarna nella mano prima che nella mente. Che non si codifica, si tramanda.

Il maestro non si limitava a dare istruzioni. Correggeva il colpo di scalpello. Mostrava con il gesto. Creava un ambiente in cui l'errore aveva un valore formativo, in cui il pezzo da rifare non era uno spreco ma una lezione. Il ragazzo di bottega non era un esecutore. Era un interprete con trent'anni di futuro nelle mani.

Oggi sappiamo che questa trasmissione si è rotta. La capacità di formare, addestrare, istruire nuove risorse è tra le competenze trasversali più carenti nelle aziende. L'apprendistato si accorcia. I ruoli junior vengono saltati. Le scorciatoie diventano workflow codificati. E la conoscenza che non si codifica svanisce silenziosamente.

Le aziende che oggi celebrano la bottega rinascimentale come modello per l'era dell'IA sono, in larga parte, le stesse che negli ultimi vent'anni hanno sistematicamente smantellato ogni struttura di apprendistato, mentoring, prossimità formativa. Hanno eliminato le botteghe reali e ora le citano come metafora aspirazionale.

La Camera Obscura, non la black box

Il discorso sull'IA oscilla tra due pigrizie. Da un lato chi dice: è una black box, nemmeno chi l'ha fatta sa come funziona e alza le spalle. Dall'altro chi dice: non importa come funziona, basta che funzioni. Sono la stessa resa, in due toni diversi.

Ma c'è un'altra possibilità. I pittori del Rinascimento usavano la camera obscura. Un dispositivo ottico di cui non capivano magari fino in fondo la fisica, ma che usavano per vedere diversamente. La camera oscura non spiegava il mondo: lo capovolgeva. E in quel capovolgimento, il pittore vedeva strutture, proporzioni, relazioni che a occhio nudo non avrebbe colto.

L'IA può funzionare così. Non come una scatola nera di cui vergognarsi o che si subisce, ma come un dispositivo ottico che inverte la percezione. A condizione che tu sappia cosa stai guardando. A condizione che tu abbia qualcosa da guardare.

E qui torna la distinzione che conta. L'IA codifica il knowing-what con efficienza brutale. Del knowing-how non sa che farsene. Non perché sia limitata. Perché il knowing-how non è informazione: è relazione, tempo, errore accumulato, corpo.

Il disegno condiviso, l'agente, e il problema della fiducia

C'è un momento preciso in cui il modello della bottega diventa qualcosa di radicalmente diverso. È il momento in cui smetti di sorvegliare l'esecuzione. Con i ragazzi di Bernini, la fiducia era relazionale. Si costruiva nel tempo, attraverso l'apprendistato, la correzione, la prossimità fisica.

Nell'era agentica, quella in cui stiamo entrando adesso, la struttura è diversa. Tu condividi il disegno: l'intenzione, il contesto, i vincoli, la direzione. E poi l'agente esegue. Autonomamente. In sequenze di passi che non supervisioni in tempo reale. Che forse non sei nemmeno in grado di ricostruire per intero a posteriori.

Il frame dominante del momento si chiama "human in the loop". Suona rassicurante. Ma parla di controllo procedurale: checkpoint, validation gates, override buttons. Quella di cui parliamo qui è fiducia strutturale. Non ti fidi della persona, ti fidi del sistema che hai costruito a monte. Del modo in cui hai formulato il disegno iniziale.

Questo è un cambiamento antropologico prima che tecnologico. Per secoli abbiamo delegato i compiti. Ora deleghiamo i processi. La differenza non è di grado, è di natura. Delegare un compito significa dire: fai questo. Delegare un processo significa dire: capisci cosa sto cercando di ottenere, e trovaci una strada. Il secondo tipo di delega richiede che tu sappia, con una chiarezza insolita, cosa stai cercando di ottenere. Richiede che tu sia, di nuovo, hacedor.

Se non lo sai, nessun agente del mondo può saperlo al posto tuo.

Il tirocinante

C'è un film del 2015 con Robert De Niro e Anne Hathaway. Si chiama The Intern. De Niro interpreta un settantenne in pensione che diventa stagista in una startup di e-commerce diretta da una founder trentenne, brillante, sopraffatta. Il film è una commedia leggera. Non ha pretese filosofiche. Eppure dice una cosa che tutto il dibattito sull'IA non riesce a dire.

De Niro non porta competenze tecniche. Non sa usare i tool. Non capisce il business model. Porta qualcos'altro: sa quando una riunione è finita prima che finisca. Sa che a volte il problema non è il problema. Sa ascoltare senza proporre soluzioni. Sa stare in una stanza senza riempirla. Sa cose che non si possono dire, solo mostrare. Polanyi, di nuovo.

Il mondo del lavoro ha passato vent'anni a eliminare i De Niro. A pensionare il sapere tacito, rottamare l'esperienza non certificabile, sostituire la prossimità con i workflow. E adesso scopre che l'IA sa fare tutto quello che facevano i junior, ma non sa fare niente di quello che facevano i senior. Non i senior per titolo, quelli sono intercambiabili come chiunque, ma i senior per accumulo: quelli che hanno sbagliato abbastanza a lungo da non aver più bisogno di spiegare perché certe cose non funzioneranno. Quelli che nel marmo sentono la venatura.

La firma, alla fine

Borges, un autore che a me il segno lo ha lasciato, intitola il suo libro con la parola più semplice possibile: il fattore, colui che fa. E poi riempie quel libro di labirinti, specchi, sogni, doppi, autori che si perdono nelle proprie opere.

Stai creando o stai eseguendo? Non è una domanda retorica. È una domanda di sopravvivenza professionale. Ti dice cosa puoi delegare. Ti dice chi sei. E ti dice, questo è il colpo di scena che nessuno forse voleva o di certo si aspettava, chi hai smesso di formare.

Perché il vero problema non è se l'IA ci sostituirà. Il vero problema è che abbiamo smesso di trasmettere le cose che l'IA non può imparare. E ora ci stupiamo che manchino.

Il futuro del lavoro non è il giovane founder con l'agente AI. È il vecchio intern(o) che sa perché il marmo si lavora controvena. Solo che quello, nel frattempo, l'abbiamo mandato a casa.


Pubblicato il 13 marzo 2026

Bernardo Lecci

Bernardo Lecci / Digital Transformation & Strategy Director, AI Advisor | Marketing Innovation, Change Management & Brand Evolution