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Molto prima dell’IA generativa, Isaac Asimov aveva già raccontato il trauma sociale della sostituzione del lavoro umano con le macchine umanoidi.

In Abissi d’acciaio i robot sostituiscono dapprima il lavoro di commessi e fattorini, ma la loro diffusione minaccia presto di soffiare il posto anche a poliziotti, impiegati, colletti sempre più bianchi. Ci sono proteste, declassamenti, folle inferocite e uomini che capiscono di poter essere rimpiazzati non solo nella forza lavoro, ma anche nel giudizio, nelle competenze, nelle funzioni mentali.

Ma il bersaglio vero del romanzo non è la macchina in sé. Asimov mostra con lucidità sorprendente che una società senza protezioni trasforma ogni progresso in una minaccia, e che il vero incubo non è la macchina che lavora meglio dell’uomo, ma il sistema che rende quella superiorità una condanna per chi resta indietro.


A New York, una protesta contro le intelligenze artificiali che sostituiscono il lavoro degli umani rischia di finire molto male. Un assembramento di manifestanti davanti a un’attività commerciale viene disperso da due poliziotti sotto la minaccia delle armi, e solo la freddezza di uno degli agenti impedisce che la situazione degeneri in danni e feriti.

Detta così, potrebbe sembrare una notizia di queste settimane. Ma no, questa scena non viene dalla cronaca di oggi: viene dalla fantascienza del 1953. Più precisamente, sono i capitoli iniziali del romanzo Abissi d’acciaio, incentrato proprio sul trauma sociale del rimpiazzo sistematico dei lavoratori umani con robot umanoidi, inizialmente nelle professioni meno qualificate – commessi, fattorini – per poi riguardare “colletti” sempre più bianchi.

Proviamo a pensarci: di cosa si parlava nel 1953? Della morte di Stalin, della guerra fredda, della Corea, della bomba H, dell’incoronazione di Elisabetta II... non certo dei 37 dipendenti di InvestCloud licenziati qualche giorno fa a Marghera perché “l’IA è meglio”. Sì, l’automazione faceva già paura, ma restava ancora dentro l’immaginario industriale del Novecento: catena di montaggio, fabbrica, fordismo; nulla a che vedere con la sostituzione strisciante di esseri umani con intelligenze artificiali capaci di occupare persino i posti più delicati.

Eppure quel geniaccio di Asimov già parlava di noi. Asimov, per intenderci, è lo stesso autore che a soli 18 anni esordì con Naufragio al largo di Vesta, racconto di sopravvivenza nello spazio con tre astronauti alla deriva attorno a un asteroide, una sola tuta spaziale, pochi giorni d’aria e una falla da riparare all’esterno della navicella. Il racconto in sé è già notevole, ma è l’anno a fare impressione: 1938. Si erano appena abbandonati i dirigibili, altro che tute spaziali.

Vale dunque la pena di dare uno sguardo a quello che immaginava Asimov a proposito del lavoro sostituito dall’IA, o meglio dai suoi “robot positronici”. Abissi d’acciaio è un romanzo poliziesco ambientato 3000 anni dopo la nostra epoca. In quel futuro la Terra ha superato gli 8 miliardi di abitanti, e con una densità simile ogni cosa è severamente razionata, comprese le calorie pro-capite. Qua, va detto, Asimov nel 1953 ha sbagliato i conti: gli 8 miliardi li abbiamo superati già oggi, senza arrivare a imporre su scala globale una disciplina così rigida — per il momento.

Un licenziamento al Dipartimento di Polizia

Al Dipartimento di Polizia di New York un dipendente, il fattorino Vince, è stato sostituito da un automa. Il romanzo si apre proprio così: Elijah Baley, disincantato detective del Dipartimento, riceve una visita da questo suo nuovo “collega” robotico, che gli annuncia che il capo lo cerca. Baley non nasconde il suo disprezzo verso i robot:

Baley si chiese, irritato, perché lo stesso lavoro non potesse farlo un uomo.

Mentre si avvia verso l’ufficio del capo della polizia, incontra un altro poliziotto, che gli parla della sorte dell’impiegato licenziato:

Sai, l’altro giorno ho visto Vince […], cercava di farsi ridare il suo lavoro, o qualunque lavoro qui al Dipartimento. Il ragazzo è disperato, ma che potevo dirgli? Il suo lavoro lo fa il robot, adesso. E così gli tocca fare il garzone per una fabbrica di lieviti; era un ragazzo in gamba, piaceva a tutti”.

In queste poche righe, che sembrano scritte ieri, c’è già quasi tutto. Anzitutto, il carattere impersonale della sostituzione: Vince è simpatico, è capace, benvoluto, eppure è stato espulso; non è inadatto, non ha fatto niente di male, è solo diventato superfluo perché adesso lo fa il robot”. Poi, il declassamento immediato: dal Dipartimento a garzone per una fabbrica di lieviti. Infine, il tono della rassegnazione: “che potevo dirgli?”. Nessuno sa che cosa dirgli, perché nessuno può davvero opporre un argomento all’efficienza della macchina.

Sovrappensiero, Baley entra nell’ufficio del suo superiore, che intende affidargli un caso della massima importanza. Si tratta di omicidio, ma non di un omicidio qualunque: a New York è stato ucciso uno Spaziale. Gli Spaziali sono i discendenti dei terrestri emigrati secoli prima su altri mondi, civiltà immensamente più ricche e più avanzate della Terra. Vivono a lungo, disprezzano la promiscuità e il sovraffollamento delle città terrestri, e guardano gli abitanti della Terra con una miscela di diffidenza, arroganza e paternalismo. Per questo l’assassinio di uno di loro è un incidente diplomatico potenzialmente esplosivo, ma non è solo questo a turbare il capo della polizia: se il Dipartimento non riesce a dimostrare efficienza risolvendo il caso, tutti loro rischiano di essere “sostituiti” come Vince:

Tutti noi rischiamo di perdere il lavoro […] questo è solo l’inizio, e fa il fattorino. Altri fanno i vigili. Maledizione, Baley, […] ci sono robot che possono fare il tuo lavoro e il mio. Verremo declassati, non credere. E alla nostra età l’ufficio di collocamento non dà molte speranze”.

Nella Terra futura immaginata da Asimov gli effetti del “declassamento” sono terribili: essendo tutto strettamente razionalizzato e contingentato – tanto che persino i bagni sono in comune, gli appartamenti sono minuscoli e un lavandino privato è un privilegio raro – , perdere l’impiego significa perdere gradualmente accesso a tutto ciò che rende la vita appena sopportabile: ancora meno privacy, ancora meno comfort, meno servizi, minore qualità del cibo, meno razioni caloriche consentite. Vuol dire essere spinti verso una soglia oltre la quale la vita si restringe, si umilia e alla fine si spegne. Gli stessi genitori di Baley, dopo aver subito il declassamento, non sono sopravvissuti e lui è cresciuto orfano.

Baley accetta il caso, ma a una condizione per lui intollerabile, imposta dagli Spaziali: dovrà condurre l’indagine affiancato da un partner, e questo partner è proprio uno degli odiatissimi robot: R. Daneel Olivaw. Daneel è un robot avanzatissimo, frutto della tecnologia spaziale, e a differenza dei robot terrestri è praticamente indistinguibile da un essere umano. Proprio questo lo rende, agli occhi di Baley, ancora più perturbante: un rivale perfetto, capace di svolgere con efficienza sovrumana tutte le funzioni che l’uomo considerava ancora sue.

Come se non bastasse, Baley riceve un ordine contraddittorio: collaborare con Daneel, ma fare in modo che il merito della soluzione resti umano. Ecco un paradosso molto familiare nelle aziende di oggi, dove si lavora con l’IA e allo stesso tempo si subisce la pressione continua di dover dimostrare di servire ancora a qualcosa; se Baley, uomo, risolve il delitto, si può ancora raccontare che esiste una sfera dell’esperienza umana non rimpiazzabile: intuito, giudizio, conoscenza del contesto, responsabilità, quello che si vuole. Se invece il merito va a Daneel, o peggio se Daneel fa tutto da solo, il messaggio implicito è tremendo: anche il lavoro mentale, investigativo, decisionale può essere svolto meglio da una macchina.

L'incidente al negozio di scarpe

Ed è qui che arriviamo alla protesta davanti all’attività commerciale. Baley e Daneel si sono appena incontrati per avviare le indagini, quando notano un assembramento di persone davanti a un negozio di scarpe, dove il proprietario ha sostituito i suoi commessi con tre robot:

Va bene, gente”, disse Baley asciutto. “Che diavolo succede? Perché tutta questa confusione?”

Una delle donne disse, con voce stridula: “Sono venuta a comprare delle scarpe. Perché non posso avere un commesso normale? […] Non sono uomini, sono robot! […] Vi dico io che cosa fanno, casomai non lo sapeste. Rubano il lavoro agli esseri umani, e questo è il motivo per cui il governo li protegge. Lavorano gratis, e a causa di questo intere famiglie sono ridotte a vivere nelle baracche. Se fossi io il capo qua dentro farei a pezzi tutti i robot”.

Oggi, settantatré anni dopo Abissi d’acciaio, leggiamo frasi di questo tenore, a decine, sotto i post che raccontano casi come i licenziamenti di Marghera e altri simili. Baley, in quanto poliziotto, sa che deve intervenire, perché è chiaro che i dimostranti hanno intenzione di penetrare nel negozio, distruggere i robot fino all’ultimo bullone, sfasciare il locale. Eppure in cuor suo sente di non poterli biasimare:

Diede un’occhiata ai commessi robot, […] per giunta un modello non troppo costoso […]. Erano fatti per conoscere pochi dati essenziali, come i vari tipi e numeri di scarpa, i prezzi [...]. Erano capaci di ricordare quando un modello stava per finire e bisognava rifornirsi […]. Forse, erano più scrupolosi degli esseri umani perché pensavano solo al lavoro e non avevano interessi esterni. […] Quando arrivava un cliente, gli prendevano la misura del piede. In sé, del tutto innocui. Come categoria, estremamente pericolosi.

Baley empatizza con i manifestanti, perché la loro paura è anche la sua. Ma sta già cominciando a intuire che forse la colpa, o meglio la responsabilità, non è davvero dei robot:

Motivi per odiare i robot ne esistevano certamente. Uomini che si trovavano di fronte alla prospettiva del declassamento dopo una vita di sacrifici (e che, quindi, sarebbero scesi al livello del minimo indispensabile a sopravvivere, se pure ce l’avrebbero fatta) non si potevano biasimare quando se la prendevano con gli automi. [...] I robot erano un bersaglio ideale, concreto. La politica del governo e i suoi slogan (come “Produzione più alta con il lavoro degli automi”) erano troppo distanti per rappresentare un bel capro espiatorio. Il governo parlava di necessario dolore […] e assicurava i cittadini che dopo un iniziale periodo di difficoltà sarebbe seguita per tutti una vita diversa e migliore.

Queste righe – scritte 73 anni prima delle promesse di Elon Musk a Davos, secondo cui l’IA e la robotica apriranno una nuova fase di prosperità materiale per l’umanità – cambiano molto il senso politico, ed etico, del romanzo. In Abissi d’acciaio il problema non è la macchina che lavora meglio dell’uomo; il vero problema è una società talmente compressa da trasformare l’efficienza a tutti i costi in una minaccia letale per i più vulnerabili. Il robot diventa insopportabile non perché sia malvagio, ma perché agisce dentro un sistema che non ha cuscinetti né misericordia. In un contesto del genere, ogni progresso tecnico viene percepito come un coltello puntato alla gola dei penultimi; le macchine diventano così il capro espiatorio, nell’impossibilità di colpire chi è realmente responsabile.

Due intelligenze costrette a convivere

Al negozio di scarpe, intanto, le cose stanno iniziando a prendere una brutta piega:

Mancavano pochi minuti perché la folla esplodesse in una feroce sequenza di sangue e vandalismo.

Baley, seguendo la procedura, sta per chiamare una squadra anti-sommossa, ma il robot Daneel, ignorando il collega umano, fa tutto da solo: ordina di alzare la saracinesca del negozio, si piazza in posizione dominante sopra un espositore di scarpe, e affronta la folla con l’arma in pugno. Con voce gelida intima a tutti di arretrare, dichiarando che sparerà senza esitazione a chiunque tenti di avanzare o di toccarlo. È un bluff, perché un robot non potrebbe mai far male a un essere umano – le famose “leggi della robotica” –, ma la folla non lo sa. Nel giro di pochi istanti l’assembramento si sfalda e il tumulto è finito.

Daneel ha ristabilito l’ordine da solo, più velocemente di quanto avrebbe fatto Baley, ma il detective è furibondo: lo rimprovera perché ha corso un rischio enorme, minacciando la folla con l’arma invece di seguire la procedura:

Ora stammi a sentire.” Baley cercò di suonare più minaccioso possibile, […] “non provarti a farlo di nuovo.”

Non provarmi a far rispettare la legge? Ma se non faccio questo, qual è il mio scopo?”

La risposta di Daneel mostra, per la prima volta nel romanzo, uno dei tratti più geniali di Asimov: il punto di vista dei robot. Daneel non ha agito per umiliare Baley, ha semplicemente fatto ciò per cui esiste. Lui e Baley, in fondo, stanno lottando per lo stesso obiettivo: giustificare la propria presenza nel mondo. A poco a poco Abissi d’acciaio smette di essere un romanzo sulla guerra fra uomini e macchine e diventa qualcosa di più sottile: il racconto di due intelligenze costrette a convivere, a misurarsi e infine, forse, a riconoscersi.

Il caso di omicidio non si rivelerà risolvibile senza l’apporto congiunto dell’uomo e del robot, ciascuno coi propri tratti esclusivi e inimitabili. Elijah Baley e Daneel Olivaw diventeranno, in questo e nei romanzi successivi del Ciclo dei robot, una delle coppie più memorabili della fantascienza. Daneel, in seguito, arriverà persino a farsi interprete della “legge zero” della robotica:

Un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l'umanità riceva danno.

Questa, però, è un’altra storia.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 13 marzo 2026

Simone Mattoli

Simone Mattoli / Account & Project Manager