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L'amore degli LLM per il "Non è X, ma è Y".


Un segna brise

C'è un costrutto linguistico nei testi contemporanei, diciamo degli ultimi anni, che come fa il Prugnolo bastardo con le brise, segnala la scrittura supportata da un'intelligenza artificiale. Ormai tutti noi, lettori social e utilizzatori inconsapevoli, ci siamo accorti di questo "vizio stilistico" degli LLM. Se ne parla sui social. C'è chi dice che non c'è niente di male, chi se ne lamenta.

Di cosa sto parlando? Del "non è X, ma è Y". Un costrutto che, in forma diversa ma sostanzialmente identica, si ripete ossessivamente nei testi prodotti con il supporto dell'intelligenza artificiale. È talmente invasivo che lo ritrovo in testi scritti da persone competenti, che non avrebbero bisogno della macchina per scrivere due righe sensate e intelligenti su un argomento. Anche nei miei di scritti, almeno prima di questa presa di consapevolezza. Se gli LLM sono innamorati di questa struttura, certo è che me la stanno facendo odiare: quando la incontro, anche in testi di persone che stimo, mi passa la voglia di continuare a leggere.

Qui però bisogna fermarsi un momento, perché il bersaglio giusto non è il costrutto.

Nel costrutto in sé non c'è nulla di sbagliato. Ha una funzione retorica ed epistemica precisa, e la ritroviamo nella scrittura filosofica, nella saggistica di alto livello, in pagine della grande letteratura, nella poesia. Cerca di mantenere il pensiero in carreggiata: "quello che ho appena detto ti potrebbe portare a pensare X, ma è Y, rimani in carreggiata." È un modo tutto umano di anticipare ciò che un altro potrebbe essere portato a pensare da quanto appena detto, e di avvertirlo che non è così, eliminando le alternative che quel detto lascerebbe aperte. Funziona anche in senso opposto, quando serve ad ampliare un concetto comune: pensiamo all'argomentazione come a un ragionamento, ma non è solo questo, veicola anche emozioni. I narratori lo usano quando si rivolgono al lettore: "ora da quanto detto uno potrebbe pensare che… ma non è così…" Sterne è stato un maestro in questo. Il costrutto regge figure retoriche note fin dall'antichità: epanortosi, prolessi, concessione. E tutte richiedono la stessa cosa: un uomo che pensa a ciò che un altro uomo potrebbe pensare.

Ed è qui che il problema si sposta: dalla forma all'assenza di un perché. Un LLM non pensa a cosa potrebbe pensare chi legge: usa la struttura solo perché l'ha vista usare a tanti altri. È come se dicesse: se agli umani piace così tanto, chi sono io per negarglielo. E questo genera l'effetto opposto a quello per cui il costrutto è nato: una ripetizione forzata, non giustificata dal contenuto né da un effetto retorico voluto, produce fastidio, non chiarezza. Vale anche per un umano che lo ripete senza motivo, a maggior ragione quando si intuisce dietro una macchina.

La macchina sbaglia la macchina corregge

Se il problema è l'assenza di intenzionalità, allora è anche un problema che si può nominare con precisione, e ciò che si nomina con precisione diventa correggibile. Una macchina algoritmica riproduce un pattern e non può scegliere di non farlo, a meno che qualcuno non le imponga una regola esplicita prima della generazione, un po' come un uomo che sa di avere un comportamento sbagliato ma non riesce a smettere (non sono cattiva, mi disegnano così, diceva Jessica Rabbit): se abbastanza lucido, potrebbe rispondere "dovresti costringermi in questo modo." La regola, però, deve essere precisa quanto la diagnosi: distinguere prolessi, epanortosi, concessione e preterizione, perché una regola che le trattasse come lo stesso problema colpirebbe anche le concessioni argomentativamente necessarie e le correzioni definitorie che aggiungono davvero contenuto. 

Ma dato che il risultato non è scontato, occorre fare un controllo ulteriore sugli output. Basta un insieme di istruzioni di controllo di eccesso retorico e di coerenza e la macchina individua nei propri output , ma in generale in qualsiasi testo, i passaggi a vuoto, gli eccessi retorici, la coerenza simulata. Permettendoti di correggerli.

La cosa curiosa, ma non tanto a pensarci bene, è che questo controllo non riguarda solo le macchine. Ho preso vecchi testi miei e li ho sottoposti agli stessi check che uso sugli output della macchina, e mi ha trovato errori, incoerenze, passaggi a vuoto di cui non mi ero accorto.

E non sono una macchina. Credo.


Pubblicato il 13 luglio 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)