Qualche giorno fa Carlo Mazzucchelli ha recensito il libro di Arnaud Orain, La confisca del mondo. Orain descrive un capitalismo che, quando prende coscienza della finitudine delle risorse, invece di rallentare accelera: un tecno-capitalismo in cui le diverse fazioni (non solo statali, ma anche corporative) sfruttano tecnologie sempre più sofisticate per accaparrarsi risorse che ormai sa essere in esaurimento.
La reazione alla scarsità non è la “cura del limite”, ma la corsa all’appropriazione. Nel solco di una ricca tradizione di pensiero che va da Heidegger a Günther Anders, da Lévinas a Hannah Arendt, Carlo propone una soluzione tanto semplice quanto radicale: riconoscere limite e attrito.
È stata in particolare, ma non solo, la menzione di Heidegger a stimolare a sua volta qualche mia piccola riflessione. E qui raccolgo l’invito di Carlo a sviluppare gli spunti accennati nei miei commenti alla sua recensione.
Seduti su uno sgabello a tre gambe
Sarei tentato di parlare di questo capitalismo che non riconosce il limite come di una macchina in corsa che non riesce più a frenare. Contemporaneo, grafico, facile da capire, allineato con l’idea heideggeriana del dominio scientifico-tecnico sulla realtà, di cui parlerò più avanti. Invece vorrei fare un passo indietro e recuperare un’immagine che sa di cucina di casa contadina, il three-legged stool, lo sgabello a tre gambe, di cui parla Saul.
Già nel 1995, nel suo saggio The Unconscious Civilization, il filosofo John Ralston Saul descrive la società occidentale come uno sgabello che si regge su tre gambe interdipendenti: scientismo, potere corporativo e tecnocrazia. L’epistemologia del pensiero scientifico-tecnico, il liberalismo politico e il capitalismo economico si sorreggono a vicenda, in un equilibrio precario che, nella sua interpretazione, soffoca il dubbio democratico. Anche se Saul non presenta come universale questa triade, il suo ragionamento suggerisce che qualsiasi civiltà matura tenda a strutturarsi su questi tre pilastri interdipendenti: una forma del sapere, una struttura politico-istituzionale e un sistema socioeconomico. Nel Medioevo, per esempio, nel sapere la società occidentale si reggeva sull’intreccio tra la teologia cristiana fondata sul tomismo aristotelico, sul dualismo tra papato e impero, entrambi di diritto divino, come struttura politico-istituzionale, e sul feudalesimo e il corporativismo come sistema socioeconomico.
Se l’intuizione di Saul è corretta, lo sgabello non può reggersi se si spezza anche una sola delle tre gambe. Per restare nell’esempio precedente, il declino del sistema feudale e corporativo porta gradualmente al tramonto dell’impero e alla perdita di centralità del papato. Si assiste all’ascesa dei primi stati-nazione, si moltiplicano le eresie, con il protestantesimo (come illustrerà Max Weber) nasce una nuova teologia allineata alla crescita della borghesia finanziaria e proto-imprenditoriale. Il pensiero unico viene sostituito dai molti pensieri in competizione: le interpretazioni della Bibbia si moltiplicano, your guess is as good as mine, ed è da quegli infiniti dibattiti sul fatto se Gesù possedesse o meno i vestiti che indossava (cit.) che arriva la nostra venerazione per la concorrenza. Prima che economico, il libero mercato è stato filosofico e teologico.
Tornando a noi, così come lo sgabello medievale crollava senza teologia tomistica, oggi il nostro sgabello non starebbe in piedi senza lo scientismo delle magnifiche sorti e progressive. Quindi, senza il capitalismo della crescita infinita, che ne è il figlio e la conseguenza. In questa impossibilità risiede già una prima risposta alla domanda iniziale: possiamo fermarci e riconoscere il limite?
Non possiamo illuderci di poter rinunciare al capitalismo dell’accaparramento mantenendo uguale tutto il resto. Sostituire una sola gamba significa ridefinire tutto lo sgabello. Ci si accorge che la nuova gamba è un po’ più corta, e bisogna limare le altre. O è un po’ più lunga, e sotto le altre dobbiamo mettere uno spessore. Molto spesso, alla fine ci si rende conto che si fa prima a sostituirle tutte e tre.
Dallo sgabello contadino alla sedia da ufficio
Rispetto ai nostri antenati medievali, noi abbiamo una difficoltà in più. Proviamo a immaginare un evento di team building che, per qualche motivo, consista in una gara di sedie da ufficio nei corridoi dell’azienda. A coppie, un collega ne spinge un altro, seduto sulla sedia con le rotelle, in una corsa sempre più sfrenata: fa parte del gioco non sapere dove sia il traguardo. Se si spezzava una gamba dello sgabello medievale, il buon tomista che ci stava sopra al massimo finiva col sedere per terra. Se si spezza una gamba della sedia da ufficio contemporanea (improbabile, lo so, ma immaginiamolo ai fini dell’esperimento mentale), il povero impiegato-concorrente va a sbattere.
Questa è la nostra situazione oggi. Loro stavano seduti su uno sgabello più o meno fermo. Noi siamo seduti su una sedia da ufficio lanciata in corsa lungo i corridoi labirintici di una mega-corporazione planetaria. Per chi ha visto l’enigmatica e affascinante serie Severance (Scissione in italiano), immagiamo il bianco abbagliante degli infiniti corridoi della Lumen, la misteriosa super-multinazionale quasi-esoterica. Le sedie da ufficio non hanno i freni. Abbiamo solo due possibilità: o andiamo a sbattere, o speriamo che prima o poi, da qualche parte, ci sia un traguardo. Nel frattempo, corriamo sempre più veloce, perché pensiamo che vincerà solo la prima coppia di colleghi che arriva in fondo.
Fuor di metafora, la nostra società non può rallentare, o peggio ancora fermarsi, perché rallentare significherebbe negare i propri stessi presupposti teorici, significherebbe ammettere che in fondo agli interminabili corridoi non esiste nessun traguardo escatologico invisibile che, se ci impegniamo abbastanza, prima o poi raggiungeremo. Dello sgabello di Saul, Orain illumina soprattutto la gamba socioeconomica e, in parte, quella politica, mostrando come la consapevolezza della finitudine acceleri verso una feroce “confisca”. Figure come Heidegger riportano la nostra attenzione verso la gamba epistemologica del nostro metaforico sgabello. O sedia da ufficio.
L’eccezione siamo noi, ma fino a che punto?
Per Heidegger la finitudine non è un evento che ci aspetta in fondo alla strada. È la struttura stessa di come esistiamo: siamo esseri proiettati verso il proprio limite. Se viene accettata invece di essere negata, questa proiezione diventa la condizione di ogni autenticità possibile. Solo chi riconosce il proprio confine smette di disperdersi, comincia davvero a scegliere, torna responsabile di qualcosa.
In tutte le società prescientifiche (“tradizionali”, nel senso di Guénon) questa consapevolezza è ben presente. Per l’antichità classica non esiste il peccato, esiste la hybris: il rifiuto di riconoscere i nostri limiti come esseri umani. Tutto ciò che sta nei limiti dell’umano è ammissibile, o quantomeno comprensibile: homo sum, humani nihil a me alienum puto. L’uomo è l’abitante della Terra di Mezzo, i suoi confini sono orizzontali: sopra c’è il mondo iperuranio degli dèi e degli spiriti, sotto gli inferi delle creature ctonie. Con il cristianesimo la cesura diventa anche verticale. La Terra di Mezzo viene tagliata in due: da un lato ciò che è lecito, dall’altro il peccato. A maggior ragione se guardiamo alle società ancora più tradizionali, come le società indigene ancora interamente immerse nei ritmi della natura. La parsimonia, la penuria, la preservazione e il recupero delle risorse (quello che oggi chiameremmo “economia circolare”) erano un dato di fatto. Le risorse erano circolari perché, per gli antichi, è circolare e ricorrente anche il tempo: nihil novi sub sole. Il limite è anche temporale. Il tempo del cristianesimo è invece lineare e infinito: dalla creazione, alla redenzione, verso un giudizio finale costantemente procrastinato sempre più in là. In questa concezione lineare le risorse o si accumulano, o si disperdono. Non ritornano. Non sono “rinnovabili”, nel gergo di oggi.
Togliete la fede nella grazia e sostituitela col mito del progresso, ed eccoci qua. Richiamiamo ancora Joseph Henrich e la sua spietata analisi della “stranezza” occidentale. Noi moderni siamo l’eccezione alla regola della storia umana. Come direbbe lui, siamo WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic): forse gli unici ad aver costruito un’intera civiltà sull’illusione di poter ignorare il limite. Mentre le società premoderne “abitavano” il confine, noi lo consideriamo un insulto alla nostra sovranità. Nelle parole di Genesi, 1:28: “Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra’”. Ebbene sì, ancora una volta, è da lì che veniamo. Abbiamo solo tolto dio dall’equazione, ma ci siamo tenuti il dominio.
Se l’unico dio che può salvarci è ex machina, salviamoci da soli
La tecnologia contemporanea è il braccio operativo di questo progetto di negazione. Non è un semplice strumento, ma quello che Heidegger chiama Gestell: un modo di vedere il mondo in cui tutto, compreso l’umano, diventa risorsa disponibile da ottimizzare. In questo schema la finitudine non è una struttura da abitare: è un problema da risolvere. Non a caso, Heidegger dice che nur noch ein Gott kann uns retten, ormai soltanto un dio ci può salvare dal dominio scientifico-tecnico. Ormai ci siamo spinti troppo in là per salvarci da soli. In un mondo senza Dio, che però di Dio continua a portare avanti la consegna, soltanto un deus può salvarci. Un deus che, ironicamente, non può che essere anche lui ex machina: Heidegger l’AI non l’aveva vista. Ma sono sicuro che non se ne sarebbe stupito per niente.
L’AI amplifica la nostra illusione di onnipotenza e il nostro rifiuto del limite. Il suo non è vero pensiero (e, pertanto, il limite non lo può riconoscere): è solo ottimizzazione di rotte infinite in un mondo finito, che trasforma algoritmi e statistiche in prolungamenti del Gestell. L’attrito che Heidegger ci chiede di abitare è proprio quello che l’algoritmo cancella: la soglia tra ciò che siamo in funzione della finitudine.
Verso una massa critica?
Il risultato è il paradosso che dicevo: poiché il limite è innegabile nella realtà, il tentativo di negarlo deve procedere all’infinito. Non può permettersi nessuna pausa.
Forse quel “dio” auspicato da Heidegger non è un evento messianico, ma la scelta individuale di ammettere il silenzio della domanda “sbagliata”. È in quel silenzio che il limite smette di essere una gabbia e torna a essere la forma che ci rende umani. L’unica resistenza possibile, prima che la confisca divori anche quel silenzio. Cominciare a riconoscere limite e attrito ciascuno per noi, individualmente, fino a fare massa critica, è l’unico modo per vivere il senso del limite come forma di liberazione, non di rassegnazione.
I segnali ci sono. Sono sempre più numerose le persone che rifiutano lo status quo epistemologico. Che stanno scomode sullo sgabello o, peggio, sulla sedia da ufficio lanciata in corsa. Una ricerca spesso confusa, disorientata, disordinata. Ci si affida alla New Age, o si rimpiange un passato bucolico che, forse in quei termini non è mai esistito. Ci hanno negato gli strumenti, e ci arrangiamo come possiamo.
Un movimento che non sottovaluterei. Forse non riusciremo a spezzare la gamba economica del capitalismo dell’accaparramento, anche se la spinta sempre più forte a tornare a preservare e rinnovare le risorse, come si è sempre fatto, può far sperare. Se Saul ha ragione, però, possiamo provare a lavorare a destabilizzare lo sgabello, tutto lo sgabello, lavorando sulla gamba della forma del sapere. Andando oltre lo scientismo per riconoscere e rivitalizzare i saperi antichi. Possiamo provare a fermare la corsa della sedia da ufficio. Magari facendoci aiutare dal collega che ci spinge e, possibilmente, senza andare a sbattere.