Go down

Una riflessione sul rapporto tra propaganda, giustizia e libertà, e su come il linguaggio politico contribuisca a indebolire – o a custodire – le garanzie democratiche. Un invito a distinguere, pensare e vigilare, contro la semplificazione che trasforma il rumore in consenso.


La propaganda non nasce dall’ignoranza. Nasce dalla semplificazione sistematica del reale. Funziona quando smette di chiedere comprensione e pretende adesione. Oggi la vediamo all’opera nel dibattito sulla giustizia, dove problemi complessi vengono ridotti a slogan rassicuranti: lo “strapotere dei giudici”, la “politicizzazione delle toghe”, la necessità di “mettere un argine”.

Il primo equivoco è confondere l’errore con l’istituzione.

Gli errori giudiziari esistono, sono ferite gravi e vanno riconosciuti, riparati, prevenuti. Ma trasformarli in una delegittimazione indistinta del potere giudiziario non corregge nulla: indebolisce le tutele di tutti. La storia delle democrazie insegna che quando la giustizia viene raccontata come un nemico, a guadagnarci non è la libertà, ma l’arbitrio.

Qui è utile tornare ai classici.

Montesquieu non pensava la separazione dei poteri come una guerra tra istituzioni, ma come un equilibrio dinamico di limiti reciproci. La libertà, scriveva, non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel poter fare ciò che la legge consente senza temere l’arbitrio di un altro potere. Quando il controllo di legalità viene percepito come “strapotere”, il problema non è il controllo: è la perdita della cultura dei contrappesi.

Un secondo equivoco riguarda il linguaggio. Le parole non sono neutre, soprattutto quando vengono pronunciate da chi esercita funzioni di governo. Nella sfera pubblica, il linguaggio istituzionale produce effetti: orienta percezioni, legittima cornici, apre o chiude spazi di dissenso. Hannah Arendt ci ha ricordato che la banalizzazione del linguaggio è uno dei primi segnali di una crisi della responsabilità politica: quando le parole diventano armi, il dibattito si trasforma in campo di battaglia.

C’è poi la tentazione di riscrivere la storia a uso del presente. Citare singoli casi o singole frasi per giustificare riforme strutturali è una scorciatoia retorica.

I contesti contano, i ruoli contano, gli effetti nel tempo contano.

La critica dall’interno di un’istituzione non equivale alla delegittimazione dall’alto mentre si ridisegnano gli assetti di potere. Confondere i piani è comodo, ma fuorviante.

Norberto Bobbio, con la sua sobrietà, ammoniva che le democrazie non muoiono per un colpo solo, ma per un progressivo logoramento delle garanzie. Non servono carri armati: bastano atti formalmente corretti che producono paura, sfiducia, disaffezione prima ancora del voto. La propaganda prospera proprio qui, dove la complessità viene dipinta come élite e la semplificazione come buon senso.

Infine, la questione morale.

Che Paese stiamo consegnando ai nostri figli se abituiamo l’opinione pubblica a diffidare delle istituzioni di garanzia? Se normalizziamo l’idea che il dissenso sia un fastidio e il controllo una minaccia?

La politica, nella sua accezione più alta, è cura della cosa pubblica. Quando diventa amministrazione del risentimento, smette di essere guida e diventa rumore.

Scrivere, discutere, distinguere non è un lusso intellettuale: è un dovere civico.

La propaganda chiede applausi.

Il pensiero critico chiede tempo.

È una fatica necessaria. Perché la libertà, come sapevano i classici, non è mai un dato acquisito: è una pratica quotidiana di vigilanza.


Pubblicato il 19 febbraio 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

https://www.angelasantoro.com/