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Un’analisi critica del referendum sulla riforma della magistratura e delle sue implicazioni costituzionali.

La separazione delle carriere e il nuovo assetto degli organi di autogoverno rischiano di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, aprendo la strada a una progressiva concentrazione del potere politico.

Una riflessione sul rapporto tra giustizia, democrazia e tutela dello Stato di diritto.


Il referendum sulla riforma della magistratura viene presentato come un intervento tecnico: separazione delle carriere, nuovi organi disciplinari, maggiore efficienza del sistema giudiziario.

Ma non è una riforma tecnica.
È una questione di potere.

Le democrazie moderne si reggono su un principio semplice ma fragile: il potere deve essere limitato.

Non basta che sia eletto.

Non basta che sia legittimato dal voto.

Deve anche essere controllato.

Per questo la Costituzione italiana ha costruito un equilibrio tra i poteri dello Stato in cui la magistratura rappresenta uno dei principali contrappesi all’autorità politica.

Indebolire questo equilibrio significa alterare uno dei pilastri della democrazia costituzionale.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene presentata come una garanzia di imparzialità.

In realtà produce un effetto diverso: rende il pubblico ministero sempre più simile a un organo dell’accusa separato dall’ordine giudiziario e quindi potenzialmente più esposto alle dinamiche del potere politico.

Non è una questione astratta.

In molti sistemi in cui il pubblico ministero è separato dal corpo della magistratura, l’azione penale finisce per essere più facilmente influenzata dal potere esecutivo.

Non sempre in modo esplicito.

Spesso attraverso forme più sottili di pressione o di indirizzo.

La Costituzione del 1948 aveva cercato di evitare proprio questo rischio.

Separare rigidamente le carriere significa cambiare la logica di fondo di quel sistema.

A questo si aggiunge un altro elemento problematico: l’introduzione del sorteggio per la composizione di alcuni organi della magistratura.

Il sorteggio viene presentato come un antidoto alle correnti e alle logiche di appartenenza.

Ma trasformare gli organi di autogoverno della magistratura in organismi selezionati per estrazione casuale significa sostituire il principio della responsabilità con quello della casualità.

La giustizia non può essere regolamentata come una lotteria.

Chi sostiene la riforma afferma che serve a correggere i difetti della magistratura. È un argomento che merita attenzione, perché nessuna istituzione è immune da errori o degenerazioni.

Ma nella storia politica esiste una regola elementare: quando il potere interviene sugli strumenti che dovrebbero controllarlo, è sempre necessario chiedersi quale equilibrio stia davvero cercando di cambiare. È uno dei momenti più delicati per ogni democrazia.

Non tutte le riforme producono automaticamente più libertà.
Alcune spostano lentamente il baricentro del potere.

E quando questo accade, spesso ce ne accorgiamo solo dopo.

Per questo voterò NO.

Non perché pensi che l’attuale sistema sia perfetto, ma perché credo che indebolire l’indipendenza della magistratura significhi ridurre uno degli ultimi spazi di controllo sul potere politico.

Le democrazie raramente muoiono all’improvviso.

Più spesso si trasformano lentamente, attraverso riforme che sembrano tecniche e che invece modificano in profondità l’equilibrio tra libertà e autorità.

Ed è proprio per questo che, questa volta, voterò #NO.

Pubblicato il 15 marzo 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

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