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Un penny alla settimana: tanto versavano i lavoratori di Oakdale per il loro istituto, biblioteca compresa. Da quella fame di cultura prende avvio questo invito a leggere Jonathan Rose e a riflettere su questioni attualissime: il tempo che dedichiamo ai libri, l’abitudine a delegare le nostre scelte, la tentazione di accontentarci di un riassunto.
Il volume presenta due ostacoli: è in inglese e conta 560 pagine; potete però leggerlo a pezzi, saltare fra i capitoli e riprenderlo quando volete. Non risulta disponibile un’edizione italiana ed è un vero peccato.

Lasciate dunque che in questo articolo vi racconti il libro attraverso alcuni dei suoi personaggi: persone che, fra un turno di lavoro e le preoccupazioni quotidiane, coltivavano ambizioni intellettuali capaci di mettere in imbarazzo le nostre scuse. Le loro storie parlano anche di noi e di ciò che facciamo della libertà di leggere.


Vorrei consigliarvi un libro che ha il raro merito di far venire voglia di leggerne altri; lo ha scritto lo storico Jonathan Rose e s’intitola “The Intellectual Life of the British Working Classes”: sotto questa lunga frase poco incline alle seduzioni del commercio vive un’umanità che aveva pochi soldi, un lavoro faticoso e una considerazione delle proprie facoltà intellettuali ben superiore a quella che il mondo era disposto a riconoscerle.

L’autore è andato alla ricerca di questo tessuto umano attraverso tracce nelle memorie personali, nei registri delle biblioteche e nelle indagini sociali, ed ha composto una storia nella quale il piacere degli incontri ripaga largamente il lettore della mole del volume. 
Sono persone che vale la pena conoscere, anche perché la loro ostinazione nel trovare il tempo per leggere rende meno convincenti alcune delle nostre scuse.

Fra loro c’è V. W. Garratt, operaio a Birmingham, che leggeva di nascosto al banco di lavoro e aveva sistemato uno specchietto per accorgersi dell’arrivo del caporeparto. Il suo libro era il “Sartor Resartus” di Carlyle, un’opera filosofica e satirica sulle apparenze di cui si rivestono gli uomini e le istituzioni: una scelta piuttosto esigente per chi, nel frattempo, doveva saldare raccordi per contatori del gas. In seguito lo stesso Garratt ammise che avrebbe probabilmente meritato il licenziamento e la confessione ci permette di apprezzarlo senza doverne fare un santo: per il datore di lavoro aveva un problema di disciplina; per il lettore di Rose, una curiosità alla quale la giornata lavorativa stava decisamente stretta.

Se lo specchietto di Garratt vi sembra ingegnoso, aspettate di incontrare Alfred Williams, operaio nelle officine ferroviarie di Swindon e studioso autodidatta di latino e greco.
Rose racconta che questi imparava l’alfabeto greco annotandolo col gesso sui macchinari; il suo biografo, Leonard Clark, descrive anche le parole greche scritte dietro il maglio a vapore, cancellate dal caporeparto e ricomparse il giorno seguente, talvolta in vernice bianca. Il contrasto fra le due ostinazioni meriterebbe da solo un racconto. 
Williams arrivò a tradurre autori classici, scrisse versi e lasciò una testimonianza della vita di fabbrica. Quando abbandonò le officine nel 1914, segnò sopra la propria fornace una parola latina, “vici”: ho vinto.

La vittoria aveva avuto un prezzo pesante in fatica e salute e sarebbe ingiusto scambiarla per una felice conciliazione fra lavoro industriale e vocazione letteraria; rimane il gesto di un uomo che si era rifiutato di considerare la propria mansione come la definizione completa di sé.

La tenacia con cui Williams studiava le lingue antiche aveva un corrispettivo nella pazienza di altri lettori disposti a tornare più volte sulle pagine che non riuscivano a comprendere. Il Sartor Resartus che Garratt leggeva di nascosto in fabbrica aveva messo alla prova anche il giovane Keir Hardie, futuro deputato laburista. Hardie raccontava di averlo letto tre volte prima di capirlo: già alla prima lettura ne aveva avvertito la forza, pur afferrandone soltanto in parte il significato. 
Quante volte avremmo concluso, al suo posto, che quel libro era scritto male, che l’autore si compiaceva delle proprie oscurità o che il nostro tempo meritava un impiego migliore? Hardie gli concesse altre due possibilità. 

Chiaramente non mi sento di prescrivere tre letture di Carlyle a chiunque incontri una difficoltà, ma l’episodio rende meno ovvia la convinzione che un testo debba ripagarci immediatamente dell’attenzione accordatagli; una parte del piacere di leggere può consistere proprio nel diventare capaci, a poco a poco, di ciò che inizialmente ci sembrava precluso.
Nello sforzo di comprendere un autore, talvolta scopriamo che è lui a dare voce a qualcosa che portavamo dentro senza saperlo esprimere. La quattordicenne Elizabeth Bryson trovò nello stesso Sartor Resartus le parole per domande che la accompagnavano fin dall’infanzia. Suo padre, un contabile impoverito di Dundee, amava Carlyle; per lei quelle pagine divennero una scoperta sconvolgente.
Qui la lettura acquista un significato che forse individuerete: capita di riconoscersi in una pagina scritta molto prima della nostra nascita, come se uno sconosciuto avesse trovato le parole che noi cercavamo. Trovare nei libri le parole per esprimere ciò che proviamo può cambiare il giudizio che abbiamo di noi stessi e un dubbio che ci sembrava sciocco o una domanda che non osavamo porre acquistano un altro peso quando scopriamo che qualcuno, prima di noi, vi ha dedicato pagine sulle quali altri lettori si sono soffermati.

La familiarità con un autore poteva arrivare al punto di citarlo fra compagni di lavoro con la naturalezza con cui si riferisce il parere di un amico. Il minatore gallese Joseph Keating raccontò di un compagno che, mentre spostavano detriti, pronunciò un verso sul destino. Keating riconobbe Alexander Pope, il poeta inglese del Settecento, e lo disse stupito. Il collega rispose che lui e Pope andavano molto d’accordo, riprese la pala e non aggiunse altro.
L’episodio è troppo bello per guastarlo con un commento lungo: è sufficiente godersi quella familiarità, l’assoluta naturalezza con cui un poeta può diventare qualcuno del quale ci si fida abbastanza da chiamarlo in causa durante il lavoro. Per il lettore di oggi, educato a incontrare i classici soprattutto quando qualcuno ne celebra l’importanza, è una salutare sorpresa.

Il minatore Keating ci offre anche una spiegazione molto concreta della presenza di tanti classici nelle letture popolari: gli autori viventi costavano troppo. Lui comprava ristampe economiche, spesso mal stampate, e da ragazzo aveva ricavato l’impressione che uno scrittore, per contare davvero, dovesse essere morto. Possibilmente dopo aver patito fame e abbandono. 
L’ironia appartiene alla sua memoria mentre a noi resta il dovere di prendere sul serio il dato economico: il gusto si forma anche fra i libri che ci si può permettere. Questo particolare rende più interessante la storia di Rose perché ci mostra quanto possa nascere da una scelta inizialmente limitata e quanto siano imprevedibili gli effetti di un incontro avvenuto per necessità. Un’edizione a buon mercato poteva aprire possibilità che nessuno aveva immaginato e previsto per il suo acquirente.

Il prezzo dei volumi limitava le letture di Keating e di molti altri lavoratori e acquistare libri da mettere in comune permetteva di superare almeno in parte quell’ostacolo: raccogliendo piccole quote si poteva costituire una biblioteca più ricca di quelle che ciascuno avrebbe potuto permettersi. Le associazioni di istruzione reciproca e gli istituti dei minatori davano forma collettiva a desideri come quelli appena incontrati e nel Galles meridionale degli anni Trenta gli istituti superavano il centinaio.
A Oakdale si versava un penny alla settimana: l’istituto aprì nel 1917 e il prestito che aveva contribuito alla costruzione fu estinto nel 1945 con una cerimonia per celebrare l’occasione. I 503 prestiti registrati dalla biblioteca nel dicembre del 1921 e il raddoppio durante lo sciopero generale del 1926 suggeriscono che quei soldi trovassero un impiego apprezzato.

Quegli stessi istituti ospitavano anche biliardi e cinema, circostanza che dovrebbe trattenerci dal trasformare i loro frequentatori in una processione di asceti della lettura. Rose ci restituisce persone dai gusti differenti, attraversate da aspirazioni che potevano trovare sostegno in una comunità, ma anche suscitare incomprensione e insofferenza. 
Per ricostruire queste esperienze di lettura, Rose utilizza anche le autobiografie scritte da uomini e donne delle classi lavoratrici britanniche; testimonianze preziose che restituiscono soprattutto la voce di chi ebbe la capacità, il tempo e l’occasione di raccontare la propria vita. Nelle memorie più antiche le donne sono poco rappresentate; occorre quindi evitare di attribuire a tutti i lavoratori dell’epoca le abitudini e le aspirazioni dei lettori dei quali conosciamo la storia.

Le storie raccolte da Rose invitano a giudicare con prudenza gli interessi e le capacità di una persona sulla base del mestiere che svolge o dell’istruzione che ha ricevuto.

Consigliare a un lettore soltanto libri che può comprendere senza sforzo significa trascurare il desiderio d’imparare qualcosa che ancora gli sfugge: la difficoltà può suscitare curiosità e rendere più gratificante la lettura, purché si conceda il tempo necessario per affrontarla. 
Oggi corriamo un rischio simile quando affidiamo la scelta dei libri ai suggerimenti delle piattaforme che tendono a proporci titoli affini a quelli già cercati o acquistati. Il servizio è comodo, indubbiamente, ma i gusti passati descrivono soltanto una parte delle nostre possibilità; potremmo appassionarci a un autore, a un’epoca o a un argomento dei quali, fino a ieri, ignoravamo quasi tutto.

Se tutto ciò che ci viene proposto deve assomigliare a quello che abbiamo già apprezzato, da quale incontro inatteso potrà mai arrivare una passione nuova?

Per questo leggere Rose produce un salutare disagio anche in chi dispone di possibilità che quei lettori avrebbero desiderato. Oggi possiamo procurarci testi, ascoltare lezioni e cercare interlocutori senza allontanarci da casa, eppure restiamo responsabili del tempo che concediamo a ciascuna possibilità. Se vi è capitato di rimandare un libro e poi consumare la serata fra notizie on-line, messaggi sui social-network e brevi filmati, conoscerete senz’altro la singolare sensazione che fa apparire eccessiva un’ora di lettura e trascurabile la somma di tante distrazioni. 
E attenzione anche alle nuove tecnologie perché anche un buon riassunto prodotto da un’intelligenza artificiale può diventare una forma di rinvio: ci fornisce argomenti per parlare di un’opera mentre ci risparmia l’incontro con le pagine che avrebbero potuto irritarci, sorprenderci o farci cambiare idea. Nei lettori raccontati da Rose vediamo proprio quanto possa essere personale quell’incontro e quanto sarebbe andato perduto se qualcuno avesse comunicato loro soltanto ciò che era necessario sapere di Carlyle o di Pope.

Il libro non ci autorizza però a concludere che oggi sia venuto meno il desiderio di sapere. Quando lo pubblicò, Rose riteneva che la tradizione autodidatta si fosse esaurita nel secondo dopoguerra; in seguito rivide quella convinzione riconoscendo negli odierni gruppi di lettura una continuazione della tradizione autodidatta e, in Internet, una straordinaria opportunità per chi desidera istruirsi autonomamente.
I mezzi sono cambiati ma possiamo ancora scegliere di leggere, discuterne con altri e prendere sul serio una difficoltà che valga la pena affrontare.

Leggete dunque “The Intellectual Life of the British Working Classes” per conoscere queste persone e le molte altre alle quali Rose restituisce una voce. Vi troverete orgoglio, ingegno, qualche vanità e una passione abbastanza concreta da dover fare i conti con il costo di un volume, la stanchezza e l’arrivo di un caporeparto. È una storia che invita a considerare con maggiore rispetto la vita interiore degli altri e con maggiore serietà la propria; se poi vi accadrà di riprendere un libro abbandonato, concedetegli almeno una seconda possibilità rammentando il giovane Hardie che era arrivato a tre.




Il libro: Jonathan Rose, The Intellectual Life of the British Working Classes, Yale University Press. 

Jonathan Rose, "The Intellectual Life of the British Working Classes – 50 Years in 50 Books", Yale University Press, 2023.

Pubblicato il 16 ottobre 2026

Vimana Grioni

Vimana Grioni / Ghostwriter, divulgatore e illustratore nei settori IP&Tech, mi occupo principalmente di Proprietà Industriale e Intelligenza Artificiale.

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