Prima che il mercato coniasse la parola de-consumismo, di cui ho parlato nel mio precedente articolo pubblicato su queste pagine https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/de-consumare-per-scelta-de-consumare-per-necessita-le-nuove-diseguaglianze, esisteva un progetto politico e culturale che chiedeva di consumare meno per vivere meglio e che si chiamava decrescita felice. Questo articolo ricostruisce che cosa si è perso nel passaggio dall'uno all'altro e perché, nell'epoca dei data center, quella perdita pesa sulle stesse persone che già de-consumano per necessità.
In quell’articolo ho sostenuto che sotto il nome di de-consumismo convivono due fenomeni distinti, una sobrietà scelta da chi dispone delle risorse economiche e culturali per selezionare e rinunciare, e una rinuncia imposta a chi vede comprimersi il reddito mentre resta esposto con intensità crescente agli stimoli del consumo; la prima produce distinzione, la seconda esclusione, e la narrazione pubblica le confonde sotto un'unica etichetta virtuosa che rende invisibile la disuguaglianza che le separa. La Treccani ha accolto il de-consumismo tra i neologismi del 2025 partendo dal rapporto di WGSN sul futuro del de-consumo, cioè da un lessico che nasce già dentro il mercato e che del mercato porta l'impronta.
Vorrei ora risalire a monte di quella parola, perché la genealogia di un concetto dice spesso più della sua definizione corrente, e perché il de-consumismo ha un antenato che il dibattito attuale tende a dimenticare; vent'anni fa, in Italia e in Francia, si discuteva di decrescita, e in particolare di decrescita felice, con un'ambizione molto più ampia di quella che oggi attribuiamo alle scelte d'acquisto consapevoli o meno. Confrontare le due nozioni permette di misurare che cosa sia accaduto nel frattempo a un'idea critica quando il sistema che essa criticava ha imparato a venderla, e permette anche di porre a quella vecchia idea la domanda che il presente rende inevitabile, ovvero quale senso possa avere la sobrietà individuale in un'economia che affida la propria crescita a un'infrastruttura di calcolo dal consumo materiale senza precedenti.
Una genealogia dimenticata: la decrescita felice
Nel 2005 Maurizio Pallante pubblicava La decrescita felice, con un sottotitolo che conteneva già l'intera tesi, La qualità della vita non dipende dal PIL; due anni dopo nasceva il Movimento per la Decrescita Felice, e l'espressione entrava stabilmente nel lessico pubblico italiano, accompagnata da una buona dose di ironia da parte di chi vi leggeva un elogio della povertà travestito da filosofia. Il nucleo dell'argomento di Pallante era invece rigorosamente economico e riguardava la distinzione tra merci e beni: il prodotto interno lordo misura il valore delle merci scambiate con denaro, e dunque cresce quando aumentano gli scambi monetari anche se questi non corrispondono ad alcun miglioramento della vita, mentre ignora i beni che non passano per il mercato, come il cibo autoprodotto, il tempo dedicato alla cura, le relazioni di reciprocità. Ne derivava un paradosso che Pallante illustrava con esempi volutamente domestici, per cui un'abitazione mal coibentata che disperde calore fa crescere il PIL più di una ben isolata, e un'ora trascorsa nel traffico contribuisce alla ricchezza nazionale più di un'ora trascorsa a passeggiare.
La decrescita proposta da Pallante riguardava pertanto le merci che non sono beni, cioè lo spreco, l'inefficienza e l'obsolescenza che il sistema contabilizza come ricchezza, e l'aggettivo «felice» aveva una funzione polemica precisa, quella di spezzare l'equazione tra benessere e volume degli scambi, rivendicando che una vita con meno merci potesse essere una vita con più beni, più tempo e più legami. In quella felicità risuonava la lezione di Ivan Illich sulla convivialità, sull'idea che gli strumenti debbano restare al servizio dell'autonomia delle persone e delle comunità invece di renderle dipendenti da apparati che non controllano.
Pochi anni dopo la stessa critica arrivava dal cuore dell'economia accademica, quando la Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale, presieduta da Joseph Stiglitz con Amartya Sen come consigliere e Jean-Paul Fitoussi come coordinatore, consegnava nel 2009 un rapporto che metteva in discussione il primato del PIL come indicatore del benessere collettivo. Fitoussi ha insistito a lungo su un'idea tanto semplice quanto radicale, secondo cui ciò che misuriamo orienta ciò che facciamo, e una società che misura male finisce per perseguire obiettivi sbagliati, scambiando l'aumento della produzione per un aumento della qualità della vita e ignorando la distribuzione dei redditi, la sostenibilità ambientale, il tempo libero, la sicurezza, la fiducia e la qualità delle relazioni; in Misurare ciò che conta, scritto con Stiglitz e Martine Durand, egli ricostruisce il movimento internazionale che da quel rapporto è nato e che in Italia ha prodotto gli indicatori del Benessere equo e sostenibile elaborati da Istat e CNEL. Ciò che Pallante formulava dal basso, a partire dall'esperienza dei movimenti, Fitoussi lo formulava dalle istituzioni della scienza economica, e la convergenza delle due critiche rende tanto più significativo il fatto che, a quasi vent'anni di distanza, le politiche pubbliche continuino a giudicare il successo di un territorio in base alla crescita del prodotto, contabilizzando come ricchezza anche la costruzione di un data center che sottrae acqua e suolo alla comunità che lo ospita.
Nello stesso periodo Serge Latouche, in La scommessa della decrescita, dava al tema la sua forma teorica più compiuta, chiarendo che il bersaglio della decrescita era l'ideologia della crescita, quella credenza secondo cui l'espansione della produzione sarebbe naturale, necessaria e desiderabile in sé, indipendentemente da ciò che produce. Il programma delle «otto R», rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare, si apriva significativamente con tre operazioni che riguardano i valori, i concetti e le strutture, e collocava la riduzione dei consumi soltanto al sesto posto, come conseguenza di un mutamento culturale e istituzionale anziché come sua premessa. La decrescita, in entrambe le formulazioni, era dunque un progetto collettivo che investiva la contabilità nazionale, l'organizzazione del lavoro, l'assetto del territorio e la distribuzione della ricchezza, e soltanto all'interno di questo progetto il comportamento del singolo consumatore acquistava il suo significato.
Dalla decrescita al de-consumismo: come il mercato assorbe la propria critica
Se si mettono a confronto le pratiche, la continuità tra decrescita felice e de-consumismo appare evidente, poiché in entrambi i casi si parla di acquistare meno e meglio, di riparare, di preferire l'usato e il durevole, di diffidare dell'obsolescenza programmata; la discontinuità emerge invece quando si osserva ciò che il de-consumismo ha lasciato cadere lungo la strada. Della decrescita esso ha conservato le pratiche individuali e ha smarrito tutto il resto, ovvero la critica del PIL come misura del benessere, la distinzione tra merci e beni, la domanda su chi decida che cosa produrre e per chi, e soprattutto la dimensione collettiva che rendeva felice la sobrietà, perché la felicità di cui parlava Pallante nasceva dalla riappropriazione condivisa del tempo e delle relazioni, assai più che dalla soddisfazione di un acquisto ben selezionato.
Nel mio libro “Siamo (ancora) tutti figli di Marx e della Coca Cola” sostengo la tesi che il capitalismo sopravviva alle proprie crisi incorporando una parte delle critiche che gli vengono rivolte e trasformandole in nuove fonti di legittimazione e di profitto; la critica dell'alienazione e dell'inautenticità, che negli anni Sessanta e Settanta contestava il consumo di massa, è stata riassorbita nella produzione di merci personalizzate, esperienziali, autentiche. Il de-consumismo può essere letto come l'ultimo capitolo di questa storia, nel quale la critica della crescita viene tradotta in un segmento di mercato, la sobrietà diventa un posizionamento e la rinuncia una categoria merceologica, con le sue piattaforme di rivendita, i suoi marchi del durevole e i suoi rapporti di tendenza.
Giorgos Kallis, nel suo Degrowth, ha osservato che le pratiche di sobrietà restano politicamente innocue quando sono confinate nella sfera privata, perché lasciano intatta la struttura di un sistema che ha bisogno di crescere per sostenere profitti, occupazione e circolazione del debito; e il fatto che il sistema ne abbia bisogno, aggiunge Kallis, non implica affatto che ne abbiano bisogno gli esseri umani. Il passaggio dalla decrescita al de-consumismo coincide con questa privatizzazione, che ha due conseguenze sociali precise: la prima è che la responsabilità della crisi ecologica viene trasferita dalla struttura della produzione e della proprietà al comportamento del singolo, la seconda è che la sobrietà, sottratta al progetto collettivo che la rendeva accessibile a tutti, diventa disponibile soltanto a chi possiede il capitale economico e culturale per praticarla, e si trasforma così in una pratica di distinzione di scelta o necessità.
La decrescita infelice: quando la sobrietà è imposta
Latouche ha ripetuto in più occasioni che nulla è peggiore di una società della crescita alla quale venga a mancare la crescita, perché in essa la riduzione dei consumi si presenta come recessione, disoccupazione e impoverimento, senza nessuna delle compensazioni che la decrescita prometteva in termini di tempo liberato, beni relazionali e redistribuzione. Il secondo de-consumismo, quello delle famiglie che secondo l'Istat hanno visto salire la grave deprivazione materiale e sociale dal 4,6 al 5,2 per cento della popolazione tra il 2024 e il 2025, corrisponde con notevole precisione a questa condizione, e potrebbe essere definito una decrescita infelice, cioè una riduzione dei consumi che avviene dentro l'ideologia della crescita anziché contro di essa.
Per comprendere perché pratiche identiche producano esiti esistenziali opposti, la filosofia economica offre uno strumento particolarmente efficace nell'approccio delle capacità di Amartya Sen, il quale in Lo sviluppo è libertà propone l'esempio di due persone che mangiano entrambe pochissimo, una perché digiuna per una scelta religiosa o politica e l'altra perché non ha di che nutrirsi; il loro funzionamento, cioè ciò che effettivamente fanno, è il medesimo, mentre la loro libertà, cioè l'insieme delle alternative realmente accessibili, è radicalmente diversa. Chi digiuna potrebbe mangiare e sceglie di non farlo, chi ha fame non dispone di questa possibilità, e una valutazione del benessere che si limitasse a osservare il comportamento finirebbe per assimilare due condizioni diametralmente opposte.
Applicata al de-consumismo, la distinzione di Sen chiarisce che cosa rendesse felice la decrescita teorizzata da Pallante e Latouche, ovvero la libertà di scegliere la sobrietà dentro un orizzonte istituzionale che la sosteneva e la rendeva generalizzabile, e chiarisce anche perché la stessa sobrietà, imposta dalla contrazione del reddito in una società che continua a integrare attraverso il consumo, assuma i tratti di ciò che Bauman chiamava la condizione del consumatore difettoso. La questione etica che ne deriva riguarda il discorso pubblico, il quale, celebrando il de-consumismo come maturazione culturale, attribuisce un valore morale identico a gesti che hanno un significato sociale opposto, e finisce così per nobilitare la privazione di alcuni come se fosse la virtù di altri.
La materia invisibile del capriccio previsto
Nel precedente articolo ho proposto di aggiornare la sequenza di Bauman, dal bisogno al desiderio e dal desiderio al capriccio, con una quarta fase in cui il capriccio viene anticipato dai sistemi di raccomandazione e dagli agenti di intelligenza artificiale prima ancora che il soggetto lo avverta; occorre ora aggiungere che questa quarta fase possiede una base materiale che il linguaggio della smaterializzazione tende a occultare. Il consumatore che riduce gli acquisti di oggetti e si sente perciò più leggero continua a interrogare motori di ricerca, assistenti conversazionali e generatori di immagini, e ciascuna di queste interazioni attiva un'infrastruttura fatta di server, sistemi di raffreddamento, linee elettriche e prelievi idrici che si trova sempre in un luogo preciso.
Il rapporto pubblicato nel giugno 2026 dall'Istituto per l'acqua, l'ambiente e la salute dell'Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH) ha tradotto questa infrastruttura in grandezze fisiche: entro il 2030 la domanda elettrica globale dei data center dovrebbe raggiungere circa 945 terawattora, secondo la stima già formulata dall'Agenzia internazionale dell'energia, con un'impronta idrica associata di circa 9.300 miliardi di litri, pari al fabbisogno domestico di base di 1,3 miliardi di persone nell'Africa subsahariana, e un'impronta di suolo superiore a 14.500 chilometri quadrati, circa il doppio dell'area metropolitana di Giacarta. Il dato più rilevante per il nostro ragionamento riguarda la composizione di questi consumi, poiché secondo il rapporto una quota compresa tra l'80 e il 90 per cento dell'energia utilizzata dall'intelligenza artificiale deriva dall'inferenza, cioè dall'uso quotidiano dei modelli già addestrati, e dunque proprio da quel flusso incessante di richieste, suggerimenti e risposte attraverso cui il capriccio previsto raggiunge ciascuno di noi.
Le conseguenze di questa geografia sono già osservabili in territori molto distanti tra loro, che hanno in comune soltanto il fatto di ospitare un'infrastruttura i cui benefici vengono goduti altrove. A Quilicura, a nord di Santiago del Cile, dove si concentra il più grande polo di data center dell'America Latina, è stato documentato come le strutture di Google, Microsoft e altri operatori attingano a una zona umida in piena mega-siccità, in un paese che dal 2010 attraversa la crisi idrica più grave degli ultimi secoli e il cui ordinamento tutela come proprietà privata i diritti d'uso dell'acqua; Google vi detiene un diritto di prelievo di 50 litri al secondo. In Irlanda, secondo l'Ufficio centrale di statistica, i data center hanno assorbito nel 2023 il 21 per cento dell'elettricità misurata dell'intero paese. In Lombardia, dove il Consiglio regionale ha approvato nel maggio 2026 la prima legge italiana sui data center, la CIA Agricoltori Italiani ha denunciato l'assenza di vincoli effettivi a tutela dei suoli agricoli in una regione che ha già la quota di territorio cementificato più alta del paese, poiché la priorità accordata alle aree dismesse non impedisce agli investitori di costruire su terreni coltivati.
A questa espansione si accompagna il paradosso che William Stanley Jevons aveva individuato nel 1865 osservando il consumo di carbone in Inghilterra, e che lo stesso rapporto delle Nazioni Unite richiama esplicitamente: quando una tecnologia diventa più efficiente e meno costosa il suo utilizzo aumenta, e i guadagni di efficienza per singola operazione vengono assorbiti dalla crescita dei volumi complessivi. Un modello più efficiente consumerà meno energia per ogni richiesta e produrrà più richieste, più modelli e più data center, sicché la promessa di un'intelligenza artificiale sostenibile, quando si affida soltanto all'innovazione tecnica, riproduce esattamente la logica che la decrescita aveva messo in discussione.
Il paradosso di Jevons, tuttavia, va ben oltre il perimetro della tecnica e investe direttamente il de-consumismo, perché descrive con precisione ciò che accade ai risparmi del singolo consumatore quando restano privi di una cornice collettiva. La famiglia che riduce gli acquisti di abiti e di oggetti libera una quota di reddito e di risorse materiali che il sistema provvede rapidamente a reimpiegare altrove. Una parte torna sotto forma di nuovi consumi, spesso digitali e dunque percepiti come immateriali; un’altra viene assorbita da settori in espansione come l’infrastruttura del calcolo, che cresce proprio mentre il consumo visibile sembra contrarsi. Gli economisti dell’energia chiamano questo meccanismo effetto rimbalzo; applicato alla sobrietà individuale, esso mostra che il gesto virtuoso del singolo può tradursi in uno spostamento della pressione ecologica da un ambito all’altro anziché in una sua diminuzione, con il risultato paradossale che il de-consumatore consapevole finanzia, attraverso le proprie interazioni quotidiane con piattaforme e assistenti, quella stessa espansione materiale che le sue scelte d’acquisto intendevano contrastare.
Qui si coglie la distanza più profonda tra il de-consumismo e la decrescita felice; Pallante e Latouche avevano compreso che la riduzione dei consumi produce effetti reali soltanto quando si accompagna a un limite collettivo, cioè a scelte pubbliche capaci di impedire che le risorse risparmiate vengano reimmesse nel circuito della crescita. Senza un tetto condiviso, la sobrietà dei singoli libera spazio che il mercato occupa, e l’efficienza degli individui, come quella delle macchine osservate da Jevons, finisce per alimentare il volume complessivo dei consumi. La decrescita felice era dunque, prima di ogni altra cosa, una risposta politica al paradosso di Jevons, perché affidava alla sufficienza stabilita in comune ciò che l’efficienza perseguita in privato non avrebbe mai potuto garantire.
Una corsa verso cosa?
Ricomposti i due piani dell'analisi, quello sociale dei due de-consumismi e quello materiale dell'infrastruttura digitale, si delinea ciò che potremmo chiamare una doppia forbice ecologica. Da un lato i benefici strategici del calcolo si concentrano in pochissimi centri, poiché secondo il rapporto delle Nazioni Unite oltre il 90 per cento della capacità di calcolo specializzata per l'intelligenza artificiale si trova in due soli paesi, gli Stati Uniti e la Cina, mentre più di centocinquanta paesi ne dispongono in misura minima o nulla; dall'altro i costi ambientali ricadono sui territori che ospitano le infrastrutture, sulle comunità che spesso non utilizzano i servizi erogati dai data center a cui cedono acqua, suolo ed energia, e sui paesi esclusi dall'intelligenza artificiale che ne sopportano l'estrazione dei minerali critici e lo smaltimento dei rifiuti elettronici.
In questa cornice la domanda che dà il titolo a questo articolo, una corsa verso cosa, acquista una precisione che vent'anni fa non poteva avere, perché nessun bisogno collettivo impone di raddoppiare in pochi anni il consumo elettrico del calcolo o di sottrarre acqua a una zona umida in siccità per generare contenuti destinati a essere dimenticati nel giro di poche ore, e una crescita che non sa indicare il proprio traguardo descrive l'espansione di un sistema che ha bisogno di espandersi per riprodursi, assai più che un miglioramento delle condizioni di vita. Hans Jonas, nel Principio responsabilità, aveva formulato per l'età della tecnica un imperativo che chiede di agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla Terra; letto alla luce dei dati sull'impronta idrica e di suolo del calcolo, quell'imperativo investe direttamente le decisioni su dove, quanto e per quali scopi costruire infrastrutture digitali.
La distinzione di Pallante tra merci e beni ritrova qui una sorprendente attualità, poiché si può legittimamente chiedere quale parte del calcolo produca beni, come la ricerca medica, la gestione delle reti idriche o l'accesso alla conoscenza, e quale parte produca soltanto merci, cioè volumi di interazione, immagini sintetiche e capricci previsti che alimentano il PIL e i bilanci delle piattaforme senza accrescere la qualità della vita di nessuno. Lo stesso rapporto delle Nazioni Unite, quando suggerisce di affiancare all'efficienza limiti espliciti alla quantità di dati elaborati, alla risoluzione e alla lunghezza delle risposte, introduce nel lessico delle istituzioni internazionali il principio di sufficienza, che costituiva il cuore teorico della decrescita e che il de-consumismo ha relegato alle scelte del singolo acquirente.
Restituire al de-consumismo la dimensione politica della decrescita felice significa allora spostare l'attenzione dal carrello della spesa alle sedi in cui si decide dove costruire un data center, chi paga il costo idrico ed energetico, chi ne trae profitto e chi ha voce nella decisione, e significa riconoscere che la sobrietà può tornare a essere felice soltanto se diventa un diritto accessibile a tutti attraverso istituzioni, servizi pubblici e regole comuni, invece di restare il privilegio di chi può permettersi di rinunciare. Il compito di una sociologia del de-consumismo, che nel precedente articolo indicavo nella capacità di distinguere chi può permettersi di smettere da chi è costretto a farlo, si estende così a una domanda più ampia, che riguarda chi può permettersi di continuare a crescere e a spese di chi, e che la decrescita aveva posto con largo anticipo quando ancora sembrava una preoccupazione da società dell'abbondanza.
Riferimenti bibliografici
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