“Il problema non è che le persone siano prive di forza di volontà, ma che dall’altra parte dello schermo, cu sono migliaia di persone il cui compito è quello di indebolire il vostro autocontrollo […] La tecnologia offre comodità, velocità e automazione, ma implica anche costi elevati.” – Adam Alter, Irresistibile
Siamo dentro un cambiamento antropologicoi[1] di natura paradigmatica del quale ci è difficile cogliere le dimensioni e gli sviluppi futuri. Non sappiamo bene dove andremo, sappiamo molto sul dove partiamo. La tecnologia ha modificato le condizioni ambientali ed esistenziali umane. Gli adattamenti derivati sono generalmente sincronici, risultato dei nuovi equilibri che si determinano tra individui e ambienti mediati tecnologicamente, ma la forza della tecnologia attuale è tale da provocare anche cambiamenti diacronici (linguistici, nella scrittura, socioculturali, ecc.), fenotipici (risultato dell’interazione tra componente genetica e ambientale), comportamentali e forse anche genotipici più profondi (riferiti a mutazioni cellulari).
Si è passati da un universo-mondo a un altro in formazione, ancora sconosciuto.
Si è passati da un universo-mondo a un altro in formazione, ancora sconosciuto. La conoscenza che se ne ha è limitata, scarsa la (tecno)consapevolezza. Il nuovo mondo è tecnologico, interconnesso e globalizzato. Non è nato dal nulla perché l’uomo è tecnologico da sempre e si è evoluto in continuazione grazie alle sue stesse invenzioni, ma sta manifestando gli effetti delle tante mutazioni di cui è stato “levatrice” negli anni passati. Sta emergendo una nuova fase evolutiva del genere umano, determinata dall’interazione con un ambiente che non è più solo fattuale (reale) ma anche virtuale (simulato) e digitale. Non si svolge più solo nel Nostroverso incarnato, ma anche dentro molteplici metaversi esistenti e percepiti come reali online. Il risultato è un adattamento evoluzionistico (per alcuni involuzionistico) in atto alle novità emergenti, in contesti sempre più dominati dalle nuove tecnologie.
Per comprendere i cambiamenti in corso non è più sufficiente uno sguardo superficiale, lineare, sincronico, epifenomenico. Ne serve uno complesso, multidisciplinare, circolare, ampio, critico e approfondito. Capace di andare oltre le apparenze e le percezioni determinate dalle semplici esperienze con un display o una piattaforma di social networking, oltre il racconto che oggi caratterizza, soprattutto a livello mediatico, le narrazioni sui tecno-mondi dell’era digitale. Il cambio di paradigma necessario rifiuta il riduzionismo cartesiano, tipico di molta (tecno)cultura, anche scientifica, sposa la contaminazione e la complessità, come metodologia, approccio teorico, pratica professionale e curativa. Suggerisce pratiche non-digitali, incarnate, umaniste in difesa dell’umano. L’organismo umano viene studiato nella sua globalità come persona, nella sua interezza come unità di mente e corpo (la mente non è un monarca), nel suo rapporto fondamentale e co-creativo con gli altri e con l’ambiente. L’attenzione verso il ruolo centrale dell’ambiente e delle relazioni con esso serve a evidenziare il ruolo dell’adattamento, inteso sia come modificazione del sistema psicofisico del soggetto, sia dell’ambiente stesso da parte dell’individuo. In un ambiente tecnologico che vede una presenza pervasiva e un’interazione continua con innumerevoli strumenti tecnologici, l’adattamento assumerà forme diverse, tutte con riflessi e influenze sulla persona, in particolare nei primi anni di vita di individui nati e inseriti dentro il Nostroverso ancora incarnato, prima che siano meticciati e ibridati dalla tecnologia. Un Nostroverso attento allo sviluppo umano non poteva non dedicare un capitolo ad hoc sull’importanza di una pratica finalizzata allo sviluppo del benessere psicobiologico di bambini, preadolescenti e adolescenti. Una pratica fondamentale per formare adulti, capaci in futuro di rapportarsi alle tecnologie in modo maturo e consapevole.
non è più sufficiente uno sguardo superficiale, lineare, sincronico, epifenomenico. Ne serve uno complesso, multidisciplinare, circolare, ampio, critico e approfondito
Le prime fasi della vita hanno un’influenza significativa sulle caratteristiche psicobiologiche dell’adulto, sulla sua salute futura, sul suo potenziale benessere o eventuali alterazioni e sofferenze a cui sicuramente andrà incontro. Lo racconta l’epigenetica le cui scoperte possono determinare un campo di azione con un impatto forte sulla cura della salute, sul benessere e sulla vita, sia individuale sia collettiva delle persone. Il punto di partenza è la centralità delle prime fasi di vita nello sviluppo dell’individuo umano, pensato come inserito dentro un Nostroverso incarnato, prima ancora di scoprire, vista la sua giovane età, il mondo delle piattaforme social e la potenza attrattiva dello schermo.
Le prime fasi di vita da cui partire iniziano con il concepimento, la gravidanza, il parto e con il lungo periodo di accudimento successivo, necessario alle caratteristiche psicobiologiche della specie umana. È a partire da queste fasi che il cervello e il sistema immunitario umano assumeranno l’assetto “definitivo”. Un assetto molto sensibile alle impostazioni iniziali, alle tracce (sempre reversibili ma sempre presenti) lasciate dalle esperienze vissute e ai fattori che le hanno influenzate (stress, alimentazione, durata della gestazione, allattamento, tipo di legame di attaccamento, sostanze chimiche, ecc.). A questi fattori va aggiunta la tecnologia che ha colonizzato l’ambiente, ma anche la mente e il corpo. Si è fatta mondo e cultura, alimentando la percezione dell’inadeguatezza umana di fronte alla tecnica, forgiando a propria misura la cognizione e l’azione umana.
La complessità che, in gergo psicologico, prende il nome di Sé compie la sua taratura fondamentale nei primi tempi della vita di ogni neonato. Anche negli attuali tempi tecnologici, che vedono ogni famiglia fare i conti con la pervasività della tecnologia e con i suoi effetti sulla vita familiare, sull’espressione quotidiana della genitorialità e sullo sviluppo psicobiologico sano dei figli e delle figlie. La costruzione dell’identità del sé individuale è un viaggio che inizia dall’infanzia, dura nel tempo, richiede impegno e duro lavoro personale, coinvolge funzioni cognitive, emotive, relazionali e processi biologici profondi, determinerà la salute e il benessere psicobiologico futuri della persona. Le fasi iniziali del viaggio, forse anche le sue prime destinazioni, sono per tutti in compagnia di altri. Tra questi altri, i genitori giocano un ruolo fondamentale. A seguire sarà importante il ruolo di insegnanti, nonni e altre persone adulte in generale.
Se le prime fasi di vita dell’individuo sono così importanti, i genitori si trovano ad avere grandi e nuove responsabilità nell’accudimento del loro “cucciolo” umano, fin dalle sue prime esperienze relazionali e dentro una culla riscaldata per lungo tempo, oggi diventata sempre più tecnologica e digitale (“Il lettino intelligente che rivela il lato materno del robot” recita una pubblicità). Oggi attraversiamo una fase, nuova e accelerata, di cambiamento che colpisce, influenza, modifica proprio la fase più sensibile dell'evoluzione ontogenetica[2], l'infanzia, la preadolescenza e l'adolescenza: la culla psicobiologica del sistema operativo. Oggi alla culla umanamente riscaldata si aggiunge una nuova culla termica digitale, determinata dall'uso massiccio delle nuove tecnologie informatiche: smartphone, videogiochi, piattaforme social e relative APP.
La culla tecnologica, in senso metaforico e come prodotto (la proliferazione delle APP ha fatto nascere una miriade di culle supertecnologiche e digitali come Snoo Smart Sleeper del MIT e quella del Meyer che fa anche da incubatrice, mamaRoo, Max Motor Dream della Ford, e molte altre), offre dei vantaggi potenziali. Anche in essa il bambino può apprendere, ha la proprietà di stimolare l’autonomia e concede al genitore, fatto non secondario, le tregue necessarie di cui spesso sente bisogno. Ma la culla digitale è una fonte di stimoli che impatta potentemente con il rodaggio del Sistema Integrato del Sé. L’impatto non può più essere sottovalutato. La pervasività della tecnologia ha conquistato il globo terrestre, occupato il tempo e lo spazio, anche cognitivi, dei recinti familiari e trasformato le stanze dei più piccoli in un arcobaleno di colori e di display, di distrazioni e attività sempre più virtuali, digitali e tecnologiche.
Le esperienze che plasmano i sistemi biologici dei bambini continuano però a esprimersi nel caldo contatto materno in senso non solo termico, ma come fonte di protezione, rassicurazione, luogo di esplorazione e attivazione di processi neuroendocrini basilari alla salute al benessere del bambino. Sono esperienze che si manifestano in azioni concrete quali allattare, vestire, lavare, accarezzare, svezzare e accompagnare al sonno. E oggi anche nel consentire o meno l’accessibilità a un dispositivo elettronico, stabilendone regole d’uso e modalità relazionali di affiancamento. Queste esperienze che si traducono in scelte e azioni fanno sorgere una miriade di dubbi e impongono decisioni continue.
I dubbi riguardano l’uso o meno del ciuccio, la pratica dell’allattamento, i comportamenti da adottare quando il bambino piccolo piange e quando, più grande, reclama una maggiore autonomia, ma anche il mettere a disposizione o meno un dispositivo mobile, scegliendo quando iniziare a farlo, quanto a lungo e in che modo. Rispondere in modo adeguato a questi dubbi serve a migliorare la relazione di accudimento tra genitori e figli, una relazione che non è una semplice espressione di azioni e comportamenti ma un mix psicobiologico di preparazione alla vita adulta. Conoscere ciò che sta accadendo e i suoi effetti, porsi delle domande, è il primo passo per cogliere i fenomeni emergenti, le tendenze in atto e i relativi attrattori, così come le loro dimensioni e i loro potenziali sviluppi futuri.
Riflettere sulla relazione che ci lega alla tecnologia è diventato necessario per adottare buone pratiche finalizzate a facilitare lo sviluppo fisico e psichico del minore.
La visione da adottare è sistemica, influenzata dalle teorie della complessità[3] che vedono negli organismi umani sistemi complessi e autopoietici da prendere in considerazione nella loro totalità. A livello psicologico bisogna guardare alla persona senza separare tra loro corpo e mente, psiche e soma. L’oggetto di studio non è più un singolo fenomeno ma la persona nella sua totalità, prendendo in considerazione tutti i fenomeni che la riguardano. Contano i processi psicocorporei del sé o Funzioni[4], le Esperienze di Base del Sé (che il bambino compie nelle fasi dello sviluppo) e i Funzionamenti di fondo[5] (capacità alla base della salute e del benessere). Il modo di attraversamento delle Esperienze di Base determina il modo di funzionare da adulti e le direzioni di vita intraprese.
A partire da questo approccio e visione ci si può interrogare su cosa possa accadere a un bambino inserito in ambienti ibridati tecnologicamente e pervasi dalla presenza di una miriade di soluzioni tecnologiche (non solo smartphone e tablet ma anche APP, media sociali, videogiochi, realtà virtuali, sensori, prodotti con tecnologie indossabili, robot, ecc.). Se ciò che avviene nell’infanzia è fondamentale nella costruzione del Sé del bambino, conoscere quanto la tecnologia possa influenzare questa costruzione serve a evitare situazioni e condizioni che ne impediscano uno sviluppo sano ed equilibrato. A questo ho dedicato un libro intero[6], scritto a quattro mani con lo psicologo e psicoterapeuta Alessandro Bianchi. Il libro, pubblicato nel 2019, proponeva un prontuario rivolto a genitori Tecnovigili[7], proattivi, consapevoli della forza e dell’attrattività della tecnologia, motivati a contribuire allo sviluppo psicobiologico dei loro figli, in modo da prepararli a un mondo futuro altamente tecnologizzato e digitale, molto diverso da quello odierno, anche per le percezioni che le menti future avranno dello stesso. Genitori tecnovigili non ancora impigriti, deresponsabilizzati, resi anaffettivi e afoni dalla loro dipendenza tecnologica, ma attenti a fornire ai loro figli e figlie strumenti adeguati ad affrontare la complessità dell’era digitale e postumana in formazione.
Lo sforzo di conoscenza e di approfondimento a cui sono chiamati i genitori (insegnanti, adulti in genere) non può essere rivolto solo all’interazione con il mezzo tecnologico, ma a tutte le attività di accudimento che caratterizzano la relazione genitore-figlio e alla fitta rete di rapporti che ogni individuo ha sin dalla sua nascita. In questa relazione un ruolo critico lo rivestono i contatti fisici attivati, anche in modo intenso, dallo sguardo, dal (con)tatto e dalla voce. Tutti elementi che in questo libro sono associati alla realtà incarnata del Nostroverso. Sono contatti fondamentali per permettere al bambino di costruire una relazione positiva con l’ambiente che lo ospita. Il calore del tatto e dello sguardo, il potersi abbandonare o l’essere preso nelle braccia di un altro, sono tutte esperienze basilari con effetti sul benessere, anche futuro, della persona, a livello emotivo, simbolico e cognitivo. La responsabilità di garantire questo tipo di esperienze e il loro fluire è del genitore, che deve farsi carico dello sviluppo evolutivo positivo del bambino o della bambina. Una genitorialità senza espressione di responsabilità potrebbe contribuire all’alterazione dell’organizzazione del Sé e all’insorgere futura di patologie.
I bambini, già da neonati, hanno una capacità incredibile di interagire con l’ambiente, oggi ibridato dalla tecnologia fin dalla culla. Lo fanno affettivamente, sensorialmente e cognitivamente, assorbono da questo ambiente gesti, movimenti, comportamenti per l’espansione del proprio Sé. Contribuire a un’infanzia e a un’adolescenza positiva significa partire dal guardare i figli come persone, esseri umani capaci di contatto e di profonde relazioni affettive. La criticità nasce dall’essere consapevoli di quanto la pressione sociale esterna possa influire sulle capacità del bambino. Oggi dall’esterno la pressione più forte, quasi inarrestabile, è prodotta dalla pervasività della tecnologia e dal suo ergersi a mediatore (baby-sitter) nel rapporto tra genitori e figli.
Porre attenzione alla relazione con il bambino, assumendo un ruolo di protezione nei confronti dell’infanzia, è l’unico modo per uno sviluppo sano delle future generazioni
L’attenzione, nell’era tecnologica delle interruzioni e delle distrazioni continue, è diventata merce rara, ma il suo filone non è ancora esaurito. L’attenzione recuperata comunque non basta. Ai genitori servono informazioni e conoscenze utili a riflettere criticamente sulla realtà vissuta, servono soprattutto buone pratiche per favorire uno sviluppo sano del bambino così come il loro benessere psicobiologico futuro. Nel libro sopra citato ne avevamo suggerito alcune che recitavano di: non lasciare solo il bambino con videogiochi o altri strumenti tecnologici; limitare il tempo di esposizione a un dispositivo tecnologico; usare la tecnologia in modo bilanciato; non usare le tecnologie come baby-sitter; avere la consapevolezza che il gioco virtuale segue quello reale; non guardare ai social come a una scorciatoia; fare molta attenzione come adulto a non abdicare; favorire la solidità del Sé dei ragazzi.
Dentro queste pratiche, assumono un ruolo chiave il gioco e la lettura.
Tra le varie cose di cui il bambino del terzo millennio fa esperienza ci sono molteplici oggetti tecnologici che hanno riempito le case e la vita quotidiana di molte famiglie con bambini. Usati per lo più come strumenti ludici, di divertimento e gioco hanno trasformato la realtà di molti ragazzi Tecnorapidi[8] in una realtà molto virtuale e sempre più online. Una realtà caratterizzata da minori attività fisiche e sociali come giocare al pallone, a nascondino o partecipare a feste di compleanno e pranzi tra amici. Una realtà che favorisce forme di intrattenimento passivo, la ricerca dell'isolamento digitale per socializzare online, che finisce per incidere nella percezione stessa delle varie realtà vissute, nella percezione di sé stessi, nella capacità di leggere, di relazionarsi agli altri e nell'apprendere. Sempre più soli i bambini giocano sempre meno, si ritrovano a essere sempre più attaccati e connessi a smartphone e dispositivi tecnologici vari, diventati babysitter oltre che protesi elettroniche del loro scoprire la realtà e il mondo. Vanno poco al parco, meno ancora in cortile o al giardino. All’incontro e alla relazione preferiscono la connessione, la navigazione online e il videogioco. Di questa preferenza sono responsabili la tecnologia con la sua capacità attrattiva, ma anche la pigrizia e la disattenzione di adulti condizionati dalle loro abitudini, dal loro essere essi stessi ibridati, dalla loro limitata conoscenza dell’importanza del gioco fuori dai mondi virtuali del digitale, dalla loro abdicazione al ruolo di genitorialità che compete loro. Poco o per nulla consapevoli degli effetti dei dispositivi tecnologici usati per giocare, ad esempio anche nel modificare la percezione stessa di cosa voglia dire giocare. Concetto oggi associato da una quota crescente di bambini all’uso dello smartphone e del tablet.
Il gioco per il bambino è fondamentale come il mangiare, essenziale per la crescita, per l’apprendimento di abilità. Serve a tenere basso lo stress e a contenere l’ansia, fa aumentare curiosità e creatività. È componente essenziale del patrimonio evolutivo, non può essere regalato alla tecnologia e alle logiche che la sostengono. Chi gioca impara a relazionarsi con gli altri, a negoziare le decisioni, a misurarsi su pareri diversi, impara a perdere, a empatizzare, a sviluppare l’immaginazione. Tutti gli adulti dovrebbero concorrere al gioco dei bambini. Potrebbero farlo facendo trovare ai bambini nella culla umana, spazio relazionale per la costruzione del sé, oggetti materiali stimolanti (fogli, penne, quaderni da disegno, balocchi e attrezzi di lavoro, ma anche animali, e molti altri oggetti fisici e solidi) con cui interagire sensorialmente, muovendo muscoli e pensieri, praticando un gioco corporeo, fisico e incarnato come palestra di conoscenza del sé e di interazioni con l’altro. Interazioni fondate sul Contatto fisico (baci e carezze, abbracci e cullamenti, risciacqui e scutulii vari), regolatore fondamentale di ogni organismo animale e memoria della nostra specie umana, da cui emergerà in futuro la capacità e la possibilità di allacciare relazioni positive di prossimità nella vita sociale, affettiva e lavorativa futura. In sintesi, dovrebbero predisporre ambienti adeguati a sperimentare il gioco come attività relazionale, per dedicare più tempo e giocare più spesso con i loro figli e figlie.
Al gioco si affianca la lettura, come strumento creativo per eccellenza. L’era della cultura digitale vede nuove forme di comunicazione mettere in crisi l’apporto della lettura allo sviluppo intellettuale della persona. Tutti i genitori dovrebbero fare propria la riflessione di Maryanne Wolf sull’importanza del leggere nell’evoluzione della capacità di apprendere della mente umana, perché il nostro cervello non è nato per la lettura e “leggere non è affatto qualcosa di naturale […] sapere come la lettura contribuisce alla nostra capacità di pensare, sentire, conoscere e capire gli altri esseri umani è particolarmente importante[9]”. Nell’era dell’ipertesto perdere la nozione di quanto il nostro cervello sia proteiforme nella sua capacità di creare nuovi collegamenti e di come la lettura possa favorire questa attitudine, sarebbe una resa disarmata alle numerose tecno-sirene che ci raccontano il passaggio imminente a un mondo dominato dalle macchine. Macchine oggi anch’esse capaci di leggere, oltre che di scrivere ed esercitare la loro creatività sfidando quella umana. Mentre però la capacità di lettura della macchina è programmata, nessun programma di lettura è inscritto nel nostro DNA, non è trasmissibile o trasmesso tra generazioni successive (in epoche future transumane il download della mente ovvierà a questo limite umano!). Nessuna lettura automatizzata compiuta da una IA, dotata di strumenti per apprendere, potrà mai eguagliare la capacità del cervello umano di auto-organizzarsi e quella di un lettore di superare “ciò che è dato dal testo di un autore” e di co-creare con lui, ricorrendo a inferenze, analisi e riflessioni critiche, ma soprattutto “[…] di oltrepassare l’informazione data, per produrre pensieri innumerevoli, bellissimi e meravigliosi[10]” nella loro diversità, indisciplinatezza, e anarchica ricchezza.
Se il cervello non è nato alla lettura e da un punto di vista neuro-biologico vi è arrivato preparato in migliaia di anni, i bambini si ritrovano a dover percorrere un viaggio simile, anche se più breve, in modo da allenare il loro cervello alla capacità di leggere. Si devono dar da fare per anni, lo possono fare da soli, meglio se accompagnati da adulti consapevoli di quanto sia importante il contatto fisico che segnala al bambino di essere amato, l’oralità che serve a comunicare parole in modo che il bambino possa associare ogni cosa a un nome preciso, la lettura ad alta voce, che contribuisce a fornire al cervello del bambino informazioni, immagini, esperienze sensoriali e ricordi che in futuro potrà utilizzare in una miriade di modi. Per questo i genitori dovrebbero passare più tempo a parlare con i loro bambini, a raccontare loro favole, fiabe piene di incantesimi e meraviglie, a leggere storie ad alta voce, recitando, attivando l’interpretazione dei personaggi e la narrazione attiva. Così facendo introdurli alla lettura e all’apprendimento di come si legge. Grazie alla lettura si attivano funzioni del cervello come la visione, il linguaggio e la cognizione. La lettura è come il fuoco, ha una sua eternità che nessun dispositivo elettronico può avere. Un fuoco che favorisce lo sviluppo del pensiero critico dei bambini e che spetta ai genitori accendere, senza ostracizzare le tante alternative oggi disponibili, favorendo pause di riflessione utili per capire quali strumenti utilizzare per preparare i più piccoli a quello che verrà, dotandoli di strumenti cognitivi per passare da un codice all’altro, da dispositivi digitali a quelli fisici, dalla velocità alla lentezza, preparandosi a competere con macchine, pensate e allenate per imporre il loro dominio postumano sul mondo.
La realtà narrata ci dice nel frattempo cose diverse. Il tempo dedicato a sottolineare l’importanza del gioco e della lettura nel Nostroverso è sempre più limitato. L’attenzione è sempre rivolta alla novità del momento, oggi l’intelligenza artificiale nelle sue varianti generative e il Metaverso. L’arrivo del Metaverso ha portato molti a suggerirne un uso controllato dedicato ai bambini in modo da fornire loro una opportunità di socializzazione, nella convinzione che la combinazione di Realtà Virtuale e gioco faccia bene alla salute mentale. Chi la pensa così propone di non demonizzare il Metaverso e di guardarlo come un’evoluzione di esperienze che anche le persone più giovani hanno già sperimentato durante la pandemia. Le molte ricerche sociali condotte fin qui hanno però evidenziato che i bimbi esposti per molte ore al giorno ai social, al tablet o smartphone o videogiochi on-line, domani ai metaversi, presentano aspetti sociali preoccupanti per i danni che possono ricevere alla loro salute mentale: voglia di solitudine e di isolarsi nel proprio mondo, poco interesse per la realtà fisica che li circonda o per attività semplicemente all’aria aperta, fino ad arrivare a insicurezza, nausea persistente, senso di stanchezza e mal di testa continui, per finire con depressione profonda che in pochi casi ha spinto qualche ragazzo al suicidio.
La tesi di questo libro è che nel Metaverso i bambini sono soli, nel Nostroverso non lo sono, sempre che i loro genitori abbiano compreso l’importanza dell’accudire e dell’accompagnare.
Genitori e adulti Tecnovigili responsabili, consapevoli del ruolo che il dispositivo tecnologico attuale può avere nel cambiare i propri figli, forse in modo definitivo, in termini di comportamenti e amicizie, modi di comunicare e di interagire con le altre persone, esperienze e modalità di sperimentare isolamento e solitudine (non sempre negativi e in alcuni casi necessari), tipo di informazioni a cui hanno accesso, personalità, sensibilità e gusti personali. L’accudimento e l’accompagnamento, non solo per vigilare ma per sostenere, a cui sono chiamati questi genitori consapevoli e responsabili non è senza vincoli, comporta l’adozione di alcune regole e pratiche i cui effetti possono essere determinanti per il benessere psicobiologico dei loro figli. I genitori devono sapere che non esistono regole semplici o definite che possano indicare cosa fare e quali comportamenti adottare. Le conoscenze sugli effetti di lungo termine della tecnologia sui bambini e sugli adolescenti sono ancora limitate e tali da suggerire prudenza e attenzione.
La prima regola impone di non abbandonare i bambini all’uso di un dispositivo tecnologico nella loro esperienza della cuccia, ambiente relazionale per definizione, fondamentale per l’apprendimento psico-motorio, del movimento e del linguaggio, dello sviluppo fisico e cognitivo, fucina dell’identità. L’abbandono può modificare la cuccia in cui si sono trovati a nascere e a crescere, le loro modalità do apprendimento e sviluppo complessivo del Sé. A fare la differenza è il contatto, vero e proprio regolatore dell’organismo, inerente il tatto, che funziona unitariamente come emozione e come pensiero, soprattutto come una cascata di ormoni e neuromediatori. La pervasività del mezzo tecnologico è all’origine della perdita di contatto, spinge molti genitori a regalare smartphone e altri dispositivi mobili ai loro figli anche in tenera età, magari ancora sul seggiolone, con l'obiettivo di distrarli a tradimento mentre li stanno imboccando, per baloccarli, zittirli, impedendo la loro sete di domande, bloccando le loro curiosità e le loro pretese. La “generosità” utilitaristica del gesto nasconde la rinuncia a una genitorialità faticosa ma consapevole, evidenzia la complicità con cui si accettano acriticamente i cambiamenti indotti dalla tecnologia, in termini emotivi, cognitivi, di crescita e sviluppo fisico dei ragazzi e delle ragazze. Sono i genitori a comprare i videogiochi o lo smartphone, decidono loro quando farlo, a quale età e cosa acquistare.
Dovrebbero rispettare una propedeutica e un accompagnamento da effettuare in modo che il figlio(a) non si arrangi da solo(a). Lo smartphone non ha sostituito solo il triciclo ma anche il ciucciotto. Quantomeno lo ha affiancato fin dalla più tenera età per la maggior parte dei bambini italiani. Secondo una ricerca (1500 le famiglie coinvolte) sul rapporto tra infanzia e tecnologie digitali, condotta nel 2017 dal Centro per la Salute del Bambino Onlus di Trieste, un bambino su cinque entra in contatto con un dispositivo tecnologico nel suo primo anno di vita. Tra i tre e i cinque anni l'80% dei bambini ha già avuto esperienze digitali, spesso utilizzando i dispositivi dei loro genitori o di nonni entusiasti di vedere con quanta dimestichezza e maestria i loro nipotini sanno interagire con i display tecnologici. Nel secondo anno di vita il 60% dei genitori permette a figli di usare autonomamente uno smartphone o un tablet. La percentuale sale all'80% per la fascia di età tra i due e i cinque anni. Sebbene dare uno smartphone al proprio figlio o figlia possa forse garantire al genitore una maggiore tranquillità, può essere all'origine di nuove ansie e perturbazioni varie. Perturbazioni che con sempre maggiore evidenza appaiono correlate nei ragazzi con difficoltà di apprendimento e di focalizzazione, con disordini emotivi, psicologici e anche fisici, con difficoltà del sonno, incapacità a concentrarsi e a spostare l'attenzione su qualcosa di diverso dal display di uno schermo, con forme di narcisismo sconosciute alle generazioni precedenti e con un'incapacità crescente a contestualizzare esperienze virtuali nella prospettiva più articolata e complessa della loro vita reale.
L'uso continuativo dello strumento tecnologico può contribuire a forme di “cecità” pericolose. Può atrofizzare ad esempio le capacità di interfacciarsi e interagire con persone all'esterno della cerchia di contatti e amici online, e modificare quelle stesse funzioni cognitive che dovrebbero servire al bambino per interrogarsi su un utilizzo più proficuo del suo dispositivo, di una piattaforma virtuale o di un'applicazione Mobile. Quando i genitori si trovano a esaminare in che modo i loro ragazzi si rapportano alla tecnologia e usano i nuovi dispositivi dovrebbero interrogarsi su quanto tempo vi dedicano, in che modo interagiscono con il resto del mondo reale e sul rischio capocciate. Si devono cioè interrogare sulla effettiva preparazione dei figli (Consapevolezza Digitale) nel mettersi alla guida di strumenti tecnologici, sofisticati, magnetici, attrattivi e che hanno raggiunto un elevato grado di sofisticazione e di potere di condizionamento e controllo su chi li usa.
L'affiancamento, non solo per vigilare ma per sostenere, è quindi fondamentale anche per le esperienze digitali.
L'affiancamento, non solo per vigilare ma per sostenere, è quindi fondamentale anche per le esperienze digitali. Ne deriva la necessità e l'urgenza di un ruolo attivo, consapevole e tecnovigile dei genitori e degli educatori. I genitori devono sapere che non esistono regole semplici o definite che possano indicare cosa fare e quali comportamenti adottare. Le conoscenze sugli effetti di lungo termine della tecnologia sui bambini e sugli adolescenti sono ancora limitate e tali da suggerire prudenza e attenzione. Non lasciare mai solo il bambino a interagire con un dispositivo tecnologico è la regola generale. “Solo” rispetto all'uso e soprattutto all'apprendimento dell'uso. L'affiancamento serve a evitare di trasformare il dispositivo tecnologico in una sorta di babysitter, soprattutto a saper riconoscere per tempo eventuali problemi: manifestati da cambiamenti comportamentali, difficoltà emotive, irritabilità, segnali di disagio e atteggiamenti anomali di introversione. L'affiancamento non potrà essere efficace se il genitore non sarà capace di ridurre la sua stessa dipendenza dal mezzo tecnologico, giocare e far giocare, soddisfare gli altri (numerosi) bisogni non tecnologici del bambino.
La seconda regola suggerisce di stabilire dei limiti al tempo di esposizione a un dispositivo tecnologico. Un’imposizione aliena in tempi nei quali le nuove generazioni vivono l’ebbrezza del superamento di ogni limite grazie ai potenti strumenti di cui dispongono, alle esperienze che con essi possono fare. I limiti da imporre vanno intesi come contenimento, capacità di sentirsi dentro uno spazio protettivo e rassicurante sapendo fin dove è possibile arrivare. L'uso di dispositivi tecnologici permette molte esperienze, e certamente anche l'assunzione di utili “vitamine”, non è mai un pasto completo. Sollecita alcuni processi del Sé ma ne bypassa altri, in particolare quelli di tipo senso-motorio, a scapito del nutrimento necessario allo sviluppo di piene capacità relazionali.
Sicuramente mette a dura prova la capacità di resilienza[11] del Sé in sviluppo. Anche nei suoi apparati e processi neurologici. Da tempo assistiamo passivi ad un aumento preoccupante del tempo dedicato dai minori all’interazione con il display di uno schermo, quasi sempre Mobile e come tale sempre attivo. L'aumento ha assunto una forma sismica e interessa anche bambini fino agli otto anni, il 42% dei quali possiede un dispositivo mobile proprio (il 98% se si conta i dispositivi casalinghi di cui i bambini possono fare uso). Dall'osservazione passiva, quasi divertita e complice è tempo che i genitori passino a una maggiore conoscenza degli ambienti tecnologici, con le loro APP, media sociali e piattaforme digitali per poter intraprendere una riflessione critica capace di suggerire scelte e decisioni parentali diverse da automatismi indotti e più attente allo sviluppo psicobiologico del bambino. Può essere un po' faticoso ma è un investimento reale sulla salute del bambino e sulla propria, a partire da alcune prove indiziarie quali l’interferenza del dispositivo con il sonno e sulle attività scolastiche, la riduzione di attività fisiche, problemi alla vista e posturali, l'erosione di una sana interazione personale in famiglia, l'insorgenza di problematiche legate all'ansia, individuale e sociale, la specializzazione dello sviluppo cognitivo, l'effetto della facile esposizione dei bambini a messaggi promozionali e pubblicitari.
Da una riflessione consapevole su queste prove indiziarie potrebbero essere derivate alcune buone pratiche di condotta che prevedano di non esporre mai un bambino fino ai due anni a un display, di dare l’esempio riducendo il tempo riservato al gadget tecnologico, di evitare di introdurre uno schermo televisivo nella stanza da letto del bambino (se ne ha una), di spegnere il televisore e altre tipologie di display, di affiancare il bambino e aiutarlo nella scelta di un gioco, di una APP o di un programma da guardare, di dare comunque limiti al tempo di esposizione a uno schermo, di optare per alternative altrettanto attrattive o fatte diventare tali, di proporre alternative valide, facilitare un uso consapevole, proattivo e intelligente della tecnologia, di contribuire a creare e dare forma ad ambienti cognitivi e sociali ricchi di stimolazioni, interessi, attività intellettuali e sociali diversificate.
La terza regola suggerisce un uso bilanciato della tecnologia, una dieta equilibrata che, come tale, è più ricca e salutare. È responsabilità dell’adulto imbastire questa dieta educativa fatta di diritti e doveri bilanciati, in modo da mantenere lo stato di salute del bambino, promuovere e programmare la sua salute futura, far apprendere al figlio i comportamenti adeguati in modo da poter vincere l'arrendevolezza e l’acquiescenza crescente ai display tecnologici, che si traduce in una maggiore quantità di tempo passata online, attraverso un tablet o uno smartphone e in una minore socialità.
È tipico della tecnologia imporre diete sbilanciate, ma il bambino deve potersi muovere, giocare, interagire con il corpo proprio e altrui, nutrirsi della ricchezza e varietà di sensazioni psicocorporee che rischiano di essere deprivate da un uso sbilanciato delle tecnologie. Un uso sbilanciato della tecnologa può trasformare la cuccia in una gabbia generando stress e malessere. Un mondo che per lungo tempo è stato solitamente sperimentato attraverso il corpo e la sua interazione con oggetti e persone, può diventare oggi per molti bambini una semplice mappa, una galleria di immagini che scorrono veloci sulle superfici magnetiche e attrattive di un display.
Le mani solitamente usate per scoprire il mondo afferrandolo, i piedi usati in modo non sempre coordinato per percorrerlo, diventano semplici strumenti di interazione tattile con giocattoli e ambienti virtuali che catturano l'attenzione, lo sguardo e le emozioni fino a trasformare il display in una prigione-caserma. Il tutto grazie alla pervasività e alla diffusione della tecnologia, ma anche per la (ir)responsabilità di genitori ignoranti e poco consapevoli dei cambiamenti profondi che la tecnologia sta producendo nella vita dei loro figli così come nelle proprie. Genitori attenti e consapevoli possono al contrario allestire una dieta bilanciata che favorisca la motricità del minore, definisca vere e proprie regole comportamentali familiari e come rispettarle, imponga un monitoraggio e la verifica costante della loro validità, introduca nell’ambiente domestico aree temporaneamente liberate dalla tecnologia, sviluppi la ricerca di confronto con altri genitori ed educatori e la capacità di imporre eventuali passi indietro, suggerendo e facilitando buone pratiche per un uso intelligente della tecnologia ma soprattutto di mantenere sempre un canale di comunicazione sempre aperto con i propri figli.
La quarta regola impone di non usare le tecnologie come baby-sitter dentro baby-parking tecnologici. Cosa possibile 24 ore su 24 e un modo semplice e conveniente per gestire lo stress della vita familiare, rinviare confronti, conflitti e conversazioni, delegando la cura del figlio (o figlia) a una baby-sitter, tutta tecnologica e digitale. Per di più standardizzata con caratteristiche, forme e contenuti diversificati ma sempre simili a sé stesse e uguali per tutti. In una realtà economica dominata da molta precarietà (diffusa, sommersa e poco presente nelle narrazioni mediali prevalenti), carenza di asili nido, insufficienza di sostegni alle famiglie, incertezze genitoriali ed elevato narcisismo, le famiglie bisognose di ausilio, anche per il baby-sitting, sono aumentate esponenzialmente.
La tecnologia ha così facile gioco a proporre risposte che paiono semplici, alla portata di tutte le famiglie (tutte intese anche come tipologia), rapide e convenienti. Chi si occupa di bambini dovrebbe (deve) essere una persona in carne ed ossa, capace di empatia, disponibile a prestare attenzione (“Papà, smettila di stare su Google. Voglio parlare con te. Non mi importa quale sia la risposta giusta! Voglio solo parlare con te” – da La conversazione Necessaria di Sherry Turkle), disponibile a rispondere alle domande e alla conversazione, e capace di resistere al baby-sitting tecnologico che caratterizza le vite di molti genitori.
Privati di incontri faccia a faccia, intrappolati dai feedback continui eternamente presenti e gratificanti delle piattaforme digitali, i bambini non hanno modo di osservare gli effetti delle loro azioni su persone reali, di tarare su di esse le attivazioni dei sistemi biologici, unico modo di dare forma all'empatia che nasce dal mostrare interesse ad altre persone assumendone il punto di vista. Che la tecnologia abbia sostituito la babysitter in molte famiglie è evidenziato da numerose indagini di mercato.
Metà dei genitori ammette di ricorrere a smartphone e tablet, PC e console di videogiochi, come strumenti di distrazione, per tenere occupati i bambini in modo da potersi occupare delle loro incombenze lavorative e domestiche, ma anche per poter avere maggiore tempo libero e godere di maggiori libertà personali. Nessun smartphone e neppure le innumerevoli APP sviluppate appositamente, sono in grado di sostituire il ruolo di una/un baby-sitter (come nessuna baby-sitter può sostituire il ruolo di un genitore) in termini di cura, attenzione, sensibilità, ricchezza dell'interazione e importanza. Solo una persona può garantire la profondità e la qualità della relazione di accudimento e affiancamento, così come la perseveranza, che dovrebbe caratterizzare una genitorialità espressa nell'arco di una vita, non circoscritta semplicemente al tempo presente e immediato dell'interazione tecnologica.
La quinta regola recita che la relazione virtuale debba sempre seguire quella reale. Ambedue le realtà, virtuale e fattuale determinano apprendimenti che vengono depositati nelle memorie per essere riutilizzati, ma mentre la seconda può esistere senza la prima (l'Homo Sapiens si è evoluto senza la componente digitale del virtuale), non è possibile il contrario. Solo la fantascienza (spesso legata a visioni transumaniste) ci propone scenari post umani, in cui sono le macchine a prendersi cura della nascita e dello sviluppo dei bambini e nei quali mondo e relazioni vissute sono frutto di algoritmi e programmi in stile Matrix. Per adesso, interagire tra umani si basa su capacità apprese prima nelle relazionali strade cittadine, che nelle autostrade digitali telematiche. È ancora nella relazione di accudimento prima e nelle relazioni con i pari poi, che si sviluppano e consolidano i Funzionamenti di Fondo necessari a percorrere tutte le vie, incluse quelle digitali. Arrivare non attrezzato (o meglio con l'attrezzatura in corso di sviluppo), senza un solido bagaglio psicobiologico acquisito prima, a esperienze relazionali digitali è come imparare da solo ad andare in bicicletta nel traffico cittadino prima che in un cortile protetto. Non è impossibile, è solo molto rischioso.
Dopo la scoperta dei neuroni specchio tutti dovremmo essere consapevoli di quanto sia importante l’osservazione di movimenti nell’altra persona, specie se emotivamente espressivi e capaci di accendere in chi osserva i medesimi circuiti motori neurali nel cervello, come se fosse lui stesso ad effettuare il movimento. Con una condizione. Ciò è possibile solo su un “noto” preesistente: i neuroni motori di chi osserva si accendono solo se ciò che riflettono è già interiorizzato e corrisponde a schemi neurali precedenti. Non si accende ciò che non c’è. Anche qui c’è un prima e un dopo. Così per lo meno sono sempre andate le relazioni da 200.000 anni. Fino all'avvento delle tecnologie. Oggi con le piattaforme social è invece possibile vivere esperienze relazionali di realtà virtuali digitalmente mediate[12] sia prima che durante, oltre che dopo. Con l’effetto di generare ansia e stress, mancanza di empatia, superficialità nelle relazioni ma soprattutto di condizionare lo sviluppo del Sé.
La vita reale che anticipa quella digitale vive di relazioni fatte di contatto, contenimento (esperienza del limite), forza, consistenza, vitalità, gioia ed empatia non sperimentabili nella realtà virtuale. Ogni genitore desidera per il proprio figlio(a) una vita ricca di esperienze, di relazioni affettive e amore, con la capacità di districarsi nei problemi inevitabilmente incontrati. Non sono i social a creare lo zoo, ma la deprivazione di altre esperienze. I social divengono invece un’estensione di capacità relazionali, se queste sono parallelamente, prima e contemporaneamente, sufficientemente praticate. Anche se la spinta culturale a correre nelle autostrade digitali (immagine alternativa allo zoo) è irreversibile, non è impossibile, rallentare, fare soste in Autogrill, prendere vie laterali, approfondire rapporti e goderne. Questa è la responsabilità formativa dell’adulto: consolidare il prima ed accompagnare nel dopo.
La sesta regola ci ricorda che i social non sono una scorciatoia da praticare. Non tutte le scorciatoie sono impraticabili ma oggi valutarne la bontà è diventato complicato, anche per come sono cambiati i criteri di misurazione e valutazione, le gerarchie di valori e relativi bisogni, la percezione e consapevolezza dei segnali percepiti. I media sociali tecnologici hanno moltiplicato e modificato occasioni e modi per ottenere il risultato ambito, facilitando l’emergere e l’adozione di nuove forme di scorciatoia. Lasciati soli con il mezzo tecnologico, molti ragazzi si appropriano in modo rapido delle sue funzionalità, ma vengono anche risucchiati nella sua ambiguità e realtà. Una realtà che, benché virtuale, viene percepita come reale quanto quella vissuta al di fuori del mondo (della cuccia) digitale e online. Con il rischio di trasformarsi in un grande gioco, capace di intrattenere ma anche di condizionare la vita, gli affetti e la crescita di molti ragazzi. Una realtà infine capace, per la sua forza attrattiva e pervasività, di avere effetti profondi sulla vita dai ragazzi riconfigurandone, come se fossero semplici funzionalità di una APP, l'identità, l'intimità e la socialità, la mente e l'immaginazione.
Tutti abbiamo usato scorciatoie per raggiungere risultati. Ma tutti abbiamo anche fatto qualche volta i furbi. Sono sempre gli obiettivi, ordinati per gerarchia e capacità percepite nel momento, a fornire giustificazioni e a rendere elastica la legittimità della scorciatoia. Le piattaforme tecnologiche di social networking facilitano indubbiamente le furbizie ma non le provocano di per sé. Offrono opportunità per amplificare l'Apparire ma non lo rendono obbligatorio o vincolante. La spinta forte a barare, che talora diventa quasi forzata, nasce dall’incertezza dilagante[13] nel nuovo millennio. È una incertezza che possiamo cogliere su due ordini di scale, una socioculturale e una individuale. Se l’incertezza è eccessiva, il rischio è di rimanere imprigionati nell’abito nel quale ci si trova comodamente vestiti e protetti.
L’elenco delle potenziali conseguenze o degli effetti collaterali dell’uso/abuso della tecnologia rischia allora di essere funesto (ma comunque evitabile). È un elenco lungo che comprende elementi tra loro diversi ma simili nei risultati negativi prodotti: fiducie tradite, incontri pericolosi con predatori sessuali e pedofili (un ragazzo ogni cinque che frequentano una chatroom ne ha fatto qualche esperienza), sexting e/o revenge porn[14] (un ragazzo ogni sette che usano Internet è stato oggetto di qualche messaggio a sfondo sessuale), cyberbullismi vari, deepfaking[15], dipendenze da schermo, Internet e videogiochi, consumismo digitale, furto di identità, suicidi, stalking digitale e soprattutto tanta solitudine che si può tradurre anche in isolamento e fenomeni come quello degli Hikikomori[16]. Prestare attenzione all’uso del tempo tecnologico da parte dei ragazzi significa oggi fondamentalmente porsi delle domande sui loro comportamenti, sulle loro abitudini e sui loro stili di vita. Farlo permette anche ai genitori di riflettere sul proprio ruolo e sulle loro pratiche genitoriali, finalizzate a capire i bisogni dei figli, a fare delle scelte e a prendere delle decisioni per definire qualche forma di strategia genitoriale e educativa.
La settima regola impone agli adulti, molti dei quali nati analogici, di prestare molta attenzione a non abdicare alla loro genitorialità e responsabilità, per accompagnare i figli in tutte le basi d’uso della vita. Per assolvere a questo ruolo i genitori sono chiamati a conoscere meglio e a misurarsi su alcuni punti fermi, quali un ruolo dell’adulto nel soddisfare i bisogni del bambino e accompagnarlo nello sviluppo delle capacità che dovrà attuare da solo nella vita. Capacità identificate in Funzionamenti di fondo a cui salute e benessere sono correlati. I Funzionamenti di fondo si instaurano nelle esperienze dell’infanzia, prevalentemente nella relazione con le figure di accudimento, genitori in primis. Su queste esperienze la tecnologia ha una funzione fondamentale, in particolare per il ruolo da essa assunto nello svalorizzare qualità, abilità e capacità umane. Rischiando di contribuire a una taratura alterata dei Funzionamenti di fondo e a uno sviluppo inadeguato delle capacità relazionali. La conoscenza delle nuove tecnologie e dei loro effetti è tanto importante quanto quella dei Funzionamenti di fondo che si esprimono nel contatto, nella condivisione, nella tenerezza, nell’amore, nel farsi sentire considerati e tenuti, nel produrre sensazioni, infondere calma, forza e controllo, assertività e consistenza, vitalità, creatività, autonomia e piacere. Per il genitore accompagnare significa adeguarsi alla relazione che cambia nella crescita, adeguarsi al cambiamento senza abdicare.
Infine, come ultima regola l’adulto deve assumersi la responsabilità di favorire la solidità del Sé dei ragazzi perché non è vero che i genitori non abbiano un ruolo nello sviluppo psicobiologico dei loro ragazzi. Lo dice anche l'epigenetica le cui ricerche hanno evidenziato come gli stili di vita modificano l'espressione genica e che tali modifiche sono reversibili. Ricerche che hanno mandato in crisi il determinismo genetico aprendo un orizzonte di gestione possibile, quindi di responsabilità e potere. Nessun genitore può ritenersi assolto sinché c'è un orizzonte di cambiamento possibile. Un orizzonte caratterizzato da biforcazioni e possibilità multiple, che dura per tutta l’età evolutiva e che prosegue anche successivamente. La responsabilità che ne deriva, lungi dall’essere un fardello e un’ammissione di colpa, è l’orizzonte di azione a portata di mano e che, se assunta in modo consapevole, diviene potere. Espressione di potenza soggettiva capace di dare forma alle possibilità esistenti attualizzandole. Tutti i genitori hanno dalla loro esperienza, forza e motivazione, alle quali possono aggiungere consapevolezza scientifica. Le conoscenze scientifiche non sono solo degli scienziati ma di tutti. Devono poter essere utilizzate nella vita quotidiana per non perdere gran parte della loro potenzialità. Sta alla scienza aprirsi alla società ma anche a tutti noi andare consapevolmente ad attingerci alle conoscenze scientifiche, alla ricerca di antidoti adeguati alle incertezze dilaganti dell’era post-moderna, nella quale la verità (anche scientifica) è stata ampiamente relativizzata, e non solo dalle fake news o dalle false verità (anche scientifiche). Come genitori non abdichiamo quindi! Sentiamoci coinvolti, gettando via il senso di colpa assieme al “tanto ormai, non ci possiamo fare più nulla!”
Note
[1] Il testo usato per descrivere questa pratica umanista del Nostroverso è una rielaborazione di testi scritti a quattro mani con Alessandro Bianchi. Uno psicologo e psicoterapeuta con il quale ho scritto il libro: Tecnologie e sviluppo del benessere psicobiologico, pubblicato da Delos Digital nel 2019.
[2] L'evoluzione ontogenetica (dal greco ὤν ὄντος, participio presente din εἰμί cioè ‘essere - ente’ e genesi 'creazione', 'sviluppo') racconta lo sviluppo biologico di un organismo vivente, dalla cellula ovarica fecondata all’embrione e all’individuo completo. È un’evoluzione frutto dell’insieme di processi diversi, dipendente dal genoma umano e dall’ambiente in cui l'individuo si sviluppa. L’evoluzione ontogenetica è spesso messa in relazione all’evoluzione filogenetica, propria della specie umana.
[3] Visione interdisciplinare degli studi che si occupano di sistemi complessi adattivi, teoria del caos, teoria dei sistemi, intelligenza artificiale, cibernetica, fenomeni termodinamici lontani dallo stato di equilibrio, meteorologia, ecologia, sistemi sociali, ecc.
[4] Funzioni sono i processi, sempre psicocorporei, che si integrano nell’organizzazione del Sé. Possono essere colti in 4 dimensioni interconnesse: Cognitivo (pensiero razionale e immaginativo, ricordi, fantasie), Sensomotorio (movimenti, posture, tono muscolare), Emotivo (emozioni nelle loro sfumature), Fisiologico (processi nei sistemi biologi). Il concetto di Funzione, coerentemente con il salto epistemologico attuato con l’assunzione di un’ottica sistemica, supera la vecchia logica di parti o componenti e permette una visione del Sé come Sistema integrato. Le Funzioni sono attive nell’individuo fin dalla nascita e originariamente integrate tra di loro. La Psicologia Funzionale ne ha studiato l’andamento nel tempo, la convergenza nei Funzionamenti di fondo e le possibili alterazioni: separazione e scissioni; irrigidimenti e sclerotizzazioni; diminuzione di mobilità (come ampiezza e modularità); maggiore o minore sviluppo (ipo o ipertrofie). Per approfondimenti fare riferimento alla bibliografia specifica a fine libro.
[5] Insieme al concetto di Funzioni, quello di Funzionamenti di fondo è uno dei concetti cardine e più originali della Psicologia Funzionale. Per Funzionamenti di fondo si intendono le capacità, prevalentemente interattive, che l’essere umano attiva per soddisfare i bisogni alla base della salute e del benessere. Ogni Funzionamento (Contatto, Forza, Controllo…) implica una diversa organizzazione sistemica dei processi psicobiologici costituenti il Sé. Si sviluppano nelle relazioni di accudimento della prima infanzia all’interno delle cosiddette Esperienze di base del Sé (EBS); attraversamenti incompleti o inquinati delle EBS renderanno i Funzionamenti di fondo alterati nella vita adulta, minando la salute e il benessere. Per approfondimenti fare riferimento alla bibliografia specifica a fine libro.
[6] Carlo Mazzucchelli, Alessandro Bianchi, Tecnologie e sviluppo del benessere psicobiologico – Delos Digital, 2019
[7] Tecnovigili sono genitori e adulti consapevoli dell'inutilità dei metodi autoritari nell'educazione dei loro figli. Sono adulti interessati ad accrescere conoscenza tecnologica e consapevolezza per relazionarsi meglio ai ragazzi. Sono Tecnovigili nati o diventati tali per poter continuare a capire e dialogare con i loro ragazzi tecnorapidi, sempre connessi e impegnati in qualche forma di interazione tecnologica. Sono alla ricerca della fiducia dei loro ragazzi, per poter mantenere aperto un dialogo e una comunicazione costante, di tipo bidirezionale. Per diventare interlocutori credibili ed efficaci hanno bisogno di parlare sempre in modo franco e aperto, di essere sempre aggiornati sulle novità tecnologiche e sui relativi effetti positivi e negativi, e di saper predisporre un piano di azioni condivisibile e accettabile anche dai ragazzi.
[8] Neologismo creato da Carlo Mazzucchelli e che dà il titolo a uno dei suoi libri: Ragazzi tecnorapidi per genitori tecnovigili
[9] Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Vita & Pensiero, Milano 2009, pag. 4-10
[10] Ibid. pag. 23
[11] La resilienza (resilire, da “re-salire”, saltare indietro, rimbalzare) è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento, in fisica di tornare allo stato originario. Il significato del termine non cambia anche se la resilienza si manifesta in modi diversi e in ambiti differenti. In psicologia la resilienza è la capacità di fronteggiare in maniera positiva situazioni ed eventi traumatici, stressanti, acuti o cronici, autoriparandosi e ripristinando l’equilibrio psico-fisico perduto e in alcuni casi migliorarlo, riorganizzando la propria vita di fronte alle difficoltà e a situazioni di cambiamento. La resilienza è una caratteristica di persone che, a fronte di difficoltà e le avversità, non se ne fanno abbattere dando nuovo slancio alla propria esistenza. Queste caratteristiche esprimono la capacità di adattamento, presente anche nell’età evolutiva, che fa emergere risorse personali correlate alla solidità e plasticità del Sé. In famiglia la resilienza sottende la possibilità di conservare buoni rapporti interni e interfamiliari, e fare squadra per fronteggiare situazioni problematiche e cambiamenti.
[12] Una dizione così lunga “realtà virtuali digitalmente mediate” è indizio per l’individuazione dell’errore, che è concettuale, contenuto nel titolo del paragrafo.
[13] Sul tema segnaliamo il libro L'età dell'incertezza. Capire l'adolescenza per capire i nostri ragazzi di Libro di Vera Slepoj
[14] La distribuzione non consensuale di immagini o video esplicitamente sessuali che raccontano di esperienze amorose e/o erotiche con partner correnti o del passato. Generalmente con l’intento di umiliarli o punirli, sempre comunque con motivazioni personali.
[15] Con deepfake si descrive la capacità di una manipolazione profonda realizzata attraverso strumenti di intelligenza artificiale che permettono di intervenire sia sulla voce sia sulle immagini. È una manipolazione assimilabile a quella di Photoshop ma più potente nella sua capacità di produrre risultati che cambiano la realtà permettendo ad esempio di sostituire le facce dei protagonisti di un video così come le loro voci, imitate alla perfezione. Il deepfaking è stato usato recentemente per motivi politici o di stalking. Ad esempio sono stati messi in circolazione video pornografici con protagoniste attrici famose che mai si erano prestate per questo tipo di video. Il deepfaking è emerso per la prima volta nel 2017 su piattaforme come Reddit, Pornohub e altre ancora. In politica è usato contro leader politici per danneggiarne la carriera o manipolare e condizionare i risultati elettorali. Gli strumenti tecnologici per praticarlo sono disponibili a tutti. Potrebbero pertanto anche essere usati da ragazzi e ragazze per stalking, sexting o cyberbullismo nei confronti di coetanei e compagni di classe.
[16] Con il termine Hikikomori (引きこもり o 引き籠も - dal giapponese Hiku – tirarsi indietro – e Komori – ritirarsi) , definito anche come Social Withdrawal (fuga dalla socialità - autoreclusione) si definisce la condizione sociale caratterizzata dalla ricerca di isolamento tra mura domestiche, sentimenti di solitudine, fuga dalla società e dalle relazioni interpersonali. Una condizione che oggi è diventata fenomeno e sindrome sociale e che coinvolge un numero crescente di adolescenti e giovani (14-30 anni). Ragazzi e ragazze (il fenomeno però è maggiormente maschile) che decidono di chiudersi in camera rifiutando qualsiasi contatto reale, visivo, e che non sia digitale, con genitori, parenti ed amici, in modo da evitare qualsiasi tipo di coinvolgimento/relazione fisica ed emotiva (intima). Le cause del fenomeno sono state individuate nella difficoltà relazionali, nell’insicurezza, in sentimenti di vergogna e fallimento (sul lavoro e a scuola), nella scarsità di motivazioni personali, problemi psicologici, ecc. Il fenomeno è in crescita ovunque nel mondo, anche in Italia , vede un numero crescente di ragazzi e ragazze preferire la dimensione sociale della piattaforma virtuale a quella della realtà.