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In un’epoca come la nostra la pratica della generosità è simbolo di saggezza, sposta l’attenzione sul Nostroverso fatto di sofferenze diffuse e di difficoltà del vivere, sul vissuto delle persone e non sulle loro narrazioni online.

La sofferenza non è metaforizzata, raccontata o esibita online, è concreta, materiale, esigente di cura, non può essere digitalizzata ma umanizzata, dentro una visione empatica dell’umano. Per questo motivo ogni gesto generoso non è solo individuale ma implica l’immedesimazione nelle attese e nelle speranze degli altri, definisce una generosità dai benefici condivisi.

Deve però essere perseverante nel tempo, non aleatoria o improvvisata, ma frutto di scelte costanti maturate nella consapevolezza che mai come ora sia necessario curare l’umano indirizzando i suoi gesti nel mondo, in modo che siano generosamente attenti agli altri, alla collettività.


La libertà fondamentale dell’uomo è la sua libertà di scegliere come si comporterà in ciascuna situazione!”  - Victor Frankl


Nella società della noia e della stanchezza descritta da Byung-Chul Han non c’è posto per la generosità che aveva contrassegnato il gesto prometeico che con il dono del fuoco regalò agli umani la speranza, e anche le conseguenze impreviste del suo gesto. La generosità non è neppure percepita come necessaria. L’Altro e l’estraneo come esseri incarnati sono stati espulsi dalla realtà individuale di molti che al gesto generoso altruistico preferiscono quello generoso nello spendere, per soddisfare bisogni materiali individuali e qualsiasi tipo di impulso e impegno che possa raccontare la potenza della prestazione del consumatore, sempre insoddisfatto della società dell’iperconsumo descritta da Gilles Lipovetsky.

Nel nichilismo imperante determinato dall’Infocrazia, la generosità è componente fondamentale di un Nostroverso da (ri)costruire attraverso pratiche umaniste fatte di gentilezza, altruismo e generosità. Pratiche che nascono dal non aver perso il contatto con la propria emotività, attente a una realtà del quotidiano caratterizzata da tanta sofferenza, indifferenza e dolore. Passioni tristi e malesseri causati dall’aver sposato i principi cardine della società neoliberista, declinati in competizione, prestazione e successo individuale. Banditi dalla narrazione positivista e tecno-felicitaria, che vuole convincerci della loro inutilità, l’insofferenza e il dolore, insieme alla morte, sono fattori umani che raccontano la fragilità, la vulnerabilità e l’umanità di esseri umani chiamati a confrontarsi con la realtà dell’umano. Ci ricordano ogni giorno che non ci possono essere progresso o felicità in un mondo nel quale dominano la disuguaglianza e la povertà, una distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del sapere e del potere, così come delle opportunità.

Terrorizzati dal dolore lo rimuoviamo, abbiamo rimosso la morte e la sofferenza che la prepara. Sempre in ansia che il rimosso ritorni siamo diventati insensibili al disagio e al malessere altrui, che deriva dalle loro condizioni materiali di vita, ci siamo dimenticati del gesto caritatevole e gentile, non sappiamo più praticare la generosità. Non quella prestazionale che ci vede sempre attivi con i nostri cellulari a versare uno o due euro a sostegno delle cause o delle vittime delle catastrofi del momento, ma quella che ci permette di entrare in contatto con altri esseri umani, con il nostro essere solidali per natura.

La prima è una parvenza di generosità, un modo per rendere silente la cattiva coscienza. La seconda nasce da una scelta che può fare la differenza, smuove energie, coinvolge emozioni e sentimenti, mette in movimento testa e cuore, determinando potenziali fatti insoliti. È una pratica umanista, filantropica, agisce sempre in ambiti solidali, altruistici, compassionevoli, caritatevoli (nel senso della caritas o γάπη dei classici) umani. Si ispira al prendersi cura degli altri, perché farlo serve alla nostra sopravvivenza e alla nostra esistenza (Rousseau). Una bestemmia nella società individualista, cinica ed egoista odierna, che pone l’indipendenza al di sopra di ogni cosa e guarda alla gentilezza e alla generosità con sospetto, perché potenzialmente rischiose.

La generosità non fa parte della società del rancore emersa anni fa dal Rapporto sulla situazione sociale del paese del Censis, che descriveva un immaginario collettivo regressivo e chiuso che trasforma la società nella società dell’incertezza, delle paure diffuse, destinata a non crescere. Il rancore si manifesta da tempo nei talk show e nelle loro dirette, ma soprattutto sulle piattaforme social, diventate arene gladiatorie nelle quali emerge il furore che alberga nell’animo di moltitudini di persone, trovando la sua espressione in rabbia, frustrazione, desiderio di rivalsa e risentimento, attraverso una cattiveria del linguaggio che avvelena e intossica ogni forma di relazione. I destinatari di questa rabbia e del linguaggio che la manifesta, sono i potenti e i fortunati ricchi di questo pianeta, odiati per il loro potere, la loro fortuna e il loro successo. Odiati sono anche gli sfortunati, quelli che non ce l’hanno fatta, gli sventurati obbligati a vite precarie e senza diritti, alcuni di loro anche a migrare per salvarsi la vita o per provare a costruirsi una nuova vita.

L’assenza di generosità, ma anche di gentilezza, si evidenzia nelle scelte politiche, sempre più orientate a sposare ideologie conservatrici, protezioniste e nazionaliste in difesa dell’indifendibile nel mondo globalizzato, multietnico e multiculturale odierno.

L’odio trasforma tutti in nemici e ai nemici è difficile offrire qualcosa, elargire un dono con un gesto di generosità. L’assenza di generosità, ma anche di gentilezza, si evidenzia nelle scelte politiche, sempre più orientate a sposare ideologie conservatrici, protezioniste e nazionaliste in difesa dell’indifendibile nel mondo globalizzato, multietnico e multiculturale odierno. Per alcuni, pochi, l’emergere di questi fenomeni non è altro che la testimonianza oggettiva della crisi della nostra società occidentale, fondata sulla giustizia, sulla solidarietà e sul bene comune. Da questo contesto la generosità sembra essere sparita. Di essa non rimane che la nostalgia di quanti, nel passato, hanno avuto modo di sperimentarne la qualità, il valore, la pratica e i risultati. Oggi invece, come ha scritto il filoso Giuseppe Goisis: 

 “la nostra esperienza quotidiana ci attesta che la generosità dà scandalo, che è abbastanza incomprensibile; la generosità sembra connessa con la debolezza, con l’incapacità di seguire la propria strada, costi quello che costi e la crisi economica pare non aver diminuito il rilievo del denaro, ma anzi resi noi umani ancor più avidi, magari cinicamente convinti che tutto e tutti abbiano un prezzo e che se questo prezzo non lo si intuisce è perché gli altri, in cuor loro, ne esigerebbero uno più alto”. 

La sparizione della generosità è un segnale dello stato di salute della ragione, diventata sempre più strumentale e sempre meno etica, nel mondo, della difficoltà che abbiamo nel riconoscere noi stessi come esseri umani legati ad altri esseri umani, ad accettare l’Altro che è in noi e nel quale ci dovremmo sempre riconoscere. Questa difficoltà pone numerosi interrogativi, ma non è percepita come prioritaria rispetto ad altre. Una percezione sbagliata che non comprende la profondità delle crepe, che caratterizzano la nostra epoca tecnologica dell’onlife, ne rifiuta gli spiragli di conoscenza che potrebbero portare a fare delle scelte esistenziali diverse, a adottare pratiche umaniste capaci di dare risposte concrete all’inquietudine e al tormento, sentimenti sempre rimossi o trasfigurati in finte narrazioni positive e a lieto fine, come quelle che tutti possono leggere online. La percezione risulta sbagliata perché nella narrazione predominante la generosità raccontata che si guadagna visibilità e prime pagine, l’attenzione mediale e delle folle social, è una generosità finta, esibita, quindi ipocrita, eticamente scorretta, inutile nei suoi risultati.

La generosità a cui faccio riferimento come pratica umanista è di tipo etico, si accompagna alla benevolenza, all’apertura verso l’Altro, alla disponibilità al dialogo. Una generosità di questo tipo non nasce per caso, non può essere relegata a gesto occasionale esibito attraverso un’azione online o una APP. Obbliga in primo luogo a fare una scelta, di tipo etico e morale, come espressione intenzionale di una volontà e di una capacità decisionale individuale. È una scelta tra le molteplici disponibili, capace di dare un indirizzo e una direzione alla propria vita, che non sia quella egoistica, individualista e narcisista che si celebra e si racconta online. Le piattaforme che ci hanno abituato a incontri e rapporti anonimi possono diventare terreno concreto di nuove prassi, improntate a personalizzare l’incontro online. La personalizzazione esprime apertura e generosità verso l’Altro che ci sta davanti, senza volto o come semplice avatar, lo trasforma in qualcuno da incontrare dal vivo e con il quale costruire una relazione autentica, prepara il terreno al gesto generoso, contribuisce a spostare l’attenzione da una società tendenzialmente individualista verso una vita sociale improntata alla cooperazione e alla reciprocità, anche del dono.

La possibilità di scegliere è alla base di ciò che siamo diventati, di come viviamo, come pensiamo e come siamo, sia come individui sia come società.

Lo scegliere è una questione aperta, importante. La possibilità di scegliere è alla base di ciò che siamo diventati, di come viviamo, come pensiamo e come siamo, sia come individui sia come società. Lo è ancor più in una realtà tecnologica che ha abituato le persone alla facilità e alla velocità della scelta, costruita in modo binario attraverso meccanismi e funzionalità applicative che accelerano e semplificano processi decisionali, eliminano dubbi possibili e alimentano processi gratificanti di feedback e contro-feedback, di stimolo e risposta, di semplice consumo. Un modo binario di scegliere ben lontano dal paradigma Kierkegaardiano, anch’esso binario ma riferito all’etica, di scelta e responsabilità. Come se il fatto di poter esprimere sempre la propria idea, di condividere e di intervenire, spesso in modo automatico, inconsapevole e obbediente agli algoritmi di turno, fosse sinonimo di libertà.

La scelta binaria è una scelta facile, a volte anche vigliacca, alimenta una vita vile, inappetente alla conoscenza, è talmente orientata in una direzione che fa sembrare la decisione come già presa.  Diversa è la scelta per emanciparsi dalle schiavitù che ci incatenano per crescere come persone libere, maturando la capacità di scegliere. Una capacità che si esprime sempre tra uno stimolo e una risposta, là dove si insinua il dubbio (mi interrogo non se una cosa è vera o falsa ma quando è vera e in quale contesto), ad esempio affrontando con coraggio il capogiro, i timori e i tremori (Aut Aut di Kierkegaard) che sempre accompagnano una scelta consapevole.

I tremori e i capogiri sono oggi quelli che ci colpiscono di fronte alle file chilometriche di famiglie, giovani e anziani, molti dei quali italiani, che in modo paziente e ordinato attendono ore per poter avere un pasto in una delle strutture benefiche del Pane quotidiano di Milano. Sono file che arrivano sulle pagine dei giornali, usate per dipingere l’emergere di una generosità milanese che si esprime in un Noi fatto di donazioni, gesti di volontariato e (com)partecipazione. Questa dimensione del Noi che domina molte narrazioni intellettuali del momento non è però sufficiente, interessa sempre e soltanto delle minoranze, sia di persone generose, sia di persone che della loro generosità traggono beneficio e sollievo. Sono minoranze impegnate nelle ONG, in istituzioni ed iniziative di volontariato, che intervengono con generosità per sopperire alle mancanze della politica, all’insensibilità delle classi dirigenti alla sofferenza di un numero crescente di persone, lasciate ai margini della società e a naufragare. A minoranze di persone generose si contrappone una retorica del Noi che coinvolge moltitudini, si traduce in forme di egoismo e corporativismo emergenti in reti organizzate di contatti (orde di odiatori online), gruppi o aggregazioni sociali le più varie, esprimendo una difesa dei privilegi di classe o di ceto, nazionale o sovranista (“prima gli italiani”, “prima i tedeschi”), finalizzata all’esclusione di chi non ce la fa.

Ad accomunare persone generose e persone egoiste c’è l’elemento antropologico che descrive l’uomo come socievole e orientato alla relazione con l’altro. L’Altro può essere nostro amico, un compagno di viaggio, lungo un cammino esistenziale che ci richiama alla sollecitudine e al comportamento etico, ad esempio a non vivere per il solo tornaconto personale, per il solo guadagno. La generosità è uno dei comportamenti etici di cui abbiamo tutti bisogno. Va oltre il gesto solitario del dono per abbracciare la solidarietà e la gentilezza. Comporta una scelta attiva, consapevole e coraggiosa, come lo fu quella di Prometeo, consapevole dei rischi da affrontare così come dei vantaggi e benefici.

Alla base del poter scegliere c’è la libertà di poterlo fare, ma la libertà non implica necessariamente il poter scegliere

Alla base del poter scegliere c’è la libertà di poterlo fare, ma la libertà non implica necessariamente il poter scegliere, come ha spiegato Edward Rosenthal nel suo libro L’età della scelta. Le molteplici esperienze delle realtà virtuali sono piene di opportunità e hanno reso facile fare delle scelte. Queste scelte però non rendono necessariamente più libere le persone che le fanno. La percezione della facilità della scelta digitale sta trasformando la vita concreta delle persone, invogliate a credere di essere libere anche quando libere non sono. Un inganno come quello della trasparenza, che invece di contribuire alla socialità e alle relazioni non fa altro che favorire i produttori tecnologici delle piattaforme digitali. La facilità del fare una scelta, unita alla rapidità del processo decisionale, non è esclusiva dei social network.  Facili sono anche le scelte legate all’iper-consumismo che caratterizza la società post-moderna e massificata attuale, frutto della rivoluzione industriale e del progresso tecnologico che ne è seguito, dell’evoluzione del marketing e dell’incidenza dei media tecnologici nel condizionare comportamenti umani e stili di vita.

Scegliere però non è mai facile, anzi è in qualche modo sempre difficile, soprattutto perché e quando bisogna fare la scelta giusta. Ad esempio, una scelta virtuosa come può esserlo quella dettata dalla generosità che tende ad azioni belle e buone. Se non si sceglie, si rimane nel limbo delle possibilità, si accettano le scelte degli altri o si compiono scelte inconsciamente.

La difficoltà dello scegliere sta nella sua implicita capacità di generare conflitti, reazioni negative, antagonismi. È così nella vita reale, così in quella virtuale, nelle grandi come nelle piccole cose, nelle scelte di vita, lavorative e professionali così come nella condivisione di un post o di un MiPiace. Fare delle scelte influenza chi sceglie così come le persone che si hanno intorno, ma questo non impedisce di continuare a scegliere. La scelta può eventualmente essere usata, in modo flessibile e consapevole, per eliminare conflitti e diversità, favorire l’unità e la condivisione. Sempre nella convinzione che anche il non scegliere sia una scelta che finirà per determinare conseguenze (non prendere alcuna decisione significa scegliere di non scegliere), risposte, trasformazioni e reazioni.

La realtà è che viviamo, spesso inconsciamente, sempre in una condizione di scelta. La scelta è costantemente nostra compagna nella vita reale, così come in quella online. Non può non esercitarsi, è sempre capace di dare un senso, una direzione e un fondamento alla vita di ogni individuo. In qualunque situazione tutti hanno la possibilità di scegliere cosa pensare, come sentirsi, come parlare e come agire. È importante saper valutare cosa è più importante e utile a breve e a lungo termine, saper scegliere fra spazi di pensiero e spazi di percezione consapevole. Per farlo serve però consapevolezza e autoconsapevolezza.

Se ad esempio per raggiungere un certo obiettivo è necessario sacrificare il tempo in famiglia o il tempo personale e questa prospettiva rende l’obiettivo tentennante e meno attraente, forse è meglio ripensare e rivedere l’obiettivo, pensare a quello a cui si tiene di più. Forse conviene valutare attentamente, consapevolmente e responsabilmente le conseguenze dello scegliere. Molti eventi futuri, frutto di scelte e decisioni personali, sembrano belli e attraenti ma la loro forza attrattiva può venire meno nel corso del tempo, suggerire cambiamenti in corso e altre scelte. Anch’esse responsabili e consapevoli, non dettate dalla difficoltà nel raggiungere un obiettivo o dalla voglia di fuga, ma dalla consapevolezza che il prezzo da pagare, personalmente o per gli altri, potrebbe essere troppo elevato.

La consapevolezza della scelta, anche nel caso di abbandono o di non scelta, nasce dal pensiero lento, dalla capacità di elaborare pensiero e non solo idee, parole e opinioni, dalla capacità di elaborare pensiero critico.

La consapevolezza della scelta, anche nel caso di abbandono o di non scelta, nasce dal pensiero lento, dalla capacità di elaborare pensiero e non solo idee, parole e opinioni, dalla capacità di elaborare pensiero critico. La scelta non può essere semplice espressione dell’appetito bulimico che caratterizza il social networker e l’internauta, quando rispondono in modo compulsivo agli stimoli ricevuti online. Dire la propria su ogni cosa, con un MiPiace, una stellina, un cuoricino, un post o un cinguettio è il contrario di pensare. Commentare immediatamente, spesso senza neppure avere letto, esclude il pensare (a quanti sarà capitato di postare su Facebook una riflessione articolata su qualcosa e trovarsi quasi contemporaneamente gratificati di un Like?). Per mancanza di tempo ma anche per mancanza di scelta. E anche perché si lascia uscire, fuori da sé stessi, semplici “appetiti rivestiti di parole” (Ortega y Gasset) parole o gesti in forma di emoticon e di immagini.

Una scelta consapevole che nasce dal tempo lento del pensare permette di guardare all’evento che ha generato con serenità e giusto distacco. Permette anche di alimentare nuova consapevolezza che predispone la mente a essere più lucida e fresca. Una mente capace di valutare scelte alternative e altre azioni possibili da intraprendere. Riconoscere la competenza dello scegliere personale, frutto di apprendimento, conoscenza e consapevolezza, anche di scegliere di abbandonare. Significa abbandonare la passività che caratterizza molte scelte per un agire proattivo, capace di prendere decisioni e fare delle scelte.

La condizione ordinaria, nella quale siamo stati quasi sempre educati a stare, è quella, strettamente mentale, del pensiero dove operiamo scelte dipendenti dal voler avere ragione, finalizzate a difendere i propri punti di vista, e che nascono dalla facile accettazione dei luoghi comuni (anche individuali), delle conoscenze non verificate (fake news ma anche molto altro) e dei giudizi preconfezionati. È una condizione ordinaria che esalta un’economia della mente, ma evidenzia anche un’avarizia del cuore.

Per operare una scelta è necessario dedicare tempo al pensare razionale per poter interpretare correttamente il pensiero e il giudizio dell’altro, ma anche imparare a sentire, facendo attenzione alle percezioni che derivano dalle proprie sensazioni fisiche ed emozionali. Il tutto calato nelle esperienze personali che si stanno vivendo, prediligendo la qualità alla quantità. Ad esempio, nelle relazioni online, scegliendo di coltivare e approfondire la conoscenza e il legame, piuttosto che lavorare per far crescere il numero di contatti e dei loro MiPiace.

La pratica diffusa della libertà di scelta online è quanto di più lontano ci possa essere dalla libertà che rende liberi e permette di difendere la propria identità. Lontano da scelte che in passato hanno permesso l’esercizio della scelta libera, di continuare a sentirsi liberi a persone costrette in condizioni di privazione delle libertà, come quelle che hanno fatto l’esperienza dei campi di concentramento nazista. Persone come il neurologo, psichiatra e filosofo Victor Emil Frankl, capace di mantenere intatta la sua identità, perché capace, seppur incarcerato e privato della libertà, di poter decidere in autonomia, in quale misura quanto gli stava avvenendo avrebbe potuto influire su di lui. Fra quanto gli succedeva (lo stimolo) e la sua reazione, c’era la sua libertà, la sua libertà di scegliere la risposta. L’esercizio di questa libertà, come ha raccontato lui stesso, fu il frutto dell’applicazione costante di discipline tra loro similari, mentali, emotive, morali, capaci di sfruttare la memoria e di alimentare l’immaginazione. Discipline che gli permisero di esercitare la pur piccola libertà che gli era permessa, facendola crescere finché egli ebbe più libertà dei suoi stessi carcerieri nazisti. Loro avevano più opzioni tra cui scegliere, più opzioni disponibili nel loro ambiente, ma lui aveva più libertà vera, un maggiore potere interiore di esercitare le proprie opzioni. Diventò così una fonte d’ispirazione per coloro che gli stavano intorno, perfino per alcuni dei suoi secondini. Aiutò altre persone a trovare un significato nella loro sofferenza e dignità, nella loro esistenza di prigionieri.

Grazie all’esercizio dell’autocoscienza Frankl ha sfruttato la specificità tipicamente umana della facoltà di scegliere, dell’autoconsapevolezza. Ha praticato l’immaginazione, la capacità di valutare (sentire) effetti e conseguenze della scelta. Con la prima ha imparato a creare mentalmente nuove situazioni e realtà capaci di andare oltre quelle attuali. Con la seconda ad ascoltare la coscienza che si manifesta nella profonda consapevolezza interiore del giusto e dell’ingiusto, dei principi che guidano il comportamento e del livello di armonia esistente fra questi, dei pensieri e delle azioni. Ha imparato a coltivare la volontà indipendente intesa come capacità di agire che si basa sull’autoconsapevolezza, libera da tutte le altre influenze.

Carceri attuali, senza alcun paragone con quelle naziste del passato e attuali, sono anche quelle virtuali. Piacevoli, accattivanti e apparentemente aperte ma non per questo meno vincolanti sull’esercizio della libertà di scelta dell’individuo, sempre controllate da carcerieri, sempre presenti e all’erta, pur nella loro invisibilità. La prima limitazione di questa libertà sta nell’essere sempre osservati, seguiti e registrati, dagli algoritmi così come dagli altri. Nel Panopticon Benthamiano un unico guardiano è in grado, senza essere visto, di controllare ognuno dei suoi prigionieri, nel panottico digitale odierno tutti guardano, osservano e controllano tutti, anche perché come ha ironicamente notato Byung-Chul Han, “in questo panottico non si viene torturati, ma twittati o postati[1] […] lo smartphone sostituisce la camera di tortura”.  I guardiani più severi poi sono “embedded”, robotizzati, trasparenti e invisibili, attivi dentro algoritmi e meccanismi che si propongono per un loro uso costante in modo da creare complicità e soggezione.

Quando si naviga o si accede al Web non si sta guardando un display televisivo, si sta aprendo una finestra (una lente, un faro) su sé stessi, regalando l’opportunità a entità esterne di osservare cosa facciamo, quanti messaggi scriviamo e a chi, che video guardiamo, quante volte lo facciamo e con chi interagiamo. Le informazioni prodotte dalla vita online finiscono così per essere usate per condizionare comportamenti, modi di pensare e di relazionarsi futuri. Il condizionamento nasce dalla quantità di informazioni di cui pochi sono in possesso, dalla minore quantità di informazioni e dall’isolamento monadico nel quale si trovano tutti gli altri. Grazie ai social network è come se tutti vivessero in mondi personalizzati e diversi. Mondi senza tempo e confini, in realtà caratterizzati da molta solitudine e dal bisogno grande di relazione. La disponibilità di maggiori o minori informazioni facilita processi decisionali e scelte, senza precludere però la possibilità di scelta.

La scelta è esercitabile da tutti. Tutti possono rompere il guscio delle bolle di sapone o monadi nelle quali sono racchiusi da tempo, possono farlo praticando semplici gesti di gentilezza e di generosità. Gesti che raccontano la rottura dello specchio nel quale molti si rimirano, da individualisti e narcisisti quali sono diventati. Questi gesti sono frutto di scelte meditate, sapienziali, sentite e consapevoli, che danno senso all’esistenza di persone che hanno smesso di guadare a sé stesse, nello specchio, pensate per tradurre comportamenti e sensibilità digitali in coinvolgimenti diretti e continuativi con altri individui, anche se ancora sconosciuti e mai incontrati prima.

Scegliendo la generosità si ammette la propria solitudine, si riconoscono i propri bisogni relazionali così come le proprie vulnerabilità, decidendo di aprirsi agli altri

Scegliendo la generosità si ammette la propria solitudine, si riconoscono i propri bisogni relazionali così come le proprie vulnerabilità, decidendo di aprirsi agli altri e creando canali di interazione in grado di favorire il contatto online, l’incontro offline, il coinvolgimento fisico (tattile, dello sguardo, del sorriso, erotico e sessuale) ed emotivo. Con la sua generosità, soprattutto se praticata nel segno della gratuità, il generoso costruisce intorno a sé un ambiente equilibrato nel quale la relazione con l’altro è facilitata dalla disponibilità allo scambio e al dono, la scelta di piccole azioni capaci di incidere nelle vite degli altri, anche nel mostrare rispetto per la loro dignità.

La generosità, così come la felicità, è una sfida che bisogna saper cogliere. La generosità esprime solidarietà suggerita con l’esempio. La generosità unisce, facilita lo scambio, è origine di nuove esperienze felicitarie e di affetti, serenità e nuove narrazioni. La generosità va di pari passo con la gentilezza, entrambe comportano numerose altre scelte: 

  • la scelta di rallentare, smettendo di andare di fretta; la scelta di andare lentamente, rinunciando alla velocità e all’accelerazione; la scelta di pensare lentamente, scendendo dal mondo che non rallenta (NoTav) per godere del tempo, anche cognitivo ed emotivo, recuperato;
  • la scelta di prestare attenzione a quanto accade dentro sé stessi e agli altri, ai messaggi lanciati da chi abita lo stesso ambiente, reale e virtuale, cercando di interpretarne il sentire, le motivazioni e i bisogni prima ancora dei contenuti, dei linguaggi e dei mezzi utilizzati, ma anche predisponendosi a modificare comportamenti, modi di pensare e giudizi su sé stessi e sugli altri;
  • la scelta di ascoltare così come di non ascoltare (perché mai bisognerebbe ascoltare le innumerevoli stupidità che hanno invaso i social network italiani? Perché mai bisognerebbe prestare ascolto alle comunità di imbecilli che popolano alcuni spazi online?), di tacere e di rimandare la reazione dopo avere raccolto informazioni, selezionato la loro qualità e le loro fonti, vagliate le intenzioni, adottando sempre l’approccio socratico del sapere di non sapere, in modo da poter continuare a cercare e a fare le scelte che servono per poter decidere; nell’ascolto va rivalutata la dimensione dell’ascoltare il linguaggio corporeo, i suoi silenzi e le sue parole non dette;
  • la scelta di essere sé stessi e di accettarsi anche quando è difficile e doloroso farlo, evitando di far coincidere il Sé con le sue versioni edulcorate e migliorate (virtualmente aumentate) dei profili digitali, ed accettando di palesare aspirazioni e bisogni come quelli legati al bisogno del superamento delle solitudini digitali;
  • la scelta di rifiutare ogni forma di comunicazione violenta e aggressiva facendo prevalere il cuore e l’empatia, i sentimenti di solidarietà e compassione, i gesti di generosità e (com)partecipazione su quelli divisivi, conflittuali, dettati dai pregiudizi, dal senso comune e dal conformismo dilagante;
  • la scelta di contribuire in modo proattivo alla felicità degli altri, non con regali e neppure con parole, tantomeno son semplici emoticon, ma con piccoli gesti, attenzioni, disponibilità al dialogo e alla conversazione, apertura al contatto e a incontrarsi, in rete e fuori da essa, condivisione;
  • la scelta di contribuire all’affermazione di valori, non necessariamente quelli oggi prevalenti negli spazi della Rete. Valori come la centralità della persona (anche nella sua veste di cliente, consumatore, cittadino ed elettore), del reale rispetto al virtuale, dell’esperienza relazionale fisica rispetto a quella digitale, della lentezza rispetto alle velocità tecnologica, dei legami rispetto ai contatti, ed altri ancora;
  • la scelta della gentilezza come ponte verso gli altri che ci fa uscire dai confini perimetrati del nostro io, oggi anche molto virtuale;
  • la scelta di riflettere criticamente sul mezzo tecnologico, in modo da poter comprendere i suoi effetti sulla vita delle persone e anche nell’esercizio della generosità;
  • la scelta di abolire ogni tipo di muro, di barriera che impedisce di entrare in contatto e comunicare, di vuoti più o meno artificiali come quelli che oggi vengono eretti per separare l’occidente dal resto del mondo, il bianco dal nero e il normale dal diverso. Se l’abolizione è impossibile basta trasformare muri, barriere e vuoti in ponti, passerelle, zattere utili per opportunità di incontro, conoscenza, relazione e conversazione. 

Addestrarsi nelle scelte sopra elencate non è solo un modo di esercitare la libertà di scelta ma anche di praticare la generosità. Oggi lo si può fare anche nei mondi virtuali della Rete, con modalità diverse, ma dagli effetti simili a quelli del passato. Effetti come l’amicizia che legò il filosofo Montaigne all’amico più giovane La Boétie, autore de La servitù volontaria. Un’amicizia che trovò la sua massima espressione il 9 agosto del 1563 quando La Boétie, ospite di Montaigne, manifestò i sintomi della peste. Montaigne informato della cosa corre al capezzale dell’amico decidendo (scegliendo) di stargli vicino per confortarlo pur sapendo di potersi a sua volta infettare. Il filosofo con un gesto di generosità non pensa a sé stesso e al pericolo che corre, ma volge lo sguardo all’amico condividendo la sua sofferenza e angoscia. La Boétie a sua volta, preoccupato per l’amico, vorrebbe averlo vicino, ma gli chiede di allontanarsi per evitare il contagio. Montaigne rimarrà vicino all’amico fino alla sua morte, promettendogli di onorare per sempre il ricordo della sua lezione di vita. Prima di morire La Boètie prende la mano di Montaigne, rivelandogli di avere vissuto una vita ricca di soddisfazione e ringraziandolo per non averlo mai abbandonato, soprattutto con l’ultimo dono della sua presenza e del suo cuore generoso.

Momenti incarnati e in presenza come questi non possono essere replicati online. La loro intensità, ricchezza emotiva, valenza morale ed esistenziale possono fare da esempio a quanti, in modo consapevole e libero scelgono la generosità come strumento e modalità di relazione, di amicizia, per stare bene con sé stessi, in compagnia di altri e contribuendo a far stare bene anche loro. Il gesto di Montaigne nasce da uno spirito (umanitario), umanista e umanistico, che mette la generosità alla pari della giustizia e dell’amicizia. La generosità nasce dalla pienezza d’animo che lega due persone vincolate dall’amicizia e dalla reciprocità, è una virtù di anime grandi. La vera generosità è promiscua, nasce da uno scambio, mette insieme i nostri desideri con i bisogni e i desideri degli altri, escludendo ogni interesse personale o dell’Altro e con conseguenze o effetti imprevedibili.

In un’epoca come la nostra la pratica della generosità è simbolo di saggezza, sposta l’attenzione sul Nostroverso fatto di sofferenze diffuse e di difficoltà del vivere, sul vissuto delle persone e non sulle loro narrazioni online. La sofferenza non è metaforizzata, raccontata o esibita online, è concreta, materiale, esigente di cura, non può essere digitalizzata ma umanizzata, dentro una visione empatica dell’umano.

Per questo motivo ogni gesto generoso non è solo individuale ma implica l’immedesimazione nelle attese e nelle speranze degli altri, definisce una generosità dai benefici condivisi. Deve però essere perseverante nel tempo, non aleatoria o improvvisata, ma frutto di scelte costanti maturate nella consapevolezza che mai come ora sia necessario curare l’umano indirizzando i suoi gesti nel mondo, in modo che siano generosamente attenti agli altri, alla collettività.


Note

[1] Byung-Chul Han, Psicopolitica – Nottetempo, Milano 2016

StultiferaBiblio

Pubblicato il 06 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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