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Abbiamo smantellato i luoghi fisici dell’incontro e ci siamo trasferiti tutti su piattaforme che promettono connessione. Ma un’architettura che premia la reazione rapida e mette un tetto alle righe e ai caratteri non ospita il confronto: lo simula. E un’idea, una riflessione, una intuizione che non entra nel formato, semplicemente, non esiste


Tutto è cominciato dalle mail di Linkedin. Quelle notifiche che arrivano puntuali: i tuoi post hanno totalizzato tot visualizzazioni, ti stai facendo notare, il tuo articolo ha raggiunto tot impressioni. Un tono che oscilla tra il complimento e il bollettino aziendale ma che, parafrasando la corazzata Potemkin di fantozziana memoria, trovo grottesco (le cattive parole non sono ammesse ma l’immaginazione si). Non perché il dato sia sbagliato, ma perché al posto di un interlocutore viene restituito un numero; è il massimo che le architetture social sanno darmi. E allora, come sempre, mi è venuta la curiosità, ormai considerata al pari di una brutta malattia, di capire perché.

Riaffiora alla mente la domanda che, ogni tanto, ci ossessiona ma che forse è mal posta: “i social ci stanno isolando?” La questione non è la quantità di relazioni, che anzi è aumentata a dismisura ma la loro forma; aumentiamo i contatti ma stiamo perdendo il confronto. E vorrei sostenere una tesi precisa: le piattaforme che chiamiamo “sociali” non ospitano il dibattito, lo simulano, e lo fanno attraverso un dispositivo che nessuno percepisce come politico, il formato.

Partiamo da ciò che ormai si è perso e che anche nell’immaginario collettivo si è dimenticato: dal Settecento e fino a pochi decenni fa (anche se sembra un’era geologica) abbiamo assistito alla nascita della sfera pubblica prima nei caffè letterari per poi arrivare ai circoli, alle sezioni, alle assemblee: luoghi dove estranei discutevano da pari, e dove l’argomento migliore, e non lo status di chi lo pronunciava, doveva prevalere. E nel momento in cui questi luoghi si sono svuotati che il capitale sociale è evaporato, e con esso la fiducia reciproca che tiene insieme una democrazia. Richard Sennett, già negli anni Settanta, aveva diagnosticato il declino dell’uomo pubblico, cioè il ritirarsi della vita civile dentro l’intimità e la personalità.

Nel frattempo, dalle nostre parti, sono spariti perfino i bar dove ci si trovava senza uno scopo immediato; tutti questi luoghi erano spazi imperfetti, spesso rissosi. Ma avevano tre caratteristiche che nessuna piattaforma può riprodurre: si stava nello stesso luogo, si doveva rispondere e, addirittura, si rischiava di cambiare idea.

Al loro posto è arrivato qualcosa che assomiglia a una piazza e funziona come una vetrina. Il passaggio, in una formula, è questo: siamo passati dal confronto alla semplice esposizione ed è quella condizione in cui il consenso non nasce più dall’argomentazione pubblica ma dalla personalizzazione continua dei contenuti, e in cui alla persona, all’individuo (oggi dovremmo chiamarlo utente) non si chiede di partecipare ma di confermare, da me descritto come obbedienza fluida, nel mio saggio Il Leviatano Algoritmico. E questa logica vale in modo particolare per le piattaforme professionali, che sono le più travestite di tutte: si presentano come luoghi seri ma, alla fine, adottano la grammatica dell’intrattenimento.

La triste verità è che, una volta il messaggio era il contenuto; oggi è semplicemente il formato. Neil Postman ne trasse la conseguenza, forse, più scomoda in Divertirsi da morire: la televisione non censurava le idee, le rendeva impronunciabili, perché il suo formato rapido, visivo, spettacolare, non tollerava l’argomentazione lunga. Un discorso complesso non veniva vietato: semplicemente non passava. Oggi il meccanismo si è perfezionato, e vorrei chiamarlo per quello che è: una censura del formato. Puoi commentare, ma entro un tetto di caratteri. Puoi scrivere un post, ma entro certi canoni, oltre non vai. Nessuno ti dice o ti impone cosa pensare; ti viene detto quanto a lungo ti è concesso pensarlo.

Ed è una forma di potere più efficace della censura classica, perché non lascia martiri: non c’è nulla da denunciare, solo un campo di testo che finisce. Il pensiero complesso ha bisogno di subordinate, digressioni, distinguo, ripensamenti, esattamente ciò che l’architettura penalizza. Così la brevità, che nella retorica classica era una virtù conquistata, diventa brevità coatta: non la sintesi di chi ha molto da dire, ma il limite di chi non può dirne di più.

Qui il discorso si salda con quella che ho definito la disuguaglianza cognitiva, (https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/la-disuguaglianza-cognitiva-sara-la-nuova-lotta-di-classe) da non confondere con il divario digitale, che è questione di accesso e di alfabetizzazione strumentale. È qualcosa di più profondo: la disparità nella capacità di decodificare il presente, di distinguere la conoscenza dalla manipolazione, di esercitare un giudizio autonomo dentro un ambiente informativo progettato per orientarlo. Un formato che impedisce l’argomentazione estesa non è neutrale rispetto a quella disuguaglianza: la alimenta. Perché chi progetta l’architettura stabilisce anche quanto spazio ha il ragionamento di chi quell’architettura la abita soltanto e chi decide il contenitore ha già deciso molto del contenuto.

C’è poi la moneta con cui si paga la partecipazione: la reazione. Un “consiglia” somiglia al consenso, ma non impegna a nulla e non ti obbliga a rispondere, a esporre un argomento, a metterci la faccia, a rischiare di ricrederti. È quella che Zygmunt Bauman avrebbe riconosciuto come socialità liquida: legami che si allacciano e si sciolgono senza costo, perché il costo, il dover restare, il dover replicare, è stato eliminato per progetto. Byung-Chul Han ha dato a tutto questo il nome più esatto: lo sciame digitale, una moltitudine che reagisce simultaneamente senza mai costituirsi in un “noi”; rumore, non voce; sciame, non massa perché la massa aveva un corpo, una direzione, un luogo dove radunarsi.

E qui si chiude il cerchio con le mail da cui sono partito. Se la partecipazione è ridotta a reazione, l’unica cosa misurabile è la reazione: le metriche non descrivono il dibattito, descrivono ciò che resta quando il dibattito è stato tolto. Trasferito su scala individuale, è utile ricordare l’avvertimento di Stiglitz e Fitoussi a proposito degli indicatori economici: se misuriamo la cosa sbagliata, finiremo per fare la cosa sbagliata. Un contatore di impressioni è come il PIL della conversazione, cresce mentre ciò che dovrebbe rappresentare si impoverisce. E si intravede, sullo sfondo, l’irrilevanza, l’uscita dal campo visivo del sistema. Contro l’irrilevanza è molto più difficile ribellarsi: non c’è un interlocutore da affrontare, c’è solo un algoritmo che ottimizza senza di te.

Tutto questo ragionamento, di quello che non entra nel formato, potrebbe sembrare un discorso astruso e allora vorrei fare un esempio, tra i molti possibili. Nel mio ultimo articolo, scrivevo che “nel 2025 l’impronta idrica complessiva dell’intelligenza artificiale è stimata tra i trecento e i settecentosessanta miliardi di litri; le proiezioni dell’Università delle Nazioni Unite arrivano, al 2030, a migliaia di miliardi di litri l’anno, in gran parte acqua dolce, perché circa l’ottanta per cento del consumo idrico di un data center passa dall’energia che lo alimenta.” Un dato del genere non è una notizia: è l’inizio di un ragionamento. Per significare qualcosa va collegato al modello energetico, alla localizzazione degli impianti, a chi quell’acqua la perde, alle scelte normative che lo rendono possibile. Richiede, cioè, esattamente ciò che il formato non concede: spazio, tempo, e qualcuno disposto a rispondere.

Ed è questo il punto cruciale del ragionamento: non è dunque vero che non interessa a nessuno; è che non esiste più il luogo in cui una cosa simile possa essere discussa davvero. Torna qui la domanda di Morpheus in Matrix, riformulata in chiave sociologica: cosa è reale? Reale è ciò che possiede una durata che va oltre il presente.

La società digitale privilegia invece il qui e ora, ciò che è immediatamente percepibile, condivisibile, consumabile e, in quell’eterno presente descritto da Ulrich Beck, le idee, le riflessioni, le argomentazioni si susseguono senza sedimentarsi in memoria. La soglia si sposta di continuo e perdiamo la capacità di confrontare il presente con uno stato precedente con una conseguenza che considero decisiva: ciò che non si riesce a narrare non si riesce a contrastare.

Ma a questo punto, ci si potrebbe domandare: che senso ha continuare a scrivere, a pubblicare articoli? Tre motivi molto semplici: il primo è quello di non tradire ciò che hai imparato negli anni, ovvero la condivisione delle idee come la massima espressione di pluralismo e di democrazia; il secondo perché abbiamo vissuto un contesto sociale, sempre un era geologica fa, in cui ci hanno insegnato che il dibattito, il confronto aiutavano te e il tuo interlocutore a crescere e ad arricchirti. Il terzo è perché ci sono ancora luoghi come la StultiferaNavis in cui ti senti a casa, in cui puoi esprimerti e manifestare il tuo pensiero liberamente che di questi periodi non è poco. 

Mi si obietterà che sono discorsi da nostalgici, e che nessuno ci obbliga a stare sui social. È vero solo in apparenza: quando gli spazi alternativi si sono svuotati, restare fuori non significa scegliere un altro luogo, significa non averne nessuno. Per questo la questione non è morale ma politica a cui si può ricondurre il principio che Thomas Piketty applica alla disuguaglianza: non è un destino iscritto nella tecnica, è una costruzione. La lunghezza consentita, la reazione premiata, la gerarchia decisa dall’algoritmo sono scelte di progettazione, e in quanto tali si possono riprogettare. Sarebbe troppo rivoluzionario, o semplicemente democratico, rivendicare il diritto alla forma lunga dove il ragionamento può distendersi e il dibattito, il contraddittorio tornare ad essere motore della coscienza critica?

Resta comunque la domanda che mi porto dietro da quelle mail, che è insieme sociologica ed esistenziale: se il dibattito viene sostituito dall’esposizione, la replica dal gradimento e l’argomento dal formato, che cosa stiamo esercitando esattamente quando crediamo di partecipare?

Di come l’architettura algoritmica ridisegni il lavoro, il consenso e la percezione ho scritto diffusamente ne Il Leviatano Algoritmico. La silenziosa trasformazione del lavoro e dell’essere umano (Delos Digital, 2026).


Pubblicato il 24 luglio 2026

Luigi Russo

Luigi Russo / Autore, Saggista - Etica dell’AI - Gruppo BNP Paribas