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Da una semplice domanda sul linguaggio nasce una riflessione sulla crisi delle relazioni umane. Perché forse il problema non è trovare nuove parole, ma imparare a custodire i legami che danno senso alle nostre vite.


Mi ha colpito un articolo che rifletteva sull'assenza di una parola capace di definire un padre o una madre che perdono un figlio.

Si proponeva persino di coniarne una nuova.

Ma, leggendolo, mi sono chiesta se il problema fosse davvero l'assenza di un nome.

Forse esistono dolori così grandi da non poter essere racchiusi in un sostantivo. Forse dare loro un'etichetta rischierebbe perfino di ridurli a una categoria, quando invece continuano a appartenere alla storia irripetibile di una persona.

L'orfaneità e la vedovanza sono dolori immensi. Eppure la perdita di un figlio sembra appartenere a un'altra dimensione dell'esperienza umana.

La morte di un figlio/a è qualcosa di più. È carne che viene lacerata. Un pezzo di te che viene estirpato e nulla e nessuno può sostituirlo con un trapianto o una protesi.

Da questa riflessione sono passata a un'altra.

Le parole descrivono davvero i rapporti umani?

Quando un fratello divorzia, continuiamo a chiamare "cognata" la sua ex moglie. Se i figli continuano a chiamarla "zia", lo fanno perché quel nome custodisce una storia, non perché esista ancora un vincolo giuridico.

E allora ho capito che il problema non sono i nomi.

Il problema sono i legami.

Viviamo in un tempo in cui si parla continuamente di identità, appartenenza e difesa delle tradizioni. Eppure, proprio dentro le nostre famiglie, i rapporti si sfilacciano con una facilità impressionante.

Ho visto genitori seduti a tavola durante le feste con il posto del figlio vuoto.

Ho visto fratelli smettere di parlarsi.

Ho visto persone interrompere relazioni che sembravano indissolubili.

E, ogni volta che ho potuto, ho cercato di fare il contrario.

Ho sempre pensato che fosse più importante costruire ponti che alzare muri.

Forse perché un ponte non cancella le differenze: permette semplicemente di attraversarle.

È questo che mi preoccupa oggi.

Non l'assenza di una parola nel vocabolario.

Mi preoccupa l'assenza di parole dette al momento giusto, di gesti che ricuciono, di mani tese invece di porte chiuse.

Perché una lingua può sempre inventare un termine nuovo.

Ma nessun dizionario potrà restituirci un legame che abbiamo lasciato morire.

Nessuna spiegazione logica può giustificare la morte di una relazione.

E allora, forse, la vera domanda non è come chiamare certe perdite.

La vera domanda è un'altra.

Che cosa sta accadendo ai legami tra le persone?


Pubblicato il 16 luglio 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

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