Ha ancora senso la letteratura ai tempi dell’intelligenza artificiale e dei LLM? Ha senso fare lo scrittore? Tempo fa ho letto, e commentato su LinkedIn, il pezzo di Francesco Varanini su chi è l’autore pubblicato sulla Stultifera Navis. Pezzo che condivido nella sua sostanza.
Tutta questa discussione mi ha successivamente proiettato indietro nel tempo, agli anni Sessanta e Settanta quando gli autori dell’epoca si interrogavano già moltissimo su autorialità, linguaggio, simulazione. Chissà cosa direbbero oggi i protagonisti del Gruppo ’63? Ve lo ricordate? Con il Gruppo '63, molte cose cambiarono: il ruolo dello scrittore, il ruolo del linguaggio, il significato stesso della letteratura. La letteratura divenne il gioco del linguaggio; il linguaggio si sostituì all'autore come creatore del romanzo, in quanto il linguaggio, secondo loro, si crea attraverso il linguaggio e gioca con le sue numerose possibilità di significato. Il romanzo divenne una decostruzione di strutture, a volte pura invenzione, altre volte un approccio puramente mentale; a volte puro laboratorio, altre volte un gioco ironico per affrontare il mondo frammentario in cui viviamo: ‘Il linguaggio è uno strumento di cui l’autore si serve per provocare la realtà a scoprirsi, per stimolarla a rendersi manifesta negli unici modi in cui essa può ancora farlo, che non coincidono con le forme di un discorso logico e articolato, ma con quelle di una mera affermazione di essa, del processo attraverso cui si costituisce come realtà’ (Guglielmi)
Alcuni membri del Gruppo ’63 sono ancora in vita ma quasi tutti, ahimè, ci hanno lasciato e pagherei per sapere cosa scriverebbero di questa pseudo-evoluzione a cui stiamo assistendo. In particolare mi piacerebbe conoscere il pensiero di Sanguineti, che ho avuto il piacere di conoscere. Chissà se per lui tutto questo assomiglierebbe ad un altro giuoco dell’oca, come il titolo di uno dei suoi romanzi.
Quegli autori avevano piena consapevolezza che il linguaggio e le parole hanno molteplici significati e che il bello della letteratura e dell’essere scrittore è proprio quello di lavorare intellettivamente per venirne a capo: ‘Ma forse si può procedere oltre: affermare che le parole hanno tutti i significati, e non solo quelli del dizionario, ma soprattutto quei vaghi fluttuanti significati che nessun dizionario è in grado di cogliere e catalogare, significati che propriamente stanno tra parola e parola; si potrà chiedere allora perché vengono scritte alcune, e non altre parole, e perché le frasi, diciamo, si conformano a quel modo. Le parole, le frasi sono unicamente dei grafici, dicono le distanze, le altezze, le geometrie nell’ambito delle quali si debbono collocare le letture. Ma dunque, l’autore potrebbe essere il disegnatore dei grafici: 'potrebbe' se non usasse le parole, che, abbiamo visto, hanno tutti i significati e soprattutto i non significati.’ (Manganelli).
Gli scrittori di questo periodo si interrogavano già, sull’artificialità della letteratura, in modo ironico, e non per trovare scorciatoie e vivere di riepiloghi. E poi se riassunto deve essere, che abbia almeno un'impronta umana:
Io posso raccontare non già una storia, che sarebbe un gesto scorretto, ma solo il riassunto di una storia. Ho detto: sarebbe gesto scorretto. Infatti, la storia completa sarebbe completamente collocata nell’ambito dell’allegoria, e dunque sarebbe documento di un collaborazionista. È chiaro? Dunque io non posso raccontare una vera e completa storia perché altrimenti io stesso mi farei muratore delle mie mura: carnefice e vittima: e a me piacciono i ruoli ben definiti. Ma il riassunto, o una cosa che al riassunto assomiglia, sì. In realtà una storia riassunta è una storia ricordata. (...) Dunque se io stesso invento la storia e la riassumo, ciò vuol dire che mi sono rifiutato di essere raccontatore, e che mi sono posto in una condizione che posso solo definire dell’ascolto di me stesso. (...) Dal mio punto di vista, che è il punto di vista del buffone, il riassunto è una fittizia strada principale, attorno alla quale si scatena il serpentesco intrico delle sottostrade, rèdole, tramiti e cavedagni. (...) Tienmi dietro, il riassunto di una storia è una finezza, giacché la storia in verità non esiste e mai esisterà. Riassumere l’inesistente. Mi sento teologo. (Manganelli)
Gli artifici utilizzati dagli scrittori non erano come gigantesche macchine di previsione su base statistica che prevedono ripetutamente la parola successiva in una sequenza e che imparano gli schemi del testo e generano un linguaggio basato su di essi. Erano accettazione dei propri limiti, un modo di essere che dovrebbe essere insegnato quotidianamente:
Perché uso questi artifici? Probabilmente per sfuggire allo stress semiologico per cui ogni cosa deve necessariamente significare qualcosa, mentre appare insensata la maggior parte del mondo, ammesso che il mondo esista. La comunicazione è indispensabile per esternare le nostre necessità quotidiane in mezzo a tanta insensatezza, ma l’espressione e la finzione sono esigenze primarie di riscatto per l’uomo che si rifiuta di diventare una nera formica. Io credo che tutti, oltre alla necessità quotidiana di comunicare, sentano il desiderio di esprimersi. Qualcuno ha detto addirittura che la vita è espressione, ma forse esagerava. Diciamo che mentre la comunicazione è funzionale per condurre i nostri rapporti e per inserirci nella macchina sociale (tra parentesi anche per mentire perché la menzogna si realizza nell’area della comunicazione), l’espressione è un segno della evoluzione personale, lo spazio che ognuno di noi riserva all’immaginazione dove la temperatura cresce per l’attrito con la realtà e con le sue incertezze, indipendentemente dal fatto che sia o non sia uno scrittore. [...] Quando le parole finiscono il significato continua. Quando il lettore ha esaurito le parole, ha chiuso il libro e lo ha riposto nello scaffale, continuano ad agire in lui le inquietudini, i dubbi, i pensieri, le prospettive, le immaginazioni, i turbamenti trasmessi dalla lettura del libro. Se questo non avviene lo scrittore ha fallito il suo scopo. Direi che da questo risultato si distingue un libro di consumo da un testo letterario (Malerba).
Detto tutto ciò, vorrei parlare di un’autrice forse poco nota, Alice Ceresa e del suo romanzo La Figlia Prodiga. Un testo scritto in forma di trattato ma con lo stile e la forza di un meta-romanzo. Il fatto che si tratti di un trattato si deduce facilmente dal fatto che il titolo di ogni capitolo inizia con il prefisso latino de + caso ablativo, tipico soprattutto dello stile retorico dei trattati del Seicento. Il contenuto del romanzo ha quasi connotazioni ideologiche: è la storia di una figlia che vuole liberarsi dai forti legami sociali imposti dalla famiglia e dalla società. La stessa Ceresa ne parlò in una intervista: ‘Ho tentato di narrare un'avventura individuale nella sua parabola vitale, sostituendo non solo a un personaggio credibile un personaggio artificiale, ma anche al tessuto narrativo convenzionale e «probabile» un testo astratto, che fosse tuttavia in condizione di svolgere lo stesso ruolo educativo e sensibile solitamente e per altro genere di avventure affidato ad elementi quali la descrizione, il dialogo, la sospensione ecc..’ (Ceresa) L'idea del testo è un'interpretazione ironica della parabola del figliol prodigo:
Tanto per incominciare, benché la storia della figlia
prodiga non sia nota,
non essendo essa mai finora stata raccontata,
non vi è al mondo chi non sappia che cosa una figlia
prodiga sia. Ciò deriva da una parte
dal fatto che noi disponiamo di una notissima storia
del figliol prodigo alla quale
se non altro per associazione di idee
potrebbe andare avvicinata o venire identificata; e
dall’altra dalla circostanza
che a questo mondo, ormai, noi siamo abituati a tutto
e il dover pensare che vi possa esistere anche qualcosa
come una figlia prodiga non solo non stupisce
ma appare addirittura come scontato.
Essendovi infatti stato un figliol prodigo,
non si vede a prima vista perché non dovrebbe esservi
pure una figlia prodiga e,
procedendo nel ragionamento,
poiché effettivamente la prodigalità esiste non si vede
a guardarci meglio perché dovrebbe subire limitazioni
per il semplice fatto che il protagonista che se ne rende responsabile
appartenga a questo piuttosto che a quell’altro sesso ( LFP, pp. 7-8 ).
Parlare di Ceresa mi interessa perché sarebbe interessante proporre agli studenti di una qualsiasi classe scolastica una sfida testuale tra un testo come questo e ChatGPT, e far capire loro la futilità di uno strumento quale quest’ultimo. E anche che tutta questa eccitazione era, semmai, già stata anticipata dalla letteratura che, come spesso accade, è profetica. Ne La Figlia Prodiga la narrazione è assente. Inoltre, la prosa è interrotta da frequenti interruzioni di riga che spezzano le frasi, introducendo un elemento prosodico irregolare. Completamente privo di elementi descrittivi, naturalistici, emotivi, psicologici o fattuali, il testo si ripiega continuamente su sé stesso, tendendo alla pura astrazione logica. Dopo aver introdotto il contesto, Ceresa definisce il suo punto di partenza. Sceglie questa storia perché nessuno ne sa nulla e proprio questa ignoranza permette di raccontarla:
Perché delle storie ben piuttosto
che si stanno raccontare o rispettivamente per leggere
è bene che non si sappia in precedenza niente
o almeno il meno possibile: e questo saggiamente,
affinché chi scrive possa avere la più ampia libertà di ispirazione che tornerà a vantaggio, come ogni critica letteraria insegna, della storia stessa e di chi legge e
affinché
chi legge abbia oltre agli altri anche il non trascurabile beneficio della scoperta di cose nuove, sconosciute e
insomma
soprattutto non digià note e scontate. Queste esigenze che sono parte fondamentale dell’interesse delle storie e uno dei motivi per cui
le si scrivono e le si leggono
a noi vengono a mancare prima ancora che la nostra storia
sia incominciata. E non è mancanza da tenersi in poco conto ( LFP, pp. 8-9 ).
È evidente che Ceresa è molto interessata alle problematiche del romanzo contemporaneo, come si evince dal seguente brano in cui viene chiarita la distinzione tra persona e personaggio mentre oggi tutti desiderano essere solo personaggi:
Un personaggio non dovrebbe mai preesistere
bensì sorgere,
a coronamento infine delle vicende più o meno reali ma sempre verosimili che la storia narra,
dalle pagine che ne contengono la stesura letteraria e fittizia;
poiché un personaggio, evidentemente, diventa tale in seguito alle circostanze che ce lo rappresentano ed è perciò,
comunque questa rappresentazione avvenga,
una creatura letteraria che in nessun modo andrebbe confusa, perché non confondibile, con la più semplice e vivente
creatura senza storia che è la persona. Sarebbe come dire che le persone fanno
o in tutti i modi, possono fare
le storie; ma che sono a loro volta le storie
che fanno i personaggi ( LFP, pp. 9-10 ).
Il personaggio definito che preesiste al testo, tipico del romanzo tradizionale, è scomparso. Il personaggio si crea progressivamente all'interno della storia. Un personaggio avatar? Ceresa, infatti, si lamenta perché, in un certo senso, il suo personaggio preesiste alla storia, ma in questo caso particolare non può farci nulla, perché anche la figlia prodiga è una persona in quanto rappresenta una categoria sociale: ‘Una figlia prodiga è senza dubbio una persona da una parte unica e dall’altra esemplare, a prescindere naturalmente dal fatto che essa sia il nostro personaggio, ovverosia la protagonista della nostra storia.Altrimenti non si spiegherebbe per quale mai motivo essa possa o potesse assurgere a un ruolo tanto rappresentativo da esistere anche al di fuori e oltre e indipendentemente dalla propria storia, preesistendo addirittura ad essa’ (LFP, p. 15).
In sostanza, Ceresa sembra vivere il conflitto tra letteratura e vita. Crea un personaggio, ma tiene anche conto dell'esistenza della persona come essere sociale che preesiste al personaggio stesso. Infatti, nelle pagine seguenti, Ceresa analizza la natura sociale di alcune definizioni: soprattutto quella di figlia e, in secondo luogo, quella di famiglia. Lo fa perché l'intero libro si basa su questa relazione che si rivela complessa: la figlia prodiga rifiuta e nega l'idea di famiglia, dimenticando che è proprio grazie ad essa che può esistere. Ceresa parte da un punto di vista realistico e da una situazione reale, per poi iniziare a rendere astratta la storia e a collocarla in una meta-regione che prende vita sulla pagina. Infatti, sebbene la letteratura sia costituita da una storia che esiste perché deve essere raccontata, la letteratura si occupa di ciò che viene detto ma anche di ciò che rimane inespresso: ‘Sarà perciò pur anche vero senz’altro che in letteratura non può esistere solo quanto è detto, in quanto che il detto provoca automaticamente il taciuto; ma più vero rimane senza ombra di dubbio che il detto, sia poi per presenza, sia poi per creazione di susseguenti e da esso stesso determinate assenze, e quindi caso mai addirittura doppiamente, rimane tuttavia la prima, inopinabile e inequivocabile realtà della letteratura’ (LFP, p. 28).
Se, come dice Ceresa, ciò che rende reale la letteratura è ciò che viene detto, è anche vero che la letteratura è fatta di parole e le parole hanno un potere che va oltre la carta; possono rendere astratti i fatti, presenti sulla carta: ‘E non è che le parole con questo confessino una loro strutturazione inferiore ad altre e più consistenti strutturazioni a cui sembra che le andiamo opponendo; bensì affermano semplicemente che metamorfizzabile è semmai qualsiasi cosa in parole, e non già che andrebbe anche solo preteso come possibile il contrario. Effettivamente ogni cosa può essere detta; ma nessuna cosa detta può assumere una qualsiasi consistenza; ragione per cui le parole servono scopi astratti e consistono esse stesse non solo in una astrazione, ma nella astrazione per eccellenza, bastando il loro uso, quasi fosse un tocco magico, a trasformare tutto da reale in astratto’ (LFP, p. 29).
Ecco perché la letteratura, vista così, è una ricostruzione artificiale della realtà, fatta di strumenti artificiali, le parole, che creano mondi reali, possibili e veritieri. Essendo artificiali, sia la letteratura che la realtà hanno poca importanza, ed è dovere dell'autore essere responsabile del regno delle parole su cui lui/lei deve far dipendere il testo:
Scegliendo le cose da dire, tacendo quelle secondo lui inutili o superflue, organizzando associazioni e svolgimenti a puro proprio piacimento, riuscendo a fare accadere in astratto quanto nella vita non può accadere, impedendo che vi accada quanto invece nella vita accade, e insomma disponendo di un mondo e di una forma strettamente aderente per produrre mondi impossibili, inverosimili, o anche mondi possibilissimi e verosimilissimi, in una dimensione equivalente ma non uguale, somigliante ma non corrispondente (LFP, p. 32).
Pertanto, ogni cosa è soggetta a una condizione di imperfezione; la storia della figlia prodiga è imperfetta perché la famiglia è imperfetta in quanto la sua vita è convenzionale ed effimera. La letteratura è imperfetta perché non esiste:
Perché la letteratura non esiste. Solo esistono le storie. Le quali, prima di venire raccontate
accadono
e storie sono quando accadono
e non quando piú o meno casualmente vengono raccontate.
Ed infine di scoprire che, raccontate o meno, esse non possono prescindere dalla vita,
o perlomeno da quell’unica cosa che della vita noi sappiamo,
e cioè che essa va vissuta,
e che nulla vi può sopperire ( LFP, pp. 48-49 ).
Anche la vita è imperfetta perché è sempre soggettiva e assoluta, essendo solo un flusso mutevole fatto di infinite vie. Ma lasciateci questa imperfezione e questa illusione! Ceresa si immerge quindi in questa artificialità per poterla svelare. Se tutto è artificiale, le è concesso di raccontare una storia di finzione usando, tra le altre cose, un linguaggio retorico asettico che si esprime piuttosto che comunicare qualcosa: ‘Non essendo stati fin qui, dopotutto, che insinuazioni di sapore nettamente letterario perché fatte evidentemente, cercando di agitare le acque con semplici frasi e trasparenti terribilismi, di chi questa storia ha il vantaggio di scrivere’ ( LFP, p. 112 ).
In altre parole, Ceresa sembra riconoscere l'impossibilità letteraria di riprodurre la vita e ammette che l'unica cosa che un romanziere può fare è raccontare una storia giocando con gli infiniti significati creati dalle parole. Ciò implica che la natura di ogni storia, e quindi della storia della figlia prodiga, sia quella del dissimulatore. Ceresa insiste molto sul concetto di dissimulazione. Innanzitutto, distingue tra simulazione, che è un modo di imparare a essere nel mondo, e dissimulazione, che è nascondere qualcosa; afferma inoltre che entrambe sono false. Poi, dice che entrambe le distinzioni fanno parte dell'entità creativa e dipendono dalla posizione dello scrittore nel mondo: ‘Non simula dunque chi vuole, né chi vuole dissimula; ma ognuno simula o dissimula senza alcuna libertà di scelta, secondo le sole e semplici possibilità lasciategli aperte dalla sua vera e effettiva e fondamentale posizione nel mondo’ (LFP, p. 115).
È possibile interpretare questa teoria con l'affermazione che Ceresa crede che in letteratura la mimesi sia impossibile; da un lato, lo scrittore ha la possibilità di simulare la realtà, che è un approccio tradizionale al romanzo, dall'altro può usare la dissimulazione, che si adatta meglio al romanzo contemporaneo. Il punto di vista di Ceresa è piuttosto ovvio: ‘Questa storia esiste in quanto consiste nel duplice carattere delle cose che esistono esistendo e che esistono per contraddire la non-esistenza, cioè una volta per sé e una volta per gli altri, il tutto evidentemente in una volta sola’ ( LFP, p. 130 ). Non è possibile alcuna interpretazione, perché il romanziere deve diffidare di tutto. L'unica certezza è l'esistenza della figlia prodiga la cui natura è anch'essa precaria: ‘Che diffidiamo di tutto / salvo che della figlia prodiga, per precaria che essa senza dubbio sia’ ( LFP, p. 134 ).
Poiché non vi è interpretazione, viene negata anche l'analisi, in quanto tende a generare dispersione. Il personaggio della figlia prodiga vuole esprimere proprio questa dispersione. Ceresa delinea il suo personaggio con una personalità segretamente sviluppata, con un basso grado di accessibilità e un alto grado di stranezza e distacco, senza parole, poiché le manca la capacità di comunicare: ‘La prima sensazione che ne ricaviamo è senz’altro la percezione di una freddezza e di una distanza che solo in parte si spiegano con la sua estraneità; molte sono le persone che noi incontriamo, una volta o l’altra, necessariamente per la prima volta e non per questo ci sembrano munite di tanto poco calore umano nel venirci incontro, o, come in questo caso, nel non venirci incontro affatto, né circondate di tanto e dichiarato ed evidente mutismo’ ( LFP, p. 151 ).
La figlia prodiga rappresenta la parodia intellettuale della letteratura. In lei, tutte le contraddizioni su cui si fonda la letteratura trovano una sintesi. Ancora una volta, emerge la sovrapposizione e il conflitto tra la prima e la seconda realtà.: ‘Significa semplicemente che siano riuscite a sovrapporsi una all’altra con una più o meno perfetta sintonia; il che tuttavia non ne elimina nessuna, né ne costituisce una terza: l’aspetto anzi essendosi semplificato ad uno che corrisponda sia al primo che al secondo separatamente e più o meno perfettamente; e non certo mai essendosi sommato o moltiplicato o rinnovato in una composizione dei due’ ( LFP, pp. 162-63 ).
La figlia prodiga vive dunque in una condizione di totale parzialità o di parziale totalità, sperimentando una dissociazione e una dualità tipiche dei personaggi contemporanei, nonché un'ambivalenza che si interseca in due direzioni divergenti. In questo paradosso, la figlia prodiga sperimenta l'asocialità di una persona contro ogni certezza, sia pratica che spirituale, e contro ogni organizzazione sociale del genere umano, come la famiglia. Sperimenta la frammentazione della personalità. La sua definizione di persona deriva dall'impossibilità di descriverla, e la sua esistenza deriva dalla sua non esistenza. Lei è ciò che è, e bisogna piuttosto scomporla che costruirla se si vuole darle un significato:
Quando non si tratta, in altre parole,
di costruire qualcuno,
ma di smembrarlo
per togliergli la sua nociva qualità di essere digià costituito ( nociva comunque in una storia, dove come ben sappiamo, le cose dovrebbero appunto accadere e non già essere di già accadute )? ( LFP, p. 190 ).
Ceresa cerca un punto di vista oggettivo che permetterebbe al personaggio di esistere dentro l’artificialità della letteratura: ‘Ma va pure tenuto presente che queste nostre, per osservazioni che vogliano essere e nonostante tutto sono, nondimeno difettano di un solo pregio che è quello della soggettività; essendo chiaro il loro carattere di obiettività almeno fintanto che saremo noi che, passando il nostro tempo ad osservarla, cerchiamo di descriverla’ ( LFP, p. 211 ).
Ceresa desidera questo perché altrimenti la scrittura diventa impossibile e raccontare una storia sarà sempre una distorsione. Insomma, gli autori di questa epoca, Ceresa inclusa, avevano già anticipato e smontato le premesse dell’AI. Oppure vogliamo sostenere che i LLM sono davvero il grado zero della scrittura come detto da Barthes?:
Non vi sarebbe quindi da avere nessuna meraviglia se, in ossequio alla medesima sofisticazione, distorsione e mimetizzazione, nonché
ingannevole gioco della procedura, venisse pure il momento in questa storia
in cui il discorso fosse assunto dal vero e proprio interprete di essa,
che sarebbe poi il suo personaggio. Benché, nell’evenienza di questa possibilità,
noi non potremo fin da ora fare a meno di esprimere la nostra perplessità
in merito alla verità
di quanto in quel modo sarebbe o sarà detto,
perché nel migliore dei casi
difetterà nel senso opposto, e cioè nella soggettività, almeno altrettanto
come noi abbiamo peccato di oggettività:
il che, oltre ad essere inevitabile,
costituisce purtroppo
l’unica verità possibile di una storia, che sarà sempre, sia poi nell’un modo, sia poi nell’altro,
solamente ed eternamente
un inganno ( LFP, pp. 212-13 ).
L'unico modo per essere obiettivi è lasciare che il personaggio sia e permettergli di parlare. Per questo Ceresa ha creato la figlia prodiga con tutte le contraddizioni della vita e della letteratura, quasi a voler affermare l'autonomia del testo e l'anonimato del suo autore. Il personaggio fa il romanzo, la sua singolarità è riconducibile alla singolarità della letteratura con la sua artificiale inesistenza. Il futuro ci dirà se quella tecnologica prenderà il sopravvento, come qualche folle vorrebbe alimentare.