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Un viaggio tra storia, spopolamento, lavoro, democrazia e immigrazione: dalle campagne svuotate della Rivoluzione agricola inglese all’Italia di oggi, dove i territori che perdono giovani e lavoro rischiano di perdere anche il futuro.


Già nell’Inghilterra della Rivoluzione agricola si vide con chiarezza ciò che la modernità avrebbe poi ripetuto molte volte: quando la terra cambia padrone e la produzione diventa più efficiente, non sempre cresce anche la giustizia sociale. Il sistema delle enclosures, accelerato soprattutto tra Settecento e Ottocento, chiuse le terre comuni, concentrò la proprietà e spinse molti piccoli contadini fuori dalle campagne, verso le città e verso il lavoro industriale.

La produttività aumentò, ma il prezzo umano fu alto.

Oggi non siamo più nell’Inghilterra delle recinzioni, ma continuiamo a vedere qualcosa di simile: territori che si svuotano, giovani che partono, lavoro che si concentra altrove, e intere aree che invecchiano più in fretta di quanto riescano a rigenerarsi. In Italia il Mezzogiorno continua a perdere popolazione verso il Centro-Nord: nel 2024 il saldo migratorio interno del Sud è stato negativo per 52 mila residenti; nel biennio 2023-2024 i trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono stati 241 mila, contro 125 mila nel senso inverso, con una perdita netta di 116 mila residenti. (Fonte ISTAT)

Per questo fa riflettere che proprio dove il lavoro arretra e i giovani se ne vanno, arretri spesso anche la partecipazione. Non è una colpa morale del Sud, né un difetto dei suoi cittadini. È il segno di un indebolimento profondo del tessuto sociale. Quando restano soprattutto pensionati e i territori si svuotano, non si perde solo forza lavoro: si perdono anche presenza civica, energia collettiva, voce politica. E una democrazia che invecchia senza rigenerarsi tende più facilmente a difendere l’esistente che a immaginare il futuro. Le proiezioni Istat indicano infatti una popolazione italiana in calo fino a 54,7 milioni nel 2050, con un processo di invecchiamento che prosegue nonostante il contributo positivo delle migrazioni; nello stesso orizzonte il rapporto tra persone in età lavorativa e non lavorativa tende a restringersi drasticamente.

Non è una colpa dei pensionati. È una responsabilità della politica, che per troppo tempo ha lasciato che il Paese si sviluppasse in modo squilibrato: i giovani partono, il lavoro si assottiglia, i servizi arretrano, e il peso elettorale si concentra sempre più su chi, comprensibilmente, teme di perdere quel poco che gli resta.

Così il voto smette di guardare avanti e si aggrappa all’oggi.

Ed è qui che entra in gioco una parola che molti pronunciano con paura, ma che andrebbe pronunciata con realismo: immigrazione.

Un Paese che fa pochi figli, perde giovani e vede restringersi la popolazione in età lavorativa non può permettersi di trattare l’immigrazione solo come emergenza o minaccia. La Banca d’Italia ha scritto che l’immigrazione è stata finora cruciale per colmare i vuoti creati nel mercato del lavoro dal declino della popolazione autoctona. Anche a livello europeo, il saldo migratorio positivo ha compensato il saldo naturale negativo. Questo non significa negare i problemi dell’integrazione. Significa capire che, senza nuova energia umana, sociale e lavorativa, il declino non si arresta: si amministra. (Rapporto Banca d'Italia)

Perciò la vera domanda non è se parlare di lavoro significhi fare politica. La vera domanda è come si possa parlare di lavoro senza fare politica.

Il lavoro è politica.

Lo spopolamento è politica.

Le pensioni sono politica.

L’emigrazione dei giovani è politica.

E anche l’immigrazione, se affrontata con serietà e non con propaganda, è politica nel senso più alto: quello che riguarda il destino concreto di un Paese.


Pubblicato il 23 marzo 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

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