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Non serve censurare la rete.
Serve educarla.
Una riflessione sulla scolarizzazione del web e sulla metacompetenza necessaria per abitare lo spazio pubblico digitale.


Per imparare a leggere e a scrivere si va a scuola.
Per imparare a stare nello spazio pubblico digitale, no.

Il web è oggi la più grande agorà mai esistita, ma è un’agorà senza educazione alla parola. Vi si accede senza alcuna preparazione non solo informatica, ma soprattutto comunicativa, argomentativa, critica. Tutti parlano, pochissimi sanno come farlo.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque frequenti i social:
opinioni scambiate per competenze, citazioni false spacciate per autorità, dissenso percepito come offesa personale, aggressività usata al posto dell’argomentazione. Non è pluralismo: è rumore.

Non ne sono stata immune neppure io.
In uno spazio che premia l’aggressività, anche il linguaggio può irrigidirsi, diventare pungente, difensivo. Ma è proprio questo il segnale di un ambiente che chiede educazione, non escalation.

Il problema non è che “tutti parlano”. Il problema è che nessuno è stato educato a parlare in pubblico. Perché il web non è una conversazione privata: è uno spazio esposto, collettivo, permanente. E come ogni spazio pubblico richiede responsabilità, precisione, consapevolezza degli effetti delle parole.

A scuola si impara la grammatica, la scrittura, la lettura.
Ma la comunicazione nello spazio pubblico digitale è un territorio nuovo, che richiede strumenti ulteriori: distinguere tra opinione e argomento, verificare una fonte, riconoscere una manipolazione, capire quando una frase è una citazione e quando è un’invenzione.

Se non si conosce il paradigma eufemistico e il funzionamento del linguaggio figurato, accade che una metafora venga vissuta come un insulto, una riflessione generale come un attacco personale, una scelta di silenzio come arroganza, una battuta ironica bollata come volgarità.

È l’analfabetismo comunicativo: non mancanza di parole, ma mancanza di strumenti per usarle.

Non servono nuove censure, né arbitri morali del pensiero.
Serve educazione.

Serve una vera scolarizzazione del web.

Educare alla comunicazione digitale significa insegnare che:

  • dissentire non equivale ad aggredire
  • citare non significa attribuire a caso
  • il tono è parte del contenuto
  • il silenzio può essere una scelta responsabile
  • non tutto ciò che si pensa deve essere urlato

Il web non ha bisogno di essere zittito.
Ha bisogno di essere alfabetizzato.

Non serve censurare la rete.
Serve educarla.
Perché una parola senza scuola diventa rumore.
E il rumore, alla lunga, è una forma di analfabetismo.


Pubblicato il 23 febbraio 2026

Angela Santoro

Angela Santoro / Scrivo, insegno, esploro. Porto nel digitale la passione di una vita nella scuola, creando ponti tra menti e generazioni. Cultura, parole, ironia e incoscienza.

https://www.angelasantoro.com/