Ho sempre pensato che in realtà il linguaggio - le lingue con cui comunichiamo - sia più un ostacolo alla comunicazione che non un facilitatore. Anche nei casi in cui si parla la stessa lingua (ma la si parla davvero? Basti solo pensare alle differenze grammaticali, semantiche, lessicali, e via discorrendo, che esistono fra gli individui) ho sempre avvertito un certo grado di incomprensione fra le persone. Uno scarto irrimediabile fra pensiero e linguaggio, fra espressione e comunicazione. Meglio allora il silenzio o la comunicazione non verbale, anch’essa soggetta ad equivoci ma più “diretta”. Ci sono varie teorie circa le relazioni tra pensiero e linguaggio. C’è quella che sostiene che linguaggio è pensiero ovvero che il linguaggio è pensiero oggettivato verbalmente. Il pensiero si forma in sistemi rappresentativi tra i quali c’è il linguaggio. In definitiva, il linguaggio è il modo di presentare il pensiero al mondo esterno.
C’è quella che sostiene che il pensiero dipende dal linguaggio. Quella che dice che originariamente linguaggio e il pensiero sono indipendenti.
E naturalmente moltissime altre. La mia preferenza va alla prima qui citata anche se, negli anni universitari, ho preso parte, come molti, alla sbornia strutturalista, post-strutturalista e decostruzionista che in qualche modo ha rafforzato quell’idea che il linguaggio non comunica affatto. Secondo alcuni di quei discorsi intorno al linguaggio, quest’ultimo è ciò che esprime l'essere. In ogni discorso, l'individuo usa le parole, attraverso le quali si costruisce un intero linguaggio. Sebbene indubbiamente usiamo il linguaggio nel discorso, a volte non riusciamo a comunicare il vero significato delle nostre parole. Tutto accade tra "parole" e "cose", tra chi parla e il suo interlocutore. Ciò che riguarda il linguaggio è talvolta un segno che deve essere decifrato per accedere alla verità. Ciò che la parola ci rivela non può essere compreso o accessibile al di fuori dello spazio aperto dall'atto del parlare, dall'atto del lasciarsi andare. È grazie alle parole che l'individuo può esprimere i propri pensieri. Pertanto, di fronte al linguaggio dei segni, le parole esistono per consentire l'accesso al significato del testo o del discorso. La scrittura è dunque il luogo in cui le parole esprimono l'essere. La scrittura diventa quindi il mezzo per parlare e pensare l'essere. Le parole non possono essere comprese semplicemente attraverso il loro significato lessicale già costituito, indipendentemente dal linguaggio. Sono quindi i segni della scrittura che guidano sia chi parla che chi ascolta verso la verità. Le parole hanno un fondamento semantico e lessicale inesauribile, depositato dal linguaggio. La parola non è ciò che fonda la cosa, ma permette alla cosa di manifestarsi come cosa. Sarà probabilmente anche per questo che, nonostante tutto, ho scelto di diventare scrittore.
Venendo però al tema di questo articolo, se il linguaggio è davvero la casa dell’essere, come sosteneva Heidegger, che ne è del linguaggio ai nostri tempi? E soprattutto: si può ancora parlare?
Mi faccio queste domande perché, secondo me, assistiamo a dei fenomeni che non solo supportano la teoria che il linguaggio invece di comunicare è una fonte di equivoci e incomprensioni, ma anche a fenomeni che azzerano del tutto l’uso del linguaggio, trasformandolo in un piatto rigurgito autoreferenziale.
Ciò che Orwell aveva profeticamente chiamato una neolingua, concepita per ridurre le capacità speculative, come si evince da questo brano:
Fine specifico della neolingua non era solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del Socing, un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto e l’archelingua dimenticata, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole. Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo "Questo cane è libero da pulci"; o "Questo campo è libero da erbacce". Non poteva invece essere usata nell’antico significato di "politicamente libero" o "intellettualmente libero", dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse. A prescindere dall’eliminazione di vocaboli decisamente eretici, la contrazione del lessico era vista come un qualcosa di fine a se stesso, e non era permessa l’esistenza di una parola che fosse possibile eliminare. La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta.
A cosa assistiamo oggi? Da una parte ad un linguaggio -scritto e parlato - becero, insultante, aggressivo, a causa in grossa parte delle nuove tecnologie. Infatti, ciò che i social media hanno cambiato in merito all'incitamento alla violenza non è solo la velocità, la portata e l'impunità che offrono. Anche gli algoritmi giocano un ruolo importante. Un commento sgradevole, un insulto o uno sfogo di indignazione vengono privilegiati rispetto a un elogio, un incoraggiamento o un'ammirazione. Sembra che la violenza, in tutte le sue forme, catturi l'attenzione in modo più efficace dell'armonia o della tenerezza. Le piattaforme che gestiscono i social media mirano a fidelizzare gli utenti e a mantenerli online il più a lungo possibile per massimizzare i profitti. La matematica Cathy O'Neil, ad esempio, ha recentemente evidenziato come, attraverso la manipolazione deliberata e organizzata degli algoritmi – vere e proprie "armi di distruzione matematica" (titolo del suo libro che vi consiglio) – si infligga un senso di vergogna e umiliazione ad alcuni membri vulnerabili della società, diventando al contempo una fonte di profitto per chi detiene il potere e per i giganti di internet. Secondo la sua dimostrazione, orchestrando un gioco di prestigio, questi algoritmi permettono alla società di essere assolta da ogni responsabilità per la disoccupazione, l'obesità, l'uso di droghe e l'alcolismo, e di indurre un profondo senso di vergogna nelle vittime, che diventano le sole responsabili di ciò che accade loro.
Dall’altra parte io vedo una grave impossibilità di comunicare realmente e una difficoltà di relazione che rappresentano il paradosso della contemporaneità. L’essere umano ha perso la capacità di comunicare, è profondamente muto e ha bisogno di esserlo come forma di rispetto per quello che non può capire. Solo che, invece di rispettare e capire il perché di questa mutezza, si sfoga, usando un linguaggio sempre più animalesco.
Avendo perso il centro dell’universo, al giorno d’oggi tutti gli esseri umani costruiscono una barriera intorno a se stessi. Per difendere ciò che resta della loro disintegrazione, in un mondo in cui è molto facile comunicare attraverso le tecnologie, gli esseri umani non possono dire una parola o, se la dicono, probabilmente verranno fraintesi. Ciò rende le relazioni quasi impossibili da vivere e mette seriamente in discussione il ruolo del linguaggio: se gli esseri umani parlano la stessa lingua ma non riescono a capirsi, possiamo dire che il linguaggio sia il nostro principale mezzo di comunicazione?
Ecco che, non senza sorpresa, almeno io vedo una crescente intolleranza, una disarmante insofferenza (intesa anche come essere in-sofferenza costante, ovvero preda di un dolore che non si sa esprimere), una fatica esistenzale pesante da portare, un girare a vuoto senza costrutto.
Piovene, autore tristemente dimenticato, lo aveva già “denunciato” tanto tempo fa (ma chi ascolta gli scrittori? ne so qualcosa):
Se però questa epidemia, la scomparsa della volontà di continuare a vivere, ha preso il mondo umano, bisogna pure che qualcuno se ne accorga prima degli altri. Che finisca di andare in giro sotto tante maschere. Perché è tanto tempo che c’è, ma sotto maschere che vogliono dire il contrario: mutamenti e miglioramenti dell’uomo, rivoluzioni, messianismi, utopie, la nuova storia umana.
Il mondo umano e umanistico basato sull’amore e sulla natura è scomparso ma non per l’esplosione di una bomba o per una malattia mortale (non ancora almeno ma ci stiamo dando da fare anche per questo). Si sta esaurendo nel confronto contro la modernità tecnologica. In un conflitto crescente tra la perdita dell’essere umano del passato che non c’è più e l’essere umano contemporaneo che è diventato un orribile miscuglio di incompiuta bestialità; essendo disumanizzata, l’umanità è un’oscurità sospesa tra inizio e fine, tra il recupero dell’umanità e la progressione dei fantasmi di quell’umanità.
Vogliamo poi parlare del fatto che non si può più dire nulla senza che qualcuno si offenda o si consideri una vittima?
I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno.
Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni.
Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio. Grave errore perché come dice Hanna Arendt:
Giudicare ha un ruolo decisivo nel rivelare agli individui la natura del loro ambiente pubblico: “è una delle più importanti, se non la più importante attività nella quale si manifesti il nostro condividere il mondo con altri”.
Il disaccordo diventa immediatamente un problema invece che un’opportunità di confronto. Anzi, il confronto viene deliberatamente evitato per paura di soccombere. La verità è, secondo me, che molti evitano il confronto perché in fondo sanno di non avere gli strumenti per affrontarlo. Sanno che non sono stati preparati per questo e che sono cresciuti avulsi da un’educazione che promuove il pensiero critico. Sanno che non è intelligente rincoglionirsi dietro ad uno schermo. Però, e questo mi imbestialisce, non fanno nulla per cambiare. Lo accettano come fosse ineluttabile. Rispondono a questo deserto cognitivo con massicce dosi di narcisismo, pronti, loro sì, a giudicare tutto e tutti ma parandosi dal giudizio competente degli altri. Nessuno mi può giudicare.
Furedi ha espresso molto bene la pratica del non-giudicazionismo:
L’autorità del non-giudicazionismo legittima la propensione a eludere il giudizio su pratiche e valori culturali diversi, spesso in opposizione tra loro. È pur vero che i giudizi affrettati a cui si giunge attraverso stereotipi sono solo manifestazioni di conformismo e pregiudizio. Ma l’apprezzamento del non-giudicazionismo in sé e per sé non possiede qualità etiche intrinsecamente positive. È un sintomo, nel migliore dei casi, di una certa indifferenza, e nel peggiore di viltà morale, perché rispecchia il rifiuto di confrontarsi con il significato dei confini morali. La rinuncia a criticare e ad affrontare le convinzioni e le opinioni altrui sbarra la porta a qualunque elaborazione di un consenso pubblico reciprocamente concordato. Per paradosso, la pratica del non-giudicazionismo allarga la distanza psichica tra le persone e rafforza i confini che le separano.
E se fosse solo un problema dei social, tira via, anche perché chissenefrega dei social! Il problema è che tutto questo avviene nelle pratiche quotidiane, nei rapporti interpersonali, nelle relazioni affettive, nei luoghi di lavoro, nella scuola! La gente gira con gli elmetti per proteggere il proprio pensiero da attacchi esterni. Molto spesso credendo quel loro pensiero l’unico rispettabile.
Non si sa più comunicare/parlare ma nemmeno si può più farlo. Le munizioni glottodidattiche devono essere sparate a salve, per non compromettere la già fragilissima struttura di esseri umani svuotati. È grave non saper distinguere tra giudizio e pregiudizio, tra analisi e analista. Bisogna pesare le parole un tanto all’etto. E se c’è un etto in più che faccio? Lascio?