Ogni macchina, ogni strumento accompagna l’uomo nell’ex sistere, nello stare di fonte al mondo degli enti che sono solo cose come colui che, non essendo cosa, agisce sul mondo delle cose.
La radice magh sta per 'aver potere', ‘essere capace’. Di qui il greco attico mekhané e il greco dorico makhaná. Meccanica e macchina ci parlano di 'mezzo ingegnoso', 'espediente', 'congegno'.
Congegno e engine, come ingegno e genitore, discendono dalla radice gene, che porta con sé l’idea di generare. Apparato e apparecchio portano con sé l’idea del partorire. Dalla radice indoeuropea werg-, che esprime l'idea di lavoro, derivano in greco érgon; e ergazomai, 'lavorare', en-ergeia 'forza in azione', 'energia'; órganon, ‘strumento’. Si può parlare di érgon di una cavallo, o di una macchina, ma, con Aristotele, possiamo osservare una originaria differenza tra l’ érgon ‘lavoro’, ‘opera’ dell’uomo e l’érgon di qualsiasi altro ente. L'idea di organo naturale, biologico, è dovuta al fatto che nessuna macchina appariva all'uomo complessa ed articolata come il suo stesso corpo. La protesi, pro, 'davanti', thítenai 'porre', è una aggiunta al corpo.
Device discende dal latino dividere. Dis videre è in senso stretto ‘separare’. Ma sta anche per immaginare, all’inventare, al desiderare. Atteggiamenti pienamente umani. Il device è cosa immaginata e quindi realizzata, e allo stesso tempo strumento per agire sul mondo delle cose.
La radice ster, 'stendere', parla in origine di strati sovrapposti, da cui il verbo latino struere. Construere è sovrapporre strati, destruere è sottrarre strati necessari. Instrumentum è qualcosa di ‘costruito, ‘strutturato’.
Utensilis deriva dal verbo latino uti, 'usare'. Dispositivo sta per 'che prepara', dal latino dispositus: preparare al lavoro, predisporre gli strumenti per il lavoro. Analogo il senso di tool: il protogermanico tolan sta per 'preparare'.
Ferramenta, è in latino 'strumento, 'utensile', in origine di ferro. Analogo l’inglese hardware: ‘ferramenta’, ‘ferraglia’. Da cui, per analogia e per differenza, negli Anni Sessanta software: ciò che fa parte della macchina, ma non è hardware. Software è ‘asset intangibile’, conoscenza emersa dal lavoro.
In ognuna di queste situazioni è presente l’uomo, artifex, artefice. Arte facere è ‘fare ad arte’, ‘fare tramite l’arte’. L’arte, la tékhne, che appartiene all’esistenza umana, si manifesta nella costruzione e nell’uso di strumenti, di utensili, di macchine.
L’orologio di Newton
Marx contempla già a suo modo, parlando di General Intellect e di Knowledge, l'intangibile software, macchina virtuale, invisibile: conoscenza prodotta dall’uomo al lavoro, poi codificata in modo tale da poter essere usata per fare funzionare le macchine senza intervento umano. Ma le macchine restano per lui in ogni caso "prodotti dell’industria umana; materiale naturale, trasformato in strumenti della volontà umana sulla natura, o della azione umana sulla natura".
Eppure lo stesso Marx partecipa poi a fondare quel pensiero che finisce per portare al primato delle macchine sull’uomo.
Per Galileo la natura ha una costituzione vera e reale, conoscibili dalla scienza umana. Con lui muta l’oggetto dell'indagine scientifica: non più le essenze -ciò che è; entità metafisiche inconoscibili- ma i dati empirici e le leggi quantitative che esprimono in linguaggio matematico la regolarità della natura.
Galileo muore l'8 gennaio del 1642. Nello stesso 1642, il giorno di Natale, nasce Isaac Newton. Con Philosophiae naturalis principia mathematica, appare in prima edizione nel 1687,1 si afferma la
filosofia sperimentale: indagine sulla natura, scienza.
La forza di gravità è attestata dall'osservazione. Ci si deve allora chiedere: qual è mai la ragione, la causa, il senso profondo della gravità? Newton si risponde: “In verità non sono ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi”. Hypotheses non fingo.
Newton si ferma a contemplare il mondo come Grande Macchina, dal perfetto funzionamento di orologio. Le leggi di funzionamento dei vari pezzi della macchina possono essere scoperti attraverso l'osservazione e l'esperimento.
L’ordine dell'universo, la “sapientissima e ottima struttura delle cose”, appare come il progetto di un Essere intelligente e potente, un Dio che governa, eterno, infinito, onnipotente, onnisciente.
Dio ha scritto il Libro della Natura. Non è dunque l’uomo l’artefice, ma Dio.
La scienza -la lettura del Libro della Natura, prende il posto della filosofia prima. L’uomo, tramite il linguaggio della matematica, può tentare di leggere il Libro. Eppure in ogni caso uomo è poca cosa,
Rispetto al meraviglioso progetto della natura e del cosmo, ogni progetto umano, ogni pensiero umano, ogni frutto del lavoro umano, è minuscolo.
Kant segue Newton. Considerando ancora il mondo pieno di ‘cose in sé’ che la scienza, e in senso lato il pensiero umano, non è in grado di conoscere.
Hegel tenta di separare Kant da Newton. Tenta in fondo di mettere da parte la Macchina della Natura e le leggi scientifiche. Considera l’oggetto delle scienze naturali -la fisica, la biologia- il grado più basso e alienato della vita - che attinge invece le massime vette nell’Idea, nella Ragione, nello Spirito.
La Fenomenologia dello Spirito esce nel 1807.2 Nel ‘31 Charles Darwin, studente ventiduenne senza arte ne parte, trova posto, con un ruolo marginale, nella spedizione scientifica del Capitano FitzRoy. Nel ‘58, ventisette anni dopo il primo viaggio a bordo del Beagle, esce in stampa L'origine delle specie.3 Con Darwin, la natura sovrasta l’uomo. L’uomo, ente tra gli enti, organismo vivente come ogni altro organismo vivente costretto a subire le pressioni dell’ambiente, in perenne lotta per la sopravvivenza, è spogliato da qualsiasi ruolo di artefice.
Le leggi dell’evoluzione prendono il posto del Libro della Natura scritto da Dio. La scienza prende il posto della filosofia. E impone le sue leggi anche alla politica: Marx e Engels, nel loro sforzo di riportare il pensiero hegeliano con i piedi per terra, stanno dalla parte della scienza. Le piante e gli animali, e quindi anche l'uomo, è il prodotto di un processo di sviluppo che dura da milioni di anni. “La concezione materialistica del mondo” -scrive Engels nell’Anti-Dühring4- “significa semplicemente la comprensione della natura, quale essa è, senza alcuna aggiunta estranea”.
La Macchina della Natura osservata da Newton arriva così nel Ventesimo Secolo. Dio creatore e artefice è scomparso. Le acquisizioni della scienza, gli insegnamenti della storia storia, le presenti situazioni politiche e sociali impongono ora di intendere i sistemi non più come perfetti orologi, ma come enti complessi, sistemi viventi perennemente sull’orlo del caos. Ma sempre di macchine si tratta. Macchine delle quali l’uomo non è che un minuscolo, insignificante ingranaggio.
La General Theory, la Wissenschaftliche Weltauffassung, Visione Scientifica del Mondo, può esser vista come nuova versione del Libro della Natura, programma per una macchina. Si cerca qui il sostituto del Dio di Newton. Il sostituto di Dio è la Scienza.
A merito di Newton, essere umano, possiamo ricordare la complessità e la pluralità del suo sguardo sul mondo: era scienziato che tentava di individuare attraverso notazioni matematiche le leggi della filosofia naturale, ma era anche alchimista, occultista, teologo. Gli scienziati del Ventesimo Secolo, pur dichiarandosi suoi seguaci, scelgono un solo punto di vista, scelgono di guardare in una sola direzione.
Lo scienziato e il tecnico forgiano per se stessi il proprio ruolo: si elevano a custodi del Nuovo Libro della Natura. Non di rado con esiti paradossali. L’ateismo, il rifiuto del Dio artefice in cui Newton credeva, vanto di tanti scienziati, si risolve in un nuovo Teismo. Dio è la Scienza. La Scienza è Dio. Lo scienziato, fondamentalista, nel mentre si spende in campagne a favore dell’ateismo, adora un dio ben più povero del dio di Newton.
La Scienza mantiene così l’aspetto di Grande Macchina. Viene meno l’artefice, ma non l’artificio: la descrizione del mondo, ben più che ai tempo di Galileo e Newton, è assoggettata a criteri universali, a modelli e regole. Se prima era un Orologio, adesso è un Computer.
Lo scienziato della seconda metà del Ventesimo Secolo finisce per celebrare le virtù di questa macchina, che sostituisce l’uomo e governa il mondo. I difetti, i limiti della macchina -la sua architettura deduttiva, l’assunzione che l’uomo, di fronte al programma, “has no authority to deviate in any detail”- sono presi per pregi. Viene comodo considerare che nel Book of Rule, posto da Turing a governare la macchina, siano scritte le Leggi della Natura di Newton , intese ora come algoritmo, programma, codice.
La cibernetica è stata, almeno nelle intenzioni, la versione più evoluta del tentativo di sostituire al governo delle cose del mondo garantito da Dio, una Scienza del Governo dei Sistemi Complessi.
Il sistema complesso è chiamato da Wiener macchina. Possiamo accettare la denominazione, nel ricordo di Newton e del senso originario implicito nella macchina: magh, 'aver potere', ‘potenzialità’. Nel ricordo, anche, della connessa idea di gene, ‘generare’ , da cui congegno, engine. Nel ricordo, ancora, dell’idea di en-ergeia 'forza in azione', fonte da cui si arriva a organismo, e a organizzazione, termini con i quale si ci si riferisce sia alla ‘struttura fisiologica del vivente’, sia a sistemi costruiti dall’uomo. Possiamo accettare la denominazione, ma non possiamo fare a meno di notare come, così allargato il senso della macchina, il confine tra naturale e artificiale sfuma, fino a scomparire.
L’ambiente stesso nel quale ogni essere vivente vive è una macchina. La vita stessa è il funzionare di una macchina:consiste nell’algoritmo che presiede al funzionamento della macchina. La vita è un calcolo che calcola se stesso.
La pretesa della cibernetica -trovare leggi di governo del cosmo, dal micro al macro- appare legittima ai tempi delle Macy Conferences, quando, tra la metà degli Anni Quaranta e la metà degli Anni Cinquanta, lavoravano insieme scienziati delle più diverse discipline, sia riguardanti la natura, sia riguardanti l’uomo. Ma presto ogni disciplina riprende a procedere per conto proprio.
Resta, da parte degli scienziati, l’acritica disponibilità a considerare il Computer un passabile sostituto di Dio. E restano, soli a progettare e a governare le macchine, tecnici specialisti, privi di sguardo filosofico che vada oltre la logica formale e la metamatematica di Hilbert.
Una visione del mondo si è affermata, da Newton a Darwin: nella Gran Macchina della Natura l’uomo non è che un minuscolo, insignificante ingranaggio; semplicemente un animale evolutosi in modo diverso da altri.
Ad un sguardo scientifico, l’emarginazione, o la stessa scomparsa, dell’uomo, non appaiono preoccupanti, ma anzi vantaggiosi. Dopotutto, l’uomo, essere irrazionale, distrugge il suo proprio ambiente, sfrutta senza limiti e senza rispetto la Natura. Potremo dire che il Macchinismo, rispettoso delle leggi, simboleggiato dal Computer, offre alla Natura più garanzie del volubile, illogico Umanesimo.
Dobbiamo chiederci quale ruolo resti per l’uomo in questo scenario. Quale ruolo resta per l’uomo ente tra gli enti, povera cosa. L’uomo vittima dell’odio e della paura, schiavo di insane passioni.
Esistenza
Ben consapevole della scienza del proprio tempo, parla di un possibile umanesimo Heidegger, nel suo Brief über den Humanismus. Come possiamo intendere, si chiede, in questo contesto, il precipuo modo di essere dell’uomo. E’ qui che Heidegger parla di Ek-sistenz des Menschen, ex sistentia, esistenza dell’uomo. Ex sistere, il suo stare fuori.
L’uomo è un essere, un ente tra gli enti. E’ lungi quindi dal potersi considerare artefice o padrone dell’ente - della Natura, delle cose del mondo. Ma l’uomo può assumere di fronte al mondo un atteggiamento impossibile per qualsiasi altro ente.
Der Mensch ist nicht der Herr des Seienden. Der Mensch ist der Hirt des Seins. In diesem “weniger” büßt der Mensch nichts ein, sondern er gewinnt, indem er in die Wahrheit des Seins gelangt. Er gewinnt die wesenhafte Armut des Hirten, dessen Würde darin beruht, vom Sein selbst in die Wahrnis seiner Wahrheit gerufen zu sein.
L’uomo non è il Signore degli esseri. L’uomo è il pastore dell’essere. In questo “meno” l’uomo non perde nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene alla verità dell’essere. Guadagna l’essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell’esser chiamato dall’essere stesso a custodia della sua verità.5
Si deve evitare, leggendo questo passo, il richiamo al pastore del Vangelo. E’ pertinente invece il richiamo all’idea contenuta nella radice indeuropea swer: 'vedere', 'guardare', 'conservare'. Fornire garanzia, salvaguardia, difesa. Da swer deriva il sanscrito varutá, 'protettore'; il greco horán, 'vedere'; così come il latino observare: ob, ‘verso’ servare. Da cui servizio. Il servus è ‘guardiano del gregge’.
Ogni ente, e così l’uomo, ente tra gli enti, è. Ma solo l’uomo gode di una existenz, esistenza. Ex siste, sta fuori, come custode dell’essere. Solo l’uomo vive l’estasi, il meditare, il contemplare, il pensare.
Heidegger insiste a richiamare l’uomo ad esistere: ad essere nel modo che lo distingue dalle cose.
Insiste nel dirci che non basta Sein, essere. Siamo chiamati al Da-Sein, esserci. Si illumina qui il senso dell’ex sistere, ‘stare fuori’. Da sta in tedesco per un luogo che non è né il qui ne il lì. C’è un terzo, differente, più elevato modo di stare.
Non basta una astratta Sorge, cura in sé, siamo chiamati a Besorgen: preoccuparsi per ciò che ci circonda, prendercene cura.
Non basta Umgang: relazione, dimestichezza, familiarità con il mondo circostante. Serve Umsicht. Sicht: guardare ciò che è Um, intorno. L’ esistenza è l’atteggiamento di chi osserva, di chi si prende cura. Cura degli altri esseri umani. Cura della Natura. Dell’ambiente, del mondo che ho intorno. L’uomo è chiamato ad interagire con ciò che è intorno -anche con le macchine- in modo oculato, avveduto, con accortezza, circospezione e cautela. Alla ricerca dell'autenticità, oltre la superficiale curiosità e oltre la banalità del mero comando.
L’argomentazione per cui si doveva alla fine preferire la macchina all’uomo -l’incapacità umana di rispettare la Natura- viene qui rovesciata. La presenza stessa della macchina che, in modo più efficace dell’uomo, garantisce il rispetto di quanto scritto nel Libro delle Regole, spinge l’uomo a ripensare alla propria umanità. Fino a riscoprirla sul terreno dove la logica calcolante si rivela inefficace e insufficiente.
L’uomo custode dell’essere non si conformerà al dettato delle Grandi Macchine. Non delegherà loro la propria responsabilità. Si manterrà invece vigile qui ed ora, in ogni istante. In ogni istante servirà agire in un modo non ancora previsto da nessun algoritmo.
La macchina di Turing è in fondo un mezzo per allontanarsi dalle proprie responsabilità. Al contrario, la macchina che Zuse insiste nel costruire nonostante l’orrore di Berlino bombardata e di Mittelbau Dora, fabbrica di morte, è il modo tramite il quale l’uomo afferma la propria esistenza. Progettare e costruire la propria macchina è progettare e costruire la propria vita. Prendersi cura del mondo è anche prendersi cura di sé stessi.
Da un lato la gran macchina che prende il posto dell’Orologio di Newton. Macchina che sovradetermina l’uomo. Da questo lato sta la macchina di Newton, il computer visto con gli occhi della Scienza. Da questo lato stanno anche la macchina di Hollerith, così come SAP. Da questo lato sta, ancora, ogni progetto di Intelligenza Artificiale.
Dall’altro lato stanno macchine che con Heidegger possiamo immaginare. Macchine intese come utensili, attrezzi, nelle mani dell’uomo che non si limita ad essere, ma esiste: macchine nelle mani dell’uomo che non pretende di essere artefice assoluto, ma che si prende cura.
Macchine umanistiche, macchine per pensare.
Le macchine per prendersi cura sono utili in ogni momento dell’esistenza. Ma possiamo anche intenderle come macchine-per-lo-scienziato.
Vediamo qui messo a fuoco un modo di intendere la scienza stessa per come si riconfigura nel Ventesimo Secolo, smaltita la sbornia positivista.
Rovesciando la concezione di una scienza come Libro della Natura, frutto di una superiore ragione, si può tornare a guardare alla ricerca scientifica. Come era per Galileo, la scienza può essere concepita come susseguirsi di esperimenti. Lo sperimentare è una manifestazione dell’esistere. Lo scienziato osserva gli enti non essendo né qui ne lì. E’ fuori, perché pensa, ed è dentro, perché è presente nell’esperimento, non solo con la mente, ma innanzitutto con il corpo. E’ presente tanto da influenzare l’oggetto d’indagine.
Una macchina, lontanissima dal Computer Orologio, potrà aiutare lo scienziato ad osservare e a narrare ciò che sta sperimentando.
Una macchina potrà aiutare a sporgersi sul mondo delle cose.
Il senso della cosa
Con lo sguardo dell’uomo che non pretende di essere artefice, ma si assume il compito di custode dell’essere, possiamo tornare ad osservare la macchina come ente tra gli enti, come cosa.
La macchina è una cosa, ma non è sempre la stessa cosa. Possiamo osservare come la macchina-computer -la stessa macchina, se guardiamo ai suoi componenti interni- porti l’uomo ad essere-nel-mondo in modi differenti.
Differente melodia, tono dell’essere - Stimmung, dice Heidegger.
Stimmung: voce, stato d’animo, situazione emotiva. Umore, mood. C’è un evidente riferimento all’Erlebnis, esperienza vissuta dalla persona, al sentimento, all’affettività. Ma con una connotazione precisa: il termine va inteso come appartenente al lessico musicale: tonalità emotiva, disposizione armonica.
Una Stimmung è una maniera nel senso della melodia, la quale non fluttua al di sopra del presunto sussistere autentico dell’uomo, bensì dà il tono a questo essere. Cioè dispone e determina il ‘modo’ del suo essere.6
La Stimmung ci assale; essa però non viene né dal di fuori né dal di dentro; sorge dall’essere-nel-mondo come una sua modalità.7
La Stimmung che si vive in presenza dell’Ozioso -macchina che gioca e che dorme- è diversa dalla Stimmung che si vive in presenza di una macchina che pretende di lavorare al posto dell’uomo, e che impone all’uomo ill suo ritmo.
Scegliere l’Ozioso -in fondo una non-macchina- è una soluzione radicale, ma difensiva . Dobbiamo guardare invece, in positivo, a macchine che possano accompagnare l’uomo nell’ex sistere, nel pre- occuparsi di ciò che ha intorno, nello sporgersi sul mondo con l’atteggiamento del responsabile custode.
Per tentare di dire di cosa è la macchina, bisogna tornare al senso della cosa.
La riflessione sulla cosa accompagna Heidegger dai tempi delle prime opere fino all’età matura.8 Il filosofo usa con pertinenza diverse espressioni, Objekt, Gegenstand, Ding, Zeug. Objekt deriva dal latino obiectum. ‘gettato contro’ o ‘collocato contro’. Gegenstand è ‘qualcosa che si erge contro’. Ci basta soffermarci sull’opposizione tra Ding e Zueg, così come è proposta nell’Essere e il tempo.
Nella Comédie humaine9 di Balzac -a metà dell’Ottocento, nell’epoca dello sviluppo industriale, nella Parigi che rinasce come metropoli- ogni cosa è vista attraverso lo sguardo febbrile, appassionato, dell’autore e dei suoi personaggi. Ognuno dotato di una propria psiche, di un proprio carattere, di un proprio atteggiarsi di fronte al mondo.10
Balzac ci narra di imprenditori sognatori, di tecnici progettisti di macchine. Le macchine sono frutto di una visione, di un sogno. Di una profonda intenzione dell’essere umano singolare, che pensa la sua macchina. La vicenda di Konrad Zuse è balzacchiana. Non c’è traccia qui di Dinge. Ogni cosa è Zeug.11
Proust, nel primo quarto del Ventesimo Secolo, è il personaggio che narra.12 Il mondo è visto attraverso il suo sguardo, che è conseguenza della sua psiche. Il mondo delle cose -Zeug- prende vita perché il personaggio-uomo lo osserva.
Ma nelle sue pagine vediamo anche apparire descrizioni di cose minuziose, accurate fino all’eccesso. Cose distanti, e infine in qualche modo contrapposte al narratore: Dinge.
Tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta trionfano il consumismo, il marketing, la pubblicità: tentativi di dare un’identità distintiva alle singole merci, allontanandole dalla loro originaria natura di indifferenziate apparenze vendibili. Sono anche gli anni in cui freddi elaboratori iniziano ad essere presenti in ogni luogo: sotto il loro sguardo vigile si svolge la vita.
In quegli anni, si affermano scuole letterarie che pongono al centro della narrazione non più l’uomo, ma le mere cose.
Al posto dei personaggi-uomini di Balzac, dotati di un loro carattere, di una loro psicologia, di una loro vita interiore, sta di fronte al lettore la distaccata, minuta e ossessiva descrizione degli oggetti: la presenza umana è ridotta alla funzione dell'occhio, a uno sguardo passivo, non partecipe: in fondo non uno sguardo umano, ma invece lo sguardo dell’obiettivo della macchina fotografica o della macchina da presa.
Esemplare il Nouveau Roman francese: Nathalie Sarraute, Alain Robbe-Grillet, Michel Butor. Il movimento ha anche il nome di École du regard, scuola dello sguardo. Robbe-Grillet, romanziere ma anche regista, mostra come non esista qui un confine tra letteratura e cinema. Anche con la penna si tende a imitare lo sguardo freddo e ‘tecnico’ dell’obiettivo fotografico.13
Le registrazioni scritte o visive dei romanzi e dei film, i dati trattati dall’elaboratore- sono Dinge, cose alienate, lontane dall’uomo. L’elaboratore è Ding, cosa. Oggetto distante dall’uomo che contiene cose: dati, rappresentazioni codificate di cose.
La contrapposizione è riassunta, negli stessi anni in cui Heidegger scrive l’Essere e il tempo, da György Lukács. Ebreo ungherese di origini altoboghesi, esule radicato ormai a Berlino, ragiona a proposito delle macchine, e del loro uso.
Sono anche in Germania gli anni in cui il leninismo fa velo al marxismo. Il sostegno al socialismo sovietico, fondato sull’organizzazione del lavoro tayloristica, e l’urgente compito della conquista del potere, fanno passare in secondo piano la riflessione filosofica. Così Geschichte und Klassenbewusstsein,14 Storia e coscienza di classe, viene presto bandito dal KPD, il Partito Comunista Tedesco. Il libro, rifiutato dallo stesso autore, sarà ripubblicato solo negli Anni Sessanta.
Lukács riprende Marx. Ma cita anche Weber. Osserva la “subordinazione dell’uomo alla macchina, cui consegue il fatto che gli uomini scompaiono di fronte al lavoro”. Nota come le macchine, ed il loro uso, portino con sé “una razionalizzazione fondata sul calcolo, sulla calcolabilità”, cui consegue l’”inconoscibilità del contenuto qualitativo”15
Si assiste, nota Lukács, ad un’inversione: Verdinglichung, il diventare cosa. Mentre la merce è personificata, eletta a protagonista delle narrazioni, la persona è reificata, privata del suo carattere e della sua stessa umanità. “La persona diventa uno spettatore incapace di influire su ciò che accade della sua esistenza”.
La cosa, Ding, si erge al centro della scena. L’essere umano stesso è ridotto a cosa, Ding. Operaio, consumatore di merci, utente di programmi informatici. In ogni caso costretto a subire un processo regolato da leggi meccaniche sulle quali non ha alcun influsso.
I ferri del mestiere
All’opposto della cosa Ding, la cosa resa significativa dalla persona che agisce nel mondo è Zeug.
Zeug sta genericamente per 'materia', 'roba', ma anche per 'arnese', 'utensile', 'strumento', 'equipaggiamento'. Heidegger usa il termine per dirci di come non conta la cosa in sé, conta la cosa esperita nella quotidianità, in una situazione. La generica cosa inizia ad apparirci strumento nel momento in cui usiamo lo strumento.
Zeug sta nell’ambiente dove l'uomo è al lavoro. E’ l'utensile con il quale l'uomo lavora. Ciò che esiste, è Zeug, l'utensile. Solo attraverso un processo di distanziamento mentale -astrazione, feticizzazione-, allontanandoci dal qui ed ora, vediamo nel Zeug il Ding, Ding non è che un aspetto secondario di Zeug. Ding è inerte.16 Ding è ‘natura morta’.
Heidegger, ci invita a disinteressarci di un preteso 'punto di vista' delle cose. Di per sé le cose sono inanimate e fredde: Ding. Le cose Zeug, sono calde, dotate di senso, non per loro natura, o per intrinseco sviluppo, autoregolazione o evoluzione. Acquistano senso solo per via dello sguardo umano, solo in virtù della costante attenzione umana.
La cura si manifesta anche nei confronti delle cose Zeug: non danneggiarle senza motivo, valorizzarle quando le impiego. Non accorgerci di esse solo quando diventano inutilizzabili. Semmai, stupirci della loro disponibilità.
Come possiamo distinguere Ding da Zeug, possiamo distinguere tra Vorhandenheit e Zuhandenheit.
Vor hand: di di fronte alle mani, ma anche lontano dalle mani. Vorhandenheit indica quindi il modo d’essere degli oggetti, in quanto mere presenze, indifferenti. Ciò che è semplicemente davanti a noi.
Zu hand: vicino alle mani. Zuhandenheit è il modo d’essere delle cose, in quanto siamo legati ad esse da un rapporto di vicinanza, di familiarità, di cura e di uso rispettoso e consapevole.
Zeug è zu handen: in mano, a portata di mano.
Zuhandenheit. L'ampiezza del concetto è mostrata dalle differenti proposte dei traduttori di Sein und Zeit: essere-allamano, utilizzabilità, ser a la mano, ser ante los ojos, readyness-to-hand, handyness, utilisabilité.17
Das Hämmern selbst entdeckt die spezifische 'Handlichkeit' del Hämmers. Die Seinsart von Zeug, in der es sich von ihm selbst her offenbart, nennen wir die Zuhandenheit. (…) Der nur 'theoretisch' hinsehende Blick auf Dinge entbehrt des Verstehens von Zuhandenheit.18
E' il martellare stesso a svelare la specifica 'maneggiabilità' del martello. Il modo di essere della Zeug, tramite il quale essa palesa se stessa, lo chiamiamo la sua Zuhandenheit. (…) Allo sguardo che vede solo 'teoreticamente' le Dinge fa difetto la comprensione della Zuhandenheit.
L'utilità -Dienlichkeit (con riferimento al 'servizio'), Beiträglichkeit (con riferimento al 'contributo'), Verwendbarkeit (con riferimento all''uso'), Handlichkeit (con riferimento alla 'maneggiabilità')- si riassumono nella Zuhandenheit. Seguendo Heidegger, possiamo dire che le cose, pragmaticamente, si definiscono nell'uso.
Il martello acquista senso nel martellare. Se è rotto, morto per l’uso, il martello torna ad essere Ding.
Macchine Ding e macchine Zeug
Possiamo dunque concepire macchine Ding. Macchine che fronteggiano l’uomo, separate dall’uomo, alternative all’uomo. Macchine che, prescindendo dall’uomo, eseguono un programma e si autoregolano. Macchine caratterizzate da estraneità: Vorhandenheit.
Oppure, macchine Zeug. Macchine per l’uomo custode dell’essere; macchine per prendersi cura. Strumenti, utensili destinati ad essere adoperati dall'uomo, strumenti atti a potenziare il corpo e la mente dell’uomo. Macchine il cui valore sta nella Zuhandenheit: usabilità, maneggevolezza, coerenza con la natura umana.
Vediamo ricapitolata in questa opposizione l’intera storia del computing.
Leibniz, Turing, von Neumann, pensano a una macchina Ding. Macchina che funziona in base ad una propria rigorosa logica formale, imposta all’uomo ridotto a passivo utente. Anche la macchina di Hollerith è Ding: impone ad ogni uomo una razionalità non umana.
Dobbiamo attendere gli anni chiave della Seconda Guerra Mondiale. Nel ‘43 von Neumann descrive l’architettura del computer Ding. Due anni dopo esce As We May Think, l’articolo di Vannevar Bush, dove si descrive una compiuta macchina Zeug.
Our ineptitude in getting at the record is largely caused by the artificiality of systems of indexing.19
La nostra incapacità nel fruire dei nostri stessi archivi è in gran parte causata dalla artificiosità dei sistemi di indicizzazione.
The human mind does not work that way. It operates by association. With one item in its grasp, it snaps instantly to the next that is suggested by the association of thoughts, in accordance with some intricate web of trails carried by the cells of the brain.
La mente umana non funziona in questo modo. Essa opera per associazioni. Una volta che essa [la mente umana] abbia un elemento a disposizione, passa istantaneamente all’elemento successivo suggerito, in base a un intrico di piste registrate nelle cellule del cervello, dalla associazione dei pensieri.
Bush ha in mente le esigenze dello scienziato galileiano, dedito ad esperimenti. Dovrà tener traccia di ciò che sta scoprendo ora, e dovrà allo stesso tempo tener presente “l’ enormous mass” di conoscenze -memoria, tradizione, sapere- accumulate nel tempo. Vale la pena di notare come qui, già nel '45, parli di Web, "intricate web of trails".
Sono poveri strumenti, di fronte a questo compito, quaderni per appunti, libri e biblioteche. Ma altrettanto povera, o forse più più povera, appare a Bush le modalità di archiviazione offerte dai computer - i computer già disponibili nel ‘45 ma anche le nuove macchine annunciate. La sua critica colpisce il bersaglio, è ancora attuale ora, nel momento in cui scrivo: rigide e gerarchiche classificazioni.
Questo modo di conservare conoscenza, nota, può pur essere un buon modo per macchine lontane dall’uomo, alternative all’uomo, ma non per l’uomo. Perché la mente dell’uomo non funziona in questo modo.
Invece di giudicare inadeguato l’uomo, Bush si chiede come ‘potenziare’ l’uomo, valorizzando, con strumenti adeguati, il suo modo di costruire conoscenza. Non sostituzione al modo di essere dell’uomo, ma invece sostegno, rinforzo attraverso un utensile. Con il martello possiamo svolgere attività che non potremmo svolgere a mani nude. Mente e corpo non possono né debbono essere separati. La macchina immaginata da Bush è amichevolmente vicina al corpo in modo da essere così anche vicina alla mente.
Consider a future device for individual use, which is a sort of mechanized private file and library. (…) A device in which an individual stores all his books, records, and communications, and which is mechanized so that it may be consulted with exceeding speed and flexibility. It is an enlarged intimate supplement to his memory.20
Si consideri un futuro dispositivo per uso individuale, che sia una sorta di archivio e biblioteca privati. (…) Un dispositivo nel quale ogni individuo conservi i propri libri, ricordi, comunicazioni, e che è meccanizzato in modo tale da poter essere consultato con superiore velocità e flessibilità. Questo è un ampio, intimo supplemento alla memoria individuale.
Negli Anni Sessanta è ormai presente in ogni azienda un Computer centrale, un Mainframe, vigile controllore del rispetto di standard contabili e organizzativi. Ma al contempo, godendo del nuovo clima sociale e politico, sfruttando la tecnologia ormai matura, muovendosi nella via indicata da Bush, il Mainframe, macchina Ding, viene ripensato, e piegato ad essere Personal Computer, macchina zu handen, progettata per prendere forma nell’uso.
Mentre i romanzieri e gli artisti insistono in quegli anni nel mostrarci, come monito e fotografia del presente, merci, oggetti alienati, cose lontane da noi, appare sulla scena questa macchina vicinissima, progettata per accompagnare l’uomo nel fare esperienza.
Macchina che espande la capacità della nostra memoria; macchina che incrementa la nostra personale capacità di costruire nuovo senso, connettendo tra di loro oggetti di conoscenza; macchina dotata di interfacce, attrezzature periferiche destinate a interagire intimamente non i nostri sensi: tastiere, mouse, schermi.
Si muovono nella scia di Bush: Ted Nelson, Doug Engelbart, J.C.R. Licklider. Si danno daffare per costruire la macchina che Bush aveva immaginato.
Basta qui ricordare come nel ‘62, Doug Engelbart descrive le linee guida del progetto che si impegna a portare avanti.
By ‘augmenting human intellect’ we mean increasing the capability of a man to approach a complex problem situation, to gain comprehension to suit his particular needs, and to derive solutions to problems. (…)
We do not speak of isolated clever tricks that help in particular situations. We refer to a way of life in an integrated domain where hunches, cut-and-try, intangibles, and the human ‘feel for a situation’ usefully co-exist with powerful concepts, streamlined terminology and notation, sophisticated methods, and high-powered electronic aids.21
Con 'aumento dell’intelletto umano' intendiamo accrescere la capacità dell’uomo di affrontare problemi complessi, guadagnando la comprensione necessaria per soddisfare le proprie esigenze particolari, e per trovare soluzioni ai problemi. (...)
Non parliamo di ingegnosi trucchi isolati che aiutino in situazioni particolari. Ci riferiamo ad un modo di vivere in un dominio integrato in cui le intuizioni, l’agire per tentativi ed errori, le conoscenze intese come beni comuni, e l'umano 'essere-in-situazione' coesistano utilmente con concetti potenti, terminologie e notazioni semplificate, metodi sofisticati, e supporti elettronici di grande potenza.
Troviamo qui l’eco della scena delineata da Heidegger.
Il feel for a situation è l’umano esistere, l’elevarsi al di sopra del mero essere. E’ l’attenzione a guardare il mondo oscuro delle cose, l’enorme massa delle cose, senza timore, alla luce dell’umana capacità di pensare: non un pensare basato sulla dis-umana logica formale, sul primato della classificazione ordinata e del calcolo razionale, ma invece un pensare per via di intuizioni, congetture, scommesse su ipotesi.
La macchina di Bush, Memex, la macchina detta Personal Computer che ho ‘vicino alle mani’ ora mentre scrivo porta con se una Stimmung: un mondo di essere dell’uomo, per l’uomo, uno stato d’animo, ma anche un ambiente propizio. Un ambiente dove l’uomo guarda senza remore ai problemi complessi, perché gode dell’aiuto di una macchina che si adatta al suo modo di essere. Potremmo dire una macchina che sta con l’uomo in una relazione affettiva. Una macchina che permette all’uomo di disporre qui ed ora, di fronte al problema, delle tracce di ogni conoscenza che potrebbe rivelarsi utile. Una macchina accordata ai ritmi dell’uomo, del singolo uomo impegnato in un singolo progetto complesso.
Una macchina in grado aiutare l’uomo a Besorgen, a preoccuparsi di ciò che circonda. Una macchina capace di contribuire all’Umsicht, allo sguardo avveduto, accorto necessario per essere presente nelle situazioni difficili. Una macchina Zeug, un utensile, un attrezzo nelle mani dell’uomo. Una macchina dotata di Zuhandenheit: non legata a un programma, all’imposizione di una regola, a un ‘modo di fare’, ma invece dotata di una potenza predisposta per adattarsi plasticamente all’umano modo di esistere. Come una scarpa vecchia si adatta a un piede.
Parafrasando Heidegger, possiamo dire: è il pensare con l’ausilio del Personal Computer a svelare la specifica 'maneggiabilità' del Personal Computer. Il modo di essere Personal Computer, tramite il quale il Personal Computer mostra cosa è, lo chiamiamo la sua Zuhandenheit.
Se guardiamo il Personal Computer sulla base di una qualsiasi teoria, che pretende di definire a priori, sulla carta, come dovremmo adoperarlo il Personal Computer, e perché dovremmo adoperarlo, perdiamo di vista la Zuhandenheit. Perdiamo di vista la nostra libertà di pensiero, le nostre intenzioni, i nostri desideri.
Il Personal Computer immaginato da Bush e da Engelbart, fa quello che voglio io.
Ciò che vale per l’originario Personal Computer, giunto sul mercato nella seconda metà degli Anni Settanta, vale per tutte le forme che il Personal Computer ha assunto negli anni successivi: notebook, tablet, palmari, smartphone: macchine sempre meno voluminose, sempre più personali, progettate per essere zu handen, vicino alle mani, anzi: in mano.
Il mouse condivide con il telefono cellulare la natura di ‘strumento alla mano’. Così in tedesco il Mobiltelefon è comunemente detto Handy. E in finlandese Matkapuhelin , ‘telefono da viaggio’ è kännykkä (e poi känny), ‘prolungamento della mano’.
Abbiamo prove evidenti di come sia possibile costruire macchine-Zeug, dotate di Zuhandenheit. Ognuno di noi, in molte situazioni, l’ha avuta a disposizione, giovandosene grandemente.
Ma ognuno di noi sa anche, per esperienza personale, che spesso il Personal Computer, il tablet, lo smartphone, il telefono portatile, resiste a quello che vorremmo fare. Ci impedisce di farlo.
Questo accade perché, andando nel senso contrario al progetto di Bush, di Engelbart, di Nelson, il tecnico, nel costruire la macchina fisica, o il programma, o nell’insegnarci ad adoperare la macchina, ha sostituito alla Zuhandenheit la Vorhandenheit. Ha trasformato di nuovo la Zeug in Dinge.
La spiacevole sensazione sta nel vedere la macchina allontanarsi da noi. Vedere la roba maneggevole trasformata in strumento astruso. Si impara così a diffidare dalle macchine. Si impara a difendersi. Noi che adoperiamo la macchina non abbiamo modo di vedere il codice che presiede al funzionamento. Non abbiamo modo di modificarlo.
Finiamo per vivere nel fondato timore che ogni macchina sia un Cavallo di Troia: dietro la più piacevole confezione non si nascondono solo le inefficienze, i difetti, i malfunzionamenti. Si nasconde forse anche qualche occulto inganno, lo sfruttamento delle nostre conoscenze, il furto della nostra identità.
Eppure queste macchine cambiano in nostro modo di vivere e di pensare. Non ci resta che usarle, in modo consapevole e responsabile.
Note
1Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, Jussu Societatis Regiae ac Typis Josephi Streater, Londini, 1687.
2Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Phänomenologie des Geistes, (System der Wissenschaft, Erster Teil), Joseph Anton Goebhardt, Bamberg und Würzburg, 1807; trad. it. Fenomenologia dello spirito, a cura di Enrico De Negri, La Nuova Italia, Firenze, 1933-1936
3Charles Darwin, On the Origin of Species, by Means of Natural Selection, or the Observation of Favoured Races in the Struggle for Life, John Murray, London, 1859; trad. it. Sull’origine delle specie per elezione naturale, Zanichelli, Modena, 1864.
4Friedrich Engels, Herrn Eugen Dühring's Umwälzung der Wissenschaft (Anti-Dühring), Genossenschaftsbuchdruckerei, Leipzig, 1878.
5Martin Heidegger, Platons Lehre von der Wahrheit : mit einem Brief über den ‘Humanismus’, V. Klostermann, Frankfurt a.M., 1947, p. 29. Poi in: Wegmarken, V. Klostermann, Frankfürt a.M., 1967 (Heidegger Gesamtausgabe, Volume Nono); trad. it. Segnavia, Adelphi, Milano, 1987; poi: Lettera sull’Umanesimo, Adelphi, Milano, 1995, pag. 73.
6Martin Heidegger, Die Grundbegriffe der Metaphysik: Welt, Endlichkeit, Einsamkeit (1929-1939), V. Klostermann, Frankfurt am Main, 1983, p. 101; trad. it. Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, a cura di Carlo Angelino, Il Nuovo Melangolo, Genova 1999. (Corso invernale a Friburgo 1929-1930 sui Concetti fondamentali della metafisica)
7Martin Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen, 1927; diciottesima edizione: 2001. Drittes Kapitel: Die Weltlichkeit der Welt (La mondanità del mondo), A. De Analyse der Umweltlichkeit und Weltlichkeit Überhaupt (Analisi della mondanità-circostanziale e della mondanità in quanto tale), § 15: Das Sein des in der Umwelt begenenden Seinden (L'essere dell'ente che si incontra nel mondo-circostante). Ed. it L'essere e il tempo, a cura di Alfredo Marini, con testo tedesco a fronte, Mondadori, I Meridiani, 2006, p. 228.
8Martin Heidegger, Die Frage nach dem Ding. Zu Kants Lehre von den transzendentalen Grundsätzen, [Conferenza tenuta a Friburgo nel semestre invernale 1935-1936], Max Niemeyer, Tübingen,1962; trad. it. La questione della cosa: la dottrina kantiana dei principi trascendentali, a cura di Vincenzo Vitiello, Guida, Napoli, 1989. Martin Heidegger, Das Ding, [Conferenza tenuta a Brema nel 1949], in Martin Heidegger, Vorträge und Aufsätze, Gesamtausgabe, 7, Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 2000; trad.i it. La cosa, in Martin Heidegger, Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo, Mursia, Milano 1976, pp. 109-124.
9Honoré de Balzac, La Comédie humaine, Béchet, Gosselin, Mame, Charpentier, Dubochet Furne, Hetzel, Paris, 1830-1856.
10György Lukàcs, Balzac, Stendhal, Zola, Hungária, Budapest, 1946; trad. it in György Lukàcs, Saggi sul realismo, Einaudi, Torino, 1950. Friedrich Engels, lettera a Margaret Harkness, aprile 1888, in Karl Marx - Friedrich Engels, Ausgewählte Briefe, Berlino, 1953, pp. 482-485; trad. it. in Karl Marx - Friedrich Engels, Scritti sull'arte, Laterza, Roma-Bari, 1967.
11György Lukàcs, Balzac, Stendhal, Zola, Hungária, Budapest, 1946; trad. it in György Lukàcs, Saggi sul realismo, Einaudi, Torino, 1950. Friedrich Engels, lettera a Margaret Harkness, aprile 1888, in Karl Marx - Friedrich Engels, Ausgewählte Briefe, Berlino, 1953, pp. 482-485; trad. it. in Karl Marx - Friedrich Engels, Scritti sull'arte, Laterza, Roma-Bari, 1967.
12Marcel Proust, À la recherche du temps perdu, Bernard Grasset e Gallimard, Paris, 1913-1927.
13Nathalie Sarraute, Tropisme, Robert Denoël, Paris, 1939, nuova ed. riveduta: Editions de Minuit, Paris, 1957. Michel Butor, La modification, Editions de Minuit, Paris, 1957. Claude Simon, Le vent. Tentative de restitution d'un retable baroque, Editions de Minuit, Paris, 1957. Alain Robbe-Grillet, La Jalousie, Editions de Minuit, Paris, 1957. L'année dernière à Marienbad (L'anno scorso a Marienbad), regia: Alain Resnais, sceneggiatura: Alain Robbe-Grillet, 1961. Trans-Europ-Express, soggetto, sceneggiatura e regia: Alain Robbe-Grillet, 1966. Georges Perec, Les Choses, Maurice Nadeau, Paris, 1965.
14György Lukács, Geschichte und Klassenbewusstsein. Studien über marxistische Dialektik, Malik-Verlag, Berlin 1923, (Kleine revolutionäre Bibliothek Band 9), vedi in particolare: capitolo: Die Verdinglichung und das Bewusstsein des Proletariats; trad. it. Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano, 1967.
15György Lukács, Storia e coscienza di classe, cit., p. 116, p. 114, p. p. 139.
16Jean-Paul Sartre, “L'homme et les choses”, Situations, I, Gallimard, Paris, 1947.
17Martin Heidegger, Sein und Zeit, cit., 1927; ed. it L'essere e il tempo, a cura di Alfredo Marini, con testo tedesco a fronte, Mondadori, I Meridiani, 2006, p. 1412.
18Martin Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen, 1927; diciottesima edizione: 2001. Drittes Kapitel: Die Weltlichkeit der Welt (La mondanità del mondo), A. De Analyse der Umweltlichkeit und Weltlichkeit Überhaupt (Analisi della mondanità-circostanziale e della mondanità in quanto tale), § 15: Das Sein des in der Umwelt begenenden Seinden (L'essere dell'ente che si incontra nel mondo-circostante), pp. 68-69; trad. ir. L'essere e il tempo, a cura di Alfredo Marini. cit, pp. 206-207. Trad. italiana mia
19Vannevar Bush, “As We May Think”, The Atlantic Monthly (Boston), 176, july 1945, pp. 101-108. Vannevar Bush, “As We May Think”, [condensed from the Atlantic Monthly], Life, september 10 1945, vol. 12, n. 11, pp. 112-124. Ora in: James M. Nyce, Paul Kahn (eds.), From Memex to Hypertext: Vannevar Bush and the Mind’s Machine, Academic Press, Boston 1991, pp. 85-110 (articolo apparso su The Atlantic con illustrazioni apparse su Life); trad. it. in Da Memex a Hypertext. Vannevar Bush e la macchina della mente, Muzzio, Padova, 1992; trad. it. anche in: Ted H. Nelson, Literary Machines 90.1, Muzzio, Padova, 1992, pp.1/38-1/53 [edizione italiana di Ted H. Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1990; prima edizione: Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio)].
20Vannevar Bush, “As We May Think”, 1945, cit.
21Douglas Engelbart, Augmenting Human Intellect: A Conceptual Framework, Summary Report Prepared for Direction of Information Science Air Force Office of Scientific Research, Stanford Research Institute, October 1962.