NOVITA'[2372]
Il tè a casa di Sir. Popper
Abstract Ci sono incontri che non servono a stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ma a ridefinire le domande fondamentali. Immaginate un pomeriggio londinese, due visioni del mondo e un tavolino da tè a fare da confine: da una parte il rigore della razionalità, dall'altra l'idea che il pensiero non sia confinato solo nella mente, ma si estenda anche al corpo, agli strumenti e alle relazioni. La questione non è stabilire quale pensiero abbia una rilevanza maggiore. Il punto è un altro: Possiamo ancora permetterci una visione della conoscenza che escluda il ruolo dell'osservatore? O dobbiamo iniziare a considerare la realtà come qualcosa che emerge dall'interazione tra il soggetto, il contesto e l'ambiente? Non si tratta di destrutturare principi consolidati, ma di riconoscere quando questi, da soli, non siano più sufficienti a interpretare la complessità. Forse, proprio come nella musica di Mozart, è nella tensione tra struttura e apertura che nasce qualcosa di inedito.
L'accerchiamento
Da tempo si vocifera che siamo tornati al Medioevo. La brutalità dei nostri tempi, la violenza gratuita, le orribili guerre, il feudalesimo tecnologico, le crociate più o meno morali a cui stiamo assistendo sembrano supportare questa tesi. Per me Medioevo è tutte le volte che non usiamo la nostra intelligenza e il nostro spirito critico, accettando passivamente e pigramente ogni cosa oppure delegandola ad una macchina. Questa lirica quindi presenta la mente come una città medievale assediata dall'automatizzazione digitale.
Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale
Swift smontava le false certezze. Noi le deleghiamo alle macchine Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale Nel 1726, Jonathan Swift pubblicava "I viaggi di Gulliver" non come semplice racconto d'avventura, ma come feroce satira delle certezze umane. Attraverso giganti e nani, isole volanti e cavalli razionali, lo scrittore irlandese smontava sistematicamente ogni presunzione di superiorità, quella della scienza, della politica, della ragione stessa. Tre secoli dopo, ci troviamo in un'epoca in cui quelle stesse certezze che Swift ridicolizzava non vengono più semplicemente coltivate, ma delegate. Le affidiamo agli algoritmi, alle intelligenze artificiali, ai sistemi che promettono risposte immediate a domande complesse. L'eccesso di confidenza non è più solo umano, è diventato digitale, amplificato, indiscusso. Rileggere Gulliver oggi significa ritrovare uno sguardo critico necessario. Significa chiedersi se, nel nostro rapporto con la tecnologia, non stiamo ripetendo gli stessi errori dei lillipuziani che misuravano Gulliver con formule geometriche, convinti di poterlo comprendere e controllare. Significa interrogarsi su cosa accade quando sostituiamo il dubbio metodico con la fiducia algoritmica, quando scambiamo la capacità di elaborare dati per saggezza. La satira swiftiana ci ricorda che ogni sistema che pretende di avere tutte le risposte merita il nostro sospetto più acuto.