Uno dei modi con cui si esercita l’assalto alla nostra mente è fatto di rumori. Il bersaglio del rumore non è il corpo, ma la mente. La violenza con cui il rumore colpisce non lascia lividi, è invisibile, colpisce la mente, arriva da dentro con la seduzione. Il rumore non è più quello acustico delle città industriali del Novecento, ma qualcosa di più pervasivo, più sottile, più difficile da nominare e quindi da combattere. È il rumore digitale, il flusso ininterrotto di notifiche, aggiornamenti, opinioni, contenuti, reazioni, commenti, breaking news, thread, storie, reel, che ha colonizzato ogni interstizio dell'esperienza umana. È il rumore che non lascia più spazio al silenzio nemmeno nei luoghi che un tempo lo custodivano come la camera da letto, il bosco, il treno, la coda alla posta, il minuto prima di addormentarsi.
Il bersaglio del rumore non è il corpo, ma la mente
Senza più rendercene conto, viviamo in un sottofondo incessante di parole, distrazioni, stimoli. Il rumore, digitale e sociale, sta saturando ogni interstizio dell'esperienza. Parlare è la norma, tacere è sospetto. Chi tace in un'epoca di rumore permanente non viene semplicemente ignorato, viene guardato con diffidenza. Il silenzio è diventato socialmente illeggibile. Non si sa cosa esattamente significhi, non si sa come gestirlo, non si sa se nasconda disapprovazione, superbia, depressione o semplicemente faccia scandalo, anche perché percepita come scelta deliberata di non partecipare al coro. In un sistema che misura la presenza attraverso la visibilità, l'assenza di voce equivale all'assenza tout court. Chi non posta non esiste. Chi non commenta non conta. Chi tace è fuori dal gioco. Per rientrare in gioco, per tornare a essere visibili, bisogna farsi sentire, alzare il volume, urlare, insomma fare rumore.
Parlare è la norma, tacere è sospetto.
Non rientrare nel gioco è però la scelta giusta da fare, per mettersi in una posizione raccomandabile, perché è precisamente fuori dal gioco, che il gioco può essere visto per quello che è.
Guardare il gioco dall’esterno permette di capire che il rumore (il ronzio di fondo sempre attivo) si è fatto struttura, non è più qualcosa di naturale ma il risultato di una produzione continua. C’è chi lo fabbrica, c’è chi con il rumore guadagna e c’è chi ha interesse che non si fermi mai, anche che sia costantemente alimentato. Il rumore di cui si parla è tecnologico, specialmente nella sua declinazione mobile, portatile, legato ai tani dispositivi che ci portiamo sempre appresso e dei quali sembra non possiamo più fare a meno (FOMO). Il rumore prodotto da questi dispositivi non è casuale, ma progettato per produrre altro rumore. E come altro chiamare tutto ciò che arriva sugli schermi a cui siamo incollati in forma di notifiche, di attività finalizzate a catturare la nostra attenzione e generare maggiore “ingaggio” (engagement), reazioni binarie e riposte immediate, condivisione, e moto altro.
Dietro l’industria del rumore “digitale” e tecnologico ci sono strategie, modelli di business e obiettivi stringenti, pensati per impedire il silenzio, la pausa, la riflessione e il pensiero critico, il momento in cui si decide di non reagire o rispondere. Un utente silente, che non si fa coinvolgere, che tace, non produce dati. Un utente che riflette prima di reagire produce meno dati di uno che reagisce immediatamente, dimostra di essere de-coincidente e inquieto, potenzialmente un ribelle. L'economia dell'attenzione ha bisogno di rumore come il fuoco ha bisogno di ossigeno.
Il rumore di cui si parla è tecnologico. Non impone obbedienza ma come per lo schermo, produce dipendenza.
Il rumore digitale agisce come un dispositivo. Come un dispositivo e il suo schermo, il rumore cattura, orienta e governa la soggettività delle persone e la loro mente cognitiva. Non impone obbedienza ma come per lo schermo, produce dipendenza. Non censura il silenzio, lo rende impraticabile, lo riempie prima che possa formarsi, lo colonizza con la notifica successiva, prima che la precedente sia stata elaborata. Il soggetto che emerge da questo dispositivo è un soggetto reattivo, addestrato alla risposta immediata e binaria, incapace di fermarsi, di fare una sosta, neurologicamente riformattato per l'istante. Un effetto collaterale del rumore digitale è la perdita progressiva della concentrazione, ad esempio per una lettura profonda (Maryanne Wolf), della capacità del cervello umano di esercitare l’attenzione lenta, concentrata, capace di empatia e di sintesi che richiede il silenzio cognitivo, precisamente ciò che il dispositivo del rumore impedisce. In termini filosofici si potrebbe dire che stiamo delegando le nostre facoltà più proprie come il linguaggio, il pensiero, la produzione di senso, a sistemi che non comprendono ciò che elaborano. E lo facciamo non perché siamo costretti, ma perché il rumore permanente ci ha resi incapaci di sostenere la fatica del silenzio in cui quelle facoltà si esercitano.
Nell’era delle macchine, degli schermi e delle piattaforme, siamo precipitati, non metaforicamente, in uno stato di ipnosi. Non siamo incoscienti ma svegli, reagiamo alle notifiche, interagiamo, ma lo facciamo sempre dentro contesti prefabbricati, secondo schemi indotti dall’esterno, quasi mai secondo la nostra volontà. Come chi è caduto in ipnosi, non sappiamo di essere stati ipnotizzati ma crediamo (vogliamo credere) di scegliere liberamente. Il contesto nel quale ci muoviamo da ipnotizzati è digitalmente rumoroso.
Dentro di esso la coscienza è orientata dall’esterno, dal feed, dall'algoritmo, dalla notifica, dalla reazione di chi ha commentato per primo. Si fanno delle scelte, si sceglie, ma dentro un campo di possibilità che altri hanno definito. Si pensa, ma dentro categorie che altri hanno prodotto. Dentro questo rumore che ha occupato lo spazio mentale e lo spazio in cui si forma l'intenzione del silenzio prima che quell'intenzione possa formarsi, non viene più nemmeno in mente che è ancora possibile praticare il silenzio, tacere. L’alternativa invece continua a sussistere, anche se uscire dall’ipnosi non è semplice, non è un atto di volontà semplice. Bisogna essere portatori di una scelta radicale, do un gesto, di un atto di resistenza strutturale che richiede di rompere deliberatamente il circuito, di creare una discontinuità nel flusso, di fare qualcosa che il sistema non prevede e non premia. Richiede, in una parola, di fare silenzio, di tacere.
Per riuscire a fare la scelta del silenzio bisogna essere capaci di superare il fraintendimento che sempre lo accompagna come scelta apatica e rassegnata, come un ritiro dalla vita
Per riuscire a fare la scelta del silenzio bisogna essere capaci di superare il fraintendimento che sempre lo accompagna come scelta apatica e rassegnata, come un ritiro dalla vita, che oggi è sempre più rumorosa e online. Superata la percezione negativa del silenzio e i suoi fraintendimenti, diventa possibile cambiare il proprio sguardo (Il silenzio è rivoluzione, di Duccio Demetrio, Einaudi recuperando varietà, ricchezza di significati e nuove categorie di senso (sensibilità). Con un altro sguardo si capisce meglio che il silenzio non è l'assenza di comunicazione ma la sua condizione di possibilità. È lo spazio in cui la parola si forma prima di essere pronunciata, in cui il pensiero si articola prima di essere espresso, in cui l'ascolto reale, non la simulazione dell'ascolto mentre si aspetta il proprio turno di parlare, diventa possibile.
Il silenzio può assumere anche una valenza politica, sociale e culturale, diventando una forma di resistenza in un'epoca di esposizione permanente alla parola che si è fatta perenne chiacchiericcio. La dimensione politica del silenzio lo distingue dalla semplice quiete, dal relax, dalla meditazione, dalla pausa rigenerativa. Il silenzio come resistenza non è il silenzio di chi si ritira dal mondo. ma il silenzio di chi si ritira dal rumore per tornare al mondo con più chiarezza, maggiore presenza, migliore capacità di vedere e di parlare in modo autentico. Il silenzio nella sua dimensione politica è una forma concreta di resistenza, un modo per contrastare la disumanizzazione in atto, dentro un presentismo che ci viene venduto come fuga.
Più che fuggire oggi abbiamo tutti bisogno di ritrovarci e il silenzio può diventare uno strumento potente, un modo per creare le condizioni per riandare incontro al mondo, lontano dal rumore di fondo che oggi lo avvolge, ma anche senza la mediazione distorcente di un dispositivo tecnologico. Il silenzio come strumento sociale e politico, usato in modo strategico e intelligente, è un atto di discernimento che aiuta a evitare la conflittualità, a scegliere consapevolmente quali parole e linguaggi usare e per creare spazi propri di autonomia. In una parola il silenzio può diventare un atto di libertà e di responsabilità.
Il silenzio come atto di resistenza non è una invenzione contemporanea, ma una delle tradizioni più antiche del pensiero umano, che oggi sembriamo avere dimenticato. In passato il silenzio veniva praticato come condizione per imparare ad ascoltare prima di pretendere di parlare, ad osservare prima di giudicare, a pensare prima di reagire. Tutto l’esatto opposto di quanto oggi i siamo abituati a fare. Praticavano il silenzio (cinque anni) a scopi formativi i discepoli Pitagorici, gli stoici che esercitavano il ritiro interiore (il dialogo con sé stessi) come tecnica filosofica quotidiana per creare spazi interiori di silenzio da cui potesse prendere origine l’azione, e i monaci cristiani, buddisti e islamici, per i quali il silenzio era un metodo di accesso a una dimensione esperienziale che il rumore ordinario rende inaccessibile. Infine, si può citare Wittgenstein per la sua frase più citata, e forse meno compresa del Novecento, “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”
Oggi praticare il silenzio non ha nulla di meditativo o filosofico, è una semplice pratica, una forma di resistenza
Oggi praticare il silenzio non ha nulla di meditativo o filosofico, è una semplice pratica, una forma di resistenza, anche contro un tecno-potere che sembra fare di tutto per impedirlo. Meno si fa silenzio e meno si pensa, si dubita e si fanno delle scelte. Le forme di questo silenzio possono essere diverse, tutte partono con qualche gesto di discontinuità deliberata dai comportamenti a cui ci hanno abituato dispositivi, schermi, piattaforme, APP e algoritmi. Creare una discontinuità nei confronti del mezzo tecnologico non è ancora silenzio, ma è il punto di partenza e una condizione preliminare, perché senza di essa il silenzio non può trovare uno spazio fisico in cui formarsi.
Per arrivare a praticare il silenzio è necessario riscoprirlo nella sua opportunità di ascolto. Ogni pausa del nostro interlocutore, che oggi serve per reazioni immediate, binarie, a volte inconsulte, non è un’opportunità per riempire quello spazio sospeso di parole, ma per scoprire che anche il silenzio è una forma di comunicazione, che il silenzio condiviso non va considerato come imbarazzo. Il silenzio relazionale che ne deriva è una pausa necessaria per costruire e coltivare connessioni più autentiche, ben diverse da quelle che oggi vanno sotto il nome di “reti di contatti” social e che di sociale e relazionale hanno ben poco.
Riuscire a rompere il muro del rumore con il silenzio, fare la scelta di spegnere il dispositivo eliminando il ronzio perenne che ci accompagna, è anche un modo per sperimentare il silenzio dei monaci, quello spirituale, meditativo, filosofico menzionato sopra. Il silenzio interiore, oggi diventato una necessità, è l’unico modo per vincere la solitudine del cittadino social moderno, per provare ad acquisire la capacità la capacità di stare soli con sé stessi senza riempire immediatamente lo spazio con musica, podcast, scroll, qualsiasi cosa che impedisca l'incontro con i propri pensieri. È qui che il silenzio diventa davvero pratica filosofica, non tecnica di benessere, non igiene mentale, ma condizione in cui il soggetto si ritrova, si riconosce, si interroga, si costituisce come qualcosa di distinto dal rumore che lo circonda.
Un’ultima dimensione del silenzio che merita di essere menzionata è quella politica. È una forma di silenzio scomodo, ma urgente. In un consesso di persone sempre più furiose nella loro febbre rumorosa e ciarliera, mettersi in disparte, tacere, ritirarsi non è una resa. È un atto di resistenza politica nel senso più profondo del termine, non partitico, non ideologico, ma ontologico. È il rifiuto di partecipare a un sistema di produzione del rumore che serve il tecno-potere delle piattaforme delle High Tech, che alimenta la polarizzazione, che trasforma ogni questione complessa in scontro binario, che premia l'urlo e punisce la riflessione.
Chi tace in questo contesto non abdica, sceglie. Sceglie di non aggiungere rumore al rumore. Di non contribuire all'ipnosi collettiva e di optare per un terreno fertile dove possano nascere il pensiero, la creatività, la consapevolezza e l’empatia.
Chi tace in questo contesto non abdica, sceglie. Sceglie di non aggiungere rumore al rumore. Di non contribuire all'ipnosi collettiva e di optare per un terreno fertile dove possano nascere il pensiero, la creatività, la consapevolezza e l’empatia. Di non essere il combustibile di una macchina che funziona solo se tutti reagiscono, sempre, immediatamente, senza pensare. E in quello spazio silenzioso che il sistema non riesce a colonizzare perché non produce dati, non genera engagement, non è misurabile da nessun algoritmo, può formarsi qualcosa di prezioso e di raro, un pensiero proprio. Dal silenzio può fuoriuscire una parola che vale la pena pronunciare, può nascere un dialogo reale con una persona reale, un dialogo nel quale entrambi i dialoganti ascoltano e nessuno so sente obbligato ad affermare la propria opinione.
Il silenzio oggi è diventato la condizione perché il discorso e il dialogo tra esseri umani, non profili digitali ma esseri incarnati e presenti a sé stessi (ben diverso dall’essere connessi), possano ricominciare.
Il silenzio nella realtà rumorosa dell’oggi tecnologico è un atto di speranza.