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Senza la pretesa di fornire risposte definitive, quanto piuttosto offrire spunti di riflessione a chi avrà la bontà di leggere questo articolo, provo a rispondere a quelle domande, partendo dalla visione di Maurice Blanchot, autore francese a me molto familiare. Se lo faccio è perché da una parte le conclusioni a cui giunge lo scrittore francese ovvero ad un’idea anonima, impersonale e neutra della letteratura e della scrittura mi ricordano tantissimo il livello del linguaggio odierno su ogni tipo di media (giornali, social, tv, libri); dall’altra perché come si leggerà alla fine di questo articolo, c’è una dimensione di alterità nella letteratura per la quale mi pongo da tempo la seguente domanda, circa le mie opere letterarie (poesia e prosa): chi mi legge?

Cosa significa scrivere, parlare, comunicare oggi? Il linguaggio della comunicazione odierna, appiattito su se stesso, riesce davvero ad esprimere un messaggio chiaro e sensato?

Che cosa è la letteratura oggi?

Senza la pretesa di fornire risposte definitive, quanto piuttosto offrire spunti di riflessione a chi avrà la bontà di leggere questo articolo, provo a rispondere a quelle domande, partendo dalla visione di Maurice Blanchot, autore francese a me molto familiare. Se lo faccio è perché da una parte le conclusioni a cui giunge lo scrittore francese ovvero ad un’idea anonima, impersonale e neutra della letteratura e della scrittura mi ricordano tantissimo il livello del linguaggio odierno su ogni tipo di media (giornali, social, tv, libri); dall’altra perché come si leggerà alla fine di questo articolo, c’è una dimensione di alterità nella letteratura per la quale mi pongo da tempo la seguente domanda, circa le mie opere letterarie (poesia e prosa): chi mi legge? Domanda che non si riferisce al numero, ahimè basso, di lettori che leggono i miei libri, ma a chi, tra quei pochi, mi legge davvero.

Cominciano con il dire che per Blanchot il linguaggio si sforza di dire, senza riuscirvi, la verità del vuoto, dell'assenza, del niente della morte. La verità resta perpetuamente da dire e del non detto. Tutto si situa in una strana e ineffabile zona di scambi tra la vita che si porta dietro la morte e la morte che non può compiersi, tra la parola e il silenzio, in una sorta di scivolamento muto, di movimento immobile, in un eterno ' ressassement '. Il linguaggio tende verso l'orizzonte pericoloso in cui cerca invano di scomparire il desiderio di un'inaccessibile parola. Il linguaggio, voce bianca tendente al silenzio e alla penombra, si muove in questa realtà effimera. Il paradosso sta nell'opporre il silenzio al linguaggio nel loro punto d'incontro, la scrittura. La scrittura dice l'indicibile, dice e tace l’indicibile:

Se, per negare, bisogna dire e, dicendo, affermare; se, di conseguenza, il linguaggio sembra non potersi liberare da una prima affermazione, cosicché, quando parli, sei già prigioniero, sempre in ritardo nella lotta contro di essa, di un’enunciazione che si afferma anzitutto come parola e afferma nella parola, bisognerebbe ancora sapere che cosa voglia dire questa affermazione, questa enunciazione. Dice forse soltanto ciò che è (il cielo è blu)? Sì: dicendo “il cielo è blu”, essa dice: prima di enunciare e nell’enunciare, ho trasgredito l’interdizione silenziosa rovesciandola in presunzione positiva, parlando allora secondo ciò che c’è da dire (il dover-dire). Sì, qualcosa ci precede sempre quando parliamo: lo scarto stesso, che non è nulla di positivo o di enunciativo, ma è piuttosto la distanza dell’“inter-dire”, che noi non conosciamo se non avendolo già fissato come interdizione.Il dover-dire della trasgressione (che non è neppure una negazione, il semplice rifiuto di un limite), ecco ciò che, sembrando parlare in ogni parola, la aggrava fino a farla tacere. Parlare è, obbligandosi a parlare, dire l’obbligo di un dover-dire (il diritto alla parola, diritto senza diritto) che si pronuncia di fronte all’interdizione.

Nello scontro tra linguaggio e presenza Blanchot conquista le realtà che sembrano meglio contenerlo: il neutro e l'anonimato. Il neutro che segue l'essere, senza riportarlo alla grossolanità del non-essere, ha già disperso l'essere stesso e si rifiuta di presentarsi nella semplice presenza, afferrabile solamente per via negativa, sotto il velo protettore del non. Bisogna rispondere insomma alle inquietanti domande: " Che cos'è la letteratura? " e soprattutto " È possibile la letteratura? ":

Può richiudersi su di essa, ma per custodirla mantenendola aperta. «Che ne è dell’arte, che ne è della letteratura?» Una tale interrogazione, senza dubbio, ci viene da noi stessi, nel nostro tempo. Tuttavia, se ogni volta che le si risponde, indifferente a queste risposte, essa si ripropone, bisogna pur vedere in questo «di nuovo» un’esigenza che dapprima ci sorprende. Può darsi che la domanda cerchi soltanto di perdersi nella ripetizione, dove ciò che è stato detto una volta si placa nelle ridizioni…Mantenere le opposizioni, lasciarle urtarsi nello spazio sterile in cui ciò che si oppone non si incontra, non ha nulla a che vedere con il vivo della questione. Bisogna dunque scartare queste contrarietà che lasciano sussistere i problemi e, al contrario, tenere fermamente la letteratura fuori dai dibattiti in cui essa si divide senza poter risalire a se stessa come all’origine di tale divisione.

Per Blanchot lo scrittore è colui che entra nel luogo della solitudine gloriosa della ragione, senza superare l'universale. Lo scrittore non va verso un mondo in cui tutto si ordina secondo chiarezza. Non scopre il linguaggio che parla per tutti. Ciò che parla in lui è il fatto che in una maniera o nell'altra, non è più se stesso, non è più nessuno. L'ambiguità del linguaggio non si rifà alle leggi di un funzionamento di un sistema simbolico, ma enuncia l'espressione di uno statuto ontologico dell'uomo. L'esperienza del linguaggio non traduce un'esperienza metafisica, essa è l'esperienza stessa. La letteratura è l'esperienza per cui la coscienza scopre il proprio essere nella sua impotenza a perdere coscienza, nel movimento in cui, scomparendo, strappandosi alla puntualità di un soggetto, si ricostituisce al di là dell'incoscienza, in una spontaneità impersonale, e lo svelamento dell'essere nell'esperienza letteraria riconferma precisamente il suo svelamento nell'esperienza fenomenologica. Per Blanchot la spersonalizzazione è un momento dialettico, attraverso il quale passa ogni uso del linguaggio.

Il linguaggio è però mezzo di espressione imperfetto e le parole non valgono niente per esprimere la realtà. La parola è allo stesso tempo una affermazione e una negazione del mondo intelligibile, affermazione e oblio del principio di contraddizione. Ci vuole un'assenza totale d'espressione per esprimere l'essenza delle cose e per questo motivo l'esperienza narrativa si fonda su una negatività inglobante in cui il movimento iniziale, prima che la narrazione e il discorso comincino, rimette in causa il fare stesso del romanzo e il dire stesso del discorso.

L'ascolto è ascolto dell'uno e dello stesso come ultima referenza e in definitiva è questione dell'Altro della parola. L'Altro di un linguaggio è posto dal linguaggio stesso come ciò nel quale cercare un'uscita per scomparirvi oppure un fuori per riflettervisi. Ciò non significa che l'Altro faccia parte del linguaggio ma che si rivolti per rispondere con un altro linguaggio. Ogni linguaggio ha una struttura in seno alla quale non si può esprimere niente, così deve esistere un altro linguaggio che si curi della struttura del primo e allo stesso tempo che possieda una nuova struttura esprimibile tramite un terzo linguaggio, e così via.

Ne consegue: 1) il linguaggio non può essere espressione dell'essere perché non può definirsi in una volta sola; 2) l'inesprimibile lo è relativamente ad un certo sistema di espressione; 3) se ci fosse un modo di considerare come un tutto l'insieme delle cose e dei valori, l'insieme virtuale delle differenti possibilità della parola non saprebbe costituire una totalità; 4) la parola dell'Altro o l'Altro della parola, è un movimento infinito, sempre pronto ad aprirsi nell'esigenza multipla di una serie simultanea, tramite il quale un modo di espressione si cancella in un altro:

In fondo, ciò che è linguaggio, nelle cose e nelle parole e nel passaggio, contrastato o armonioso, dagli uni alle altre, infine in tutto ciò che si mostra e in tutto ciò che si nasconde, è la Differenza stessa, misteriosa, perché sempre diversa da ciò che la esprime e tale che non vi è nulla che non la dica e non si rapporti ad essa dicendo, ma tale anche che tutto parla a causa di essa che resta indicibile.

La ricerca del linguaggio è legata alla discontinuità e alla definizione di come sia possibile parlare facendo in modo che la parola sia plurale. Blanchot si interroga su come può affermarsi la ricerca di una parola plurale, fondata non più sull'identità e la non-identità, non più sulla predominanza e la subordinazione, non più sulla reciproca mutualità, ma sulla asimmetria e sull'irreversibilità, di modo che, sia sempre implicato un rapporto di infinità come movimento di significato, tra due parole. E ancora si interroga su come poter scrivere in modo che la continuità del movimento della scrittura possa lasciare intervenire fondamentalmente l'interruzione come significato e la rottura come forma. Ogni linguaggio il cui interesse primario è quello di interrogare e non di rispondere, quello blanchotiano, è un linguaggio già interrotto, più ancora di un linguaggio nel quale tutto comincia da un vuoto iniziale.

La scrittura corre il rischio di accontentarsi di una presunta continuità che è soltanto un divertente intreccio di pieni e di vuoti, per emergere.

Il linguaggio, per Blanchot non è né costituzione né espressione del senso o della presenza, ma ritmo o monotonia. La sua ( del linguaggio ) esperienza è lo sdoppiamento originario della parola; è un linguaggio dialettico nella misura in cui si afferma come dialogo, cioè comunicazione delle particolarità nell'universale e come discorso, cioè apertura teorica e pratica del campo universale. Attraverso di esso, l'essere afferma il suo potere nella riconoscenza della sua dipendenza rispetto al mondo e all'Altro. Per Blanchot, il linguaggio non è dell'essere o del niente ma è il non essere dell'essere e l'essere del non essere. Supponendo che ci sia un fondo di verità nell'asserzione che il linguaggio è dimora dell'essere, il parlare della lingua è sempre assunto dalla dispersione dell'essere. Così la diversità di significato di una parola, non è dovuta al fatto che gli uomini intendono cose differenti ma dal fatto che essi nel parlare del linguaggio, sono ogni volta interpellati dall'essere dell'ente, in modo differente, in conformità alla dispensazione dall'essere.

Per Blanchot il linguaggio non può accontentarsi di nessuna negazione parziale, poiché non ricerca nient'altro che il vuoto, l'assenza, l'ignoranza e la solitudine da cui è partito. Il problema del linguaggio è di trasmettere il non invisibile da cui parte. Blanchot considera il linguaggio l'apertura verso un'alterità irriducibile. L'essere fuori è la condizione necessaria della parola letteraria. L'opera letteraria assume fisionomie diverse a seconda di come si organizza la dialettica tra l'essere dentro e l'essere fuori della parola, la quale comporta una distanza anche nell'identificazione ( per esempio fra narratore e personaggio, tipica in Blanchot ), come condizione del fatto che il contenuto riceve una forma artistica. La parola letteraria è sempre indiretta. Il linguaggio non è soltanto incontro con l'altro, comprensione rispondente, enunciazione unica e varia; esso è anche composizione di significati generali, repliche, cancellazioni della differenza, universalizzazione. La letteratura è l'esperienza attraverso cui il linguaggio scopre la propria ambiguità che gli è essenziale. Con le proprie inquietudini, scissioni e contraddizioni, il linguaggio letterario non fa altro che dire l'essere del linguaggio. Per Blanchot il linguaggio è confinante con l'orizzonte dell'essere e delle possibilità del medesimo e della totalità:

Nella prima ipotesi, quella che fa del linguaggio l’espressione delle cose, la conoscenza è assicurata, ma la comunicazione è perduta; il linguaggio, dal momento in cui pretende di manifestare la realtà particolare, cessa di essere possibile come mezzo di scambio o di espressione generale.

Nella seconda ipotesi, quella che destina il linguaggio all’espressione delle idee, la comunicazione del sapere in quanto tale è assicurata, ma la conoscenza diventa problematica, poiché essa riposa su un postulato: «che la verità è una stessa cosa con l’essere».

Nella terza ipotesi, che fa del linguaggio l’espressione del nostro spirito, esso stesso espressione della realtà, la conoscenza e la comunicazione sono insieme possibili e problematiche, poiché se ogni parola è in una certa misura l’eco della certezza sensibile, ogni parola è anche soltanto interpretazione del reale da parte di individualità che non possono abbracciare l’insieme della storia, e le proposizioni che gli uomini si scambiano non si fondano su una coscienza dell’universale, ma rappresentano soltanto giudizi di valore, episodici e suscettibili di continui mutamenti.

Il brano citato si configura come il centro della riflessione blanchotiana sul linguaggio e ne rappresenta la sintesi. Le ipotesi espresse nel testo sembrano anche essere le tre fasi che hanno portato Blanchot da una visione dialettica in cui il linguaggio doveva esprimere le cose senza comunicarle, ad un interiorizzazione del linguaggio che deve interpretare l'individuo in quanto tale. Il linguaggio per Blanchot è parola plurale, cioè il poter dire molte parole in una simultaneità di linguaggio. Parlare è mettere sempre una essenziale duplicità della quale si sfrutta la situazione, pretendendo di ridurla con le regole della logica. Ma parlare secondo la necessità di una irriducibile pluralità, come se ogni parola fosse l'eco di se stessa in uno spazio multiplo, è troppo pesante per uno solo: il dialogo aiuta a condividere la dualità; nel dialogo la doppia parola è meno pesante da diventare successiva con l'alternanza che si dispiega nel tempo. Il dialogo è fondato sulla reciprocità delle parole e l'uguaglianza dei parlanti, che altrimenti sarebbero estranei; due soli io possono stabilire una relazione, poiché ciascuno riconosce all'altro lo stesso potere di parlare a se stesso. Ciascuno, e si tratta dell'unico modo, si considera uguale all'altro e vede nell'altro un altro io.

Si hanno allora due parole in una, due parole differenti e identiche. Ma qualcosa si è perduto, la differenza stessa, una differenza che non deve semplificare niente, che non può rendere uguale e che da sola rende parlanti due parole tenendole separate. Nello spazio interrelazionale, il dialogo e l'uguaglianza supposta del dialogo tendono ad annientare l'entropia, di modo che la comunicazione dialettica, esige per se stessa due poli antagonisti, caricati di parole contrarie. Provocando con la contrarietà una corrente comune, la comunicazione è anche destinata a annullarsi nell'identità entropica. Parlare è ricondurre l'uno all'altro nella ricerca di una parola mediatrice, ma è anche cercare di accogliere l'Altro come altro e l'estraneo come tale, l'Altro nella sua irriducibile differenza che solo una discontinuità essenziale può esprimere nell'affermazione che le è propria. Nello spiraglio lasciato dall'incessante movimento del ritorno, il linguaggio si inserisce come differenza e come identità dell'Altro. Il linguaggio è relazione trascendente e mostra che lo spazio della comunicazione è essenzialmente asimmetrico: esiste una curvatura di questo spazio che impedisce la reciprocità e produce una differenza assoluta di livello tra i due termini chiamati a comunicare. L'Altro non è sullo stesso piano del soggetto: se parla, gli parla dell'infinita distanza tra loro, e la sua parola gli annuncia l'infinito, invitandolo, nella sua impotenza e nella sua estraneità, ad una relazione senza nessuna misura comune con un potere che conquista conoscenza.

Il privilegio del linguaggio parlato appartiene in modo uguale all'Altro e al soggetto rendendoli uguali; in altre parole è il privilegio attribuito al controllo dell'io che parla in prima persona, cioè a ogni soggettività e non più alla presenza incommensurabile del viso. La letteratura allora è la parola che tenta di avvicinarsi il più possibile a ciò che si rifugia nel silenzio; essa cerca le relazioni che non sono causali, nella realtà non fenomenologica del silenzio. L'ultima parola è il silenzio, l'ultimo tentativo di rompere l'eternità. La filosofia della letteratura di Blanchot insiste sull'idea che la creazione autentica, lungi dall'essere l'esperienza dell'espressione già compiuta e dal non aspettare altro che di riflettersi nello specchio dell'opera, è una esperienza con la quale lo scrittore accede ad una esistenza che non possedeva prima di scrivere. La letteratura quindi può aprire la porta alla trascendenza dell'etica riscattando il peso della sua insignificanza facendosi portavoce di una trascendenza che eccede l'ordine chiuso dell'opera. Quando nell'opera si ammira l'autenticità, non si tratta dello stile né della qualità del linguaggio, ma precisamente del suo silenzio, con il quale lo scrittore, essendosi privato di sé, ha mantenuto nella cancellazione il potere della decisione di tacere:

«Fate in modo che io possa parlarvi.»
— «Sì, ma avete un’idea di ciò che dovrei fare per questo?»
— «Persuadetemi che mi ascoltate.»
— «Ebbene, comincia, parlami.»
— «Come potrei cominciare a parlare, se non mi ascoltate?»
— «Non so. Mi sembra di ascoltarti.»
— «Perché questo tu? Non date mai del tu a nessuno.»
— «È proprio la prova che mi rivolgo a te.»
— «Non vi chiedo di parlare: ascoltare, soltanto ascoltare.»
— «Ascoltare te o ascoltare in generale?»
— «Non me, l’avete ben capito. Ascoltare, soltanto ascoltare.»
«Allora, che non sia tu a parlare, quando parli.» E dunque, in un unico linguaggio, far sempre udire la parola doppia. Era una sorta di lotta che ella portava avanti con lui, una spiegazione silenziosa mediante la quale gli chiedeva e gli rendeva ragione.

Appello che assumo su di me: fate in modo che possa parlarvi.

Pubblicato il 28 marzo 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/