Go down

La vittoria elettorale di Péter Magyar, e la sconfitta di Viktor Orbán, costituiscono un passaggio importante non solo per l'Ungheria, ma per l'intera Europa.
Questa vittoria segna la fine di una 'democratura' -una sostanziale autocrazia- ma si spera possa portare alla fine della guerra in Ucraina ed al superamento dell'attuale fase del governo europeo, bloccato oggi dal veto ungherese e dall'obbligo di unanimità.
Avendo sotto gli occhi la commozione del popolo ungherese, possiamo immaginare una Europa possibile. Perché nasca veramente l'Europa come unione, non potrà mai bastare il lavoro tecnico di una classe politica. Serve mettere insieme, fino a fonderle in una visione comune, le idee di Europa che ogni cittadino ha in sé.
Per questo considero pertinente e virtuoso mettere in campo la mia autobiografia, raccontando di un'immagine -europea- che porto con me dall'infanzia. Racconto la mia storia invitando ognuno a raccontare, qui sulla 'Stultifera Navis', la propria idea di Europa.

Una lunga fila di bus lungo il marciapiede di Piazza del Duomo, in un giorno di sole invernale, l'ombra dei bus si proiettava sulla strada. E poi la domenica in casa di mio nonno. Seduti sul divano di broccato che ora è a casa mia, distinti signori stranieri, tristi, conversavano con mio nonno in latino.

Conservo altri ricordi del mio osservare e pensare da bambino.

Pensavo all'esistenza di marziani non ostili, anzi benevoli, interessati a conoscere noi umani. Pensavo che se avessero per caso scelto me per raccontare chi siamo, sarei stato in grado di rispondere – vagamente intuivo che la storia che merita di essere raccontata non sta nei fatti, ma in quel retroterra di pensiero e di motivazioni che motivano e generano l'agire.

Mi interrogavo sul perché i bambini nati in terre lontane vivevano loro malgrado nel peccato, lo chiesi al parroco che, per quanto mi ricordo, ammise di non sapermi dare una spiegazione.

E due anni dopo l'arrivo di quel triste corteo di autobus in Piazza del Duomo lessi con meraviglia che si celebrava il decennale dello stato di Israele: come era possibile che Israele fosse stato fondato solo dieci anni prima: mi vergognavo a chiedere spiegazione ai mei genitori, perché mi sembrava che chiedendo avrei svelato qualche gravissima, imperdonabile disconnessione nel mio sistema di conoscenze.

Ma questa immagine degli autobus in piazza del Duomo, la fila, l'ombra sulla strada. E poi la domenica successiva quelle persone straniere dignitose, grate dell'ospitalità implicita nella conversazione.

Non credo di avere avuto molte occasioni, prima di allora, di conoscere stranieri, di concepire l'essere straniero, profugo, costretto a lasciare la propria casa.

Quello che mi lasciava stupefatto era la lingua della conversazione. Si poteva parlare insieme in latino. Il latino come lingua viva, come patrimonio condiviso e terreno comune tra persone così differenti. Mio nonno e questi ospiti.

Resta, questo, uno dei ricordi più vividi della mia infanzia.

Pisa, 1956. Profughi costretti a fuggire dall'Ungheria a causa dell'invasione sovietica.

Campagne elettorali

Proprio ora, mentre scrivo, domenica pomeriggio, gli ungheresi stanno votando.

La campagna elettorale che ha portato a queste elezioni sii è svolta in un tempo sospeso. L'oggi è anche, ancora, quel tempo di settant'anni fa.

Péter Magyar, Pietro il Magiaro, gioca con il suo stesso nome per elevarsi a esemplare patriota, anzi salvatore della patria, quella patria che sembrava emergere dal grigiore e risorgere dalla dittatura e aprirsi ad una convivenza civile libera e calda settanta anni fa. In risposta a Orbán, che ostenta il bianco rosso e verde negli incontri del suo partito, Magyar espone la pura bandiera nazionale, però bucata al centro, come quella bucata al centro che sventolava nelle piazze nel '56, privata dei simboli del comunismo.

Orbán, con una retorica che appare oramai fredda, stantia, appesantita dagli anni e dai compromessi del potere, si richiama a quel tempo nell'additare ai cittadini la figura del funzionario, esecutore di disegni remoti nel senso e nella provenienza, lontani dal popolo, lontani dalla vita quotidiana: i commissari europei, dice, sperando di evocare, oggi, nelle folle, il disprezzo per i commissari politici sovietici. Bruxelles come Mosca. Le pressioni dell'Europa come le pressioni dell'Unione Sovietica.

Più fresca e incisiva la retorica di Magyar: il 23 ottobre, la data della rivolta di settant'anni fa, è la data dei raduni che hanno segnato la sua ascesa. Magyar dice: completiamo il lavoro di liberazione iniziato allora. Facile accusare Orbán di tradimento della memoria: Orbán principale alleato europeo dell'erede del potere russo che nel '56 schiacciò la libertà ungherese.

Magyar chiama alla lotta contro la nuova corruzione: la corruzione del partito comunista è proseguita nella corruzione del partito di governo, dice. Inesorabile parabola del potere politico che giunge a negare le proprie origini. Fidesz, il partito di Orbán, al quale lo stesso Magyar apparteneva, è l'Alleanza dei Giovani Democratici che sorse nel 1988 come speranzoso movimento di studenti, sfida al potere sovietico. Era allora il partito dei giovani che ostentatamente vietava l'iscrizione a chi avesse compiuto i trentacinque anni. Oggi è il partito dei vecchi arroccati al governo, nelle istituzioni, nei gangli della pubblica amministrazione.

Magyar propone oggi in cambio il partito del Rispetto e della Libertà, propone l'immagine di un movimento potente, inevitabile, come il fiume Tisza che attraversa il paese, il fiume che attraversa le campagne, opposto simbolico del Danubio.

Archetipi. Più che politica, pre-politica, o bio-politica.

Viviamo oggi in un tempo povero: la cultura che forgia la pubblica opinione, annacquata da ripetizioni e simulazioni e da ingigantimenti macchinici, fatica a produrre simboli profondamente vissuti. Si enfatizza il vuoto, non resta che ripetere simboli del passato.

Si ha la sensazione che i leader non credano più, nemmeno loro, innanzitutto loro, ai valori, agli ideali, alle sofferenze e ai desideri. I leader si limitano ad agitare di fronte al popolo simboli come

gusci vuoti. Quando Orbán paragona Bruxelles a Mosca, o Magyar sventola la bandiera col buco del '56, non stanno evocando la carne e il sangue, il ricordo di eventi vissuti, stanno semplicemente adottando una fredda tecnica, invece attivando dei automatismi emotivi per ottenere un like o un voto. L'uso di espressioni inglesi, nel definire tutto questo: bias, nudge, trigger, sentiment, segna la distanza dal reale, dalla storia, dall'esperienza vissuta, dalla narrazione che chiama in causa il narrante.

Se l'appello è superficiale, superficiali saranno anche le risposte: prive di quella convinzione, di quella disciplina e anche di quel sacrificio che richiedono l'impegno politico. Così le intenzioni di voto mutano con un soffio di vento, con una campagna pubblicitaria azzeccata, e oggi ancor più con un efficace uso dei social network.

Magiari

La stessa ascesa di Magyar, non a caso è stata innescata dal successo virale sui social network di audio da lui stesso artatamente registrati dove sua moglie, al tempo ministro della giustizia, svela misfatti.

Audio forse mondati ad arte, video forse ritoccati. Potenza dell'algoritmo che ripete un volto all'infinito. Ci sono filosofi e studiosi, intellettuali cinici che chiamano tutto questo iperrealtà o post-storia. E' un gioco facile, che fa rimpiangere gli intellettuali organici del tempo in cui gli intellettuali stessi avevano il coraggio di scegliere una parte.

Comunque -prima e meglio di ogni massmediologo o filosofo- ha raccontato questa politica dei simulacri Philip Dick.

Il simbolo svuotato del suo peso tragico, il mito sostituito dalla sua replica simulata per via macchinica. La narrazione mitopoietica di Dick teneva insieme Nixon e le comunità paleocristiane, sullo sfondo di un Time of Joint, un tempo fuori sesto, in una Waste Land, una terra desolata dove i leader sono sostituti da simulacri, dove i leader imitano i propri simulacri.

Dick ci mostra pseudomondi di carpatesta, simulazioni digitali. Ma sempre ci mostra anche come queste finzioni mostrano crepe che svelano la vita retrostante, spesso dolorosa e infelice, ma calda di umanità. Forse tutti preferiremmo vivere nella finzione, ma la realtà incombe, e per fortuna, ad un certo tempo irrompe.

Così attraverso il buco nella bandiera di Magyar gli ungheresi hanno visto un mondo possibile, sono andati oltre i limiti del nuovo leader, sono scesi in piazza appropriandosi dello spazio aperto nel grigiore retorico imposto da Orbán. Perché, come ci insegna Amartya Sen, la democrazia, in questi tempi difficili, non sta né nelle rappresentazioni digitali né nelle istituzioni - spesso stantie, inadeguate, in mano a burocrati. Sta nella discussione in pubblico. Una discussione aperta, fondata non su norme, ma sulla consapevolezza di possedere diritti inalienabili, sul senso di appartenenza ad una comunità, basata sul riconoscersi nell'affermare non solo il diritto, ma il desiderio -per noi stessi e per ogni altro- di una vita di pace, in libertà, in salute, tranquilla, oggi e domani.

E così almeno per un giorno. oggi, il lunedì dopo il voto, siamo tutti ungheresi.

Quasi fossimo in un romanzo di Philip Dick, il leader che rovescia una autocrazia fondata su una idea di nazione, di sovranismo, porta il nome di ogni cittadino della nazione: Péter Magyar, Pietro il Magiaro. La grande maggioranza dei magiari, e anche la grande maggioranza degli europei sono con lui.

Importante ricordare qui l'esemplare senso nascosto dietro l'evidenza della convivenza di due denominazioni: magiaro e ungherese. Ungherese è il popolo visto dall'esterno, dagli stranieri, una erronea denominazione affermatasi nel Medio Evo. Magiari è il nome con il quale i magiari stessi si riconoscono: parola derivata da una radice che parla di del popolo che parla o semplicemente del noi, gli uomini. Così, per meglio dire, oggi, siamo tutti non ungheresi, ma magiari, magyarok.

Le tecnologie di cui disponiamo mostrano il meglio di sé nel renderci accessibili notizie. Così sappiamo che, questo lunedì, mentre scrivo, i magiari sono in piazza e cantano nel metrò,

Szia, Viktor!, Ciao, Viktor! (Orbán); Ruszkik haza! Russi a casa!; Vége van!, È finita!; Rendszerváltás, Cambio di sistema; Remény, Speranza.

Almeno per un giorno possiamo inneggiare. La speranza magiara è una speranza europea. In senso stretto, per il magiari, la speranza economica legata ai fondi europei; la speranza riposta nella moneta europea. In senso lato la speranza in una appartenenza. E' anche la speranza per ogni europea: la fine di una Europa bloccata da veti incrociati, una possibile uscita dalla guerra in Ucraina.

Latino

Ma tutto questo passa attraverso il sentirsi uniti nel rispetto delle differenze, delle identità. Attraverso il sentirci tutti non osservati e descritti dall'esterno, non normalizzati da uno sguardo burocratico, ma accettati tutti per quello che siamo, per quello che ci sentiamo di essere.

Tradizioni, storia, occupano lo spazio di un presente che sembra assente, di un futuro che sembra non offrire promesse. Siamo tutti magiari oggi. Ci mancano simboli e ci mancano istituti nei quali identificarci. Cosa vuol dire essere italiani, cosa vuol dire essere europei. I magiari oggi offrono una risposta.

E proprio qui acquista senso il latino. Il latino come lingua comune e come metafora.

Per andare oltre lo stereotipo della bandiera bucata, per vedere e attraversare la crepa nella scenografia disegnata nel cartone o fatta apparire su schermi di apparati digitali, serve risalire all'origine della narrazione, contano la parole scambiate tra cittadini, esseri umani. I vissuti personali.

Per questo ho esordito ricordando la mia autobiografia: lo straniero vessato arriva a casa nostra, lo accogliamo. Parla una lingua lontanissima, ma parla anche latino, una lingua antica che può essere oggi stupefacente segno e veicolo di comunanza.

Quel latino che ascoltavo da bambino, senza capire, parlato in modo fluente, discorsivo, da quegli ospiti ungheresi a Pisa, nel salotto di mio nonno, fa pensare.

Per quegli esuli, il latino fungeva anche da lingua veicolare, immediato strumento di comunicazione. E allo stesso tempo era strumento di riconoscimento: un modo di dirsi reciprocamente: condividiamo le stesse radici. Quando in Italia il latino era ormai solo oggetto di studio in scuole e in università -mio nonno, nel suo parlarlo correntemente, era una eccezione anche tra i professori dell'Università- era in Ungheria ancora coltivato come lingua veicolare.

Fino alla metà del 1800 era anzi lingua ufficiale del Regno, usato in parlamento, nei tribunali, nell'amministrazione. In un regno multietnico ungheresi, slovacchi, croati, rumeni, tedeschi, trovano nel latino la lingua comune, e anche l'alternativa alla germanizzazione pretesa dagli Asburgo.

L'Ungheria fu nota come ultimo regno latino dell'Europa.

Nei Gimnázium, i licei ungheresi, anche nei licei pubblici - non solo nei licei dei gesuiti, dei benedettini, degli scolopi, dove i professori conducevano in latino le loro lezioni, non solo nei licei luterani- lo studio del latino era pilastro che insegnava a pensare.

Così ricordano von Neumann, Wigner, Szilard, Teller, quei geniali talenti, matematici, fisici -e poliglotti- che frequentarono i Gimnázium di Budapest nel primo quarto di secolo, e che non molti anni dopo, costretti all'emigrazione dal nazismo, negli Stati Uniti ebbero un ruolo così importante nella ricerca scientifica di base, nella costruzione della bomba atomica, nella cibernetica, nella nascente computer science.

E come ebbi modo di constatare da bambino, ascoltando pieno di meraviglia gli ospiti di mio nonno, il latino manteneva trent'anni dopo la sua funzione di lingua differente, identitaria: il latino, allora, come alternativa al russo, lingua del potere.

Oggi

Oggi assistiamo al paradosso: accettiamo di fatto come lingua ufficiale dell'Europa l'inglese, quando il Regno Unito non fa più parte dell'Europa. Accettiamo come lingua dell'Europa, la lingua del potere dal quale l'Europa, speriamo unita, può e deve distinguersi.

Dimenticando che la lingua, quando non è veicolo di identità, è strumento di dominio.

Il latino, ben si sa, è la lingua della chiesa cattolica, ma anche la chiesa considera sempre meno importante il latino, a vantaggio dell'inglese.

E poi il passo successivo: la lingua naturale, ogni lingua naturale, data in pasto alla macchina, triturata, rappresentata da vettori matematici, manipolata, scomposta e ricomposta dalla macchina a valle della scatola nera, così lontana dal parlar comune, dal calore della parola alla quale si accompagnano i gesti, gli sguardi, gli odori.

Così dato che viviamo di immagini che attraversano il tempo, mi appare calda e viva l'immagine di mio nonno, anziano professore sa conversare in latino, e dei profughi si trovano a casa perché esiste una lingua condivisa. Una tradizione, una appartenenza.

Così, sfidando l'apparente impossibilità, mi pare confortante coltivare la possibilità di immaginare il latino come lingua ufficiale dell'Europa, la nostra lingua comune. Anche i tedeschi e lingue vicine potrebbero accettarlo come contrasto all'inglese.

Del resto il latino è stata la lingua della scienza fino almeno al 1700. Del resto gli israeliani hanno reinventato nel ventesimo secolo l'ebraico come idioma parlato, quotidiano, e anche come muova lingua letteraria.

Il latino forse potrebbe essere anche oggi, e domani...

Ma almeno per me resta presente la doppia scena: la fila dei bus lungo il prato, a lato del Duomo, dove quando ero bambino andavamo la notte di Natale, la notte di Pasqua, ad ascoltare la messa in latino, il canto gregoriano.

E poi quella domenica mio nonno, la barba bianca, il bastone, parlava in latino con quei magiarok.

Pubblicato il 14 aprile 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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