La domanda è un atto politico, nasce dal non fare lo struzzo, dal guardarsi intorno, sempre con spirito critico, riflessivo, di chi vuole essere consapevole e cosciente sulle cose del mondo, per poi agire con responsabilità, sempre che si possa ancora agire e contare qualcosa con le proprie idee, scelte e decisioni.
La risposta è che siamo finiti all’inferno. È una risposta cinica e nichilista, ma soprattutto onesta. Se non si parte da questa consapevolezza ogni narrazione e interpretazione, ogni nostro dialogare sulla realtà, risulta essere privo di ogni fondamento, comprensione, analisi e realtà.
Dire che siamo all'inferno non è una metafora consolatoria. Non è il lamento di chi ha perso la speranza, né la provocazione di chi vuole scandalizzare. È una diagnosi. E come tutte le diagnosi serie, richiede precisione: quale inferno, per quale ragione, prodotto da chi.
C'è qualcosa di dantesco nel mondo contemporaneo. I gironi che oggi abitiamo e che ci tengono imprigionati, anche cognitivamente, hanno una loro struttura come quelli dell’Inferno Dantesco, nel quale ogni pena rispecchia il peccato che l’ha generata. Non sono disposti verticalmente, ma disseminati nel mondo, con una logica interna, una loro coerenza perversa.
L’inferno nel quale siamo precipitati non si è costituito per caso.
L’inferno nel quale siamo precipitati non si è costituito per caso. È stato costruito, mattone su mattone, da noi, dalle nostre scelte, dalle nostre pretese prometeiche, dalla nostra vanagloria e stupidità, da politiche che si sono mascherate da leggi naturali, da tecnologie che si sono offerte a noi come liberazione e hanno invece prodotto dipendenza, servitù volontaria, solitudine, brutalità del linguaggio, incapacità a distinguere il vero dal falso, tanto malessere individuale e sociale. Un esito ovvio forse, visto che gli umani da sempre, ovunque si associno, finiscono per produrre inferno, bolge infernali, gironi e gli stessi demoni, mostri e diavoli che poi li comandano e governano. Basterebbe uno sguardo lucido attorno per visualizzare le facce, che richiamano le opere di Goya dei tanti mostri e diavoli oggi in circolazione in posizione di comando.
Da questo inferno non c’è via d’uscita
Da questo inferno non c’è via d’uscita, nonostante i tanti che ancora si prodigano nel generare particelle di bene, che poi sarebbe anche impossibile generare, visto che nell’Inferno non ci può stare quello che non Inferno non è. Ogni particella di bene ancora esistente sembra essere stata contaminata, danneggiata. Lo racconta molto bene il caos della “caoslandia” (Limes) attuale, la crisi attuale che tutto è tranne che passeggera, essendo una condizione strutturale, risultato di scelte che vengono da lontano. Scelte fatte con le pezze sugli occhi, da persone che non (hanno visto) vedono ciò che sta davanti ai loro occhi, che continuano a sostenere un sistema che li danneggia, che sono vittime di una ideologia che, come diceva Marx, non funziona nonostante la realtà, ma attraverso di essa.
L’ideologia di cui oggi si è vittime, ormai difficile da smontare perché è stata venduta e in larga parte accettata, nasce da narrazioni conformistiche che promuovono ogni giorno i memi della felicità, del progresso, della crescita, ecc. Sono narrazioni che, dentro un’epoca segnata da crisi ecologiche, guerra, derive autoritarie, nuove oligarchie e matti al potere, raccontano menzogne, intrappolano dentro illusioni tecno-liberali, nostalgie autoritarie e speranze imbelli. Soprattutto nascondono una verità: il progresso non solo è scomparso, si è invertito nel suo contrario. Una inversione difficile da accettare, perché il sistema è abilissimo nel produrre consenso non reprimendo il dissenso ma incorporandolo. Il (tecno)capitalismo attuale non vieta la critica, la promuove e la vende, trasformando tutto (libri, documentari, piattaforme, ecc.) in merce, in contenuto, in “engagement”, con l’obiettivo di creare un unico grande BLOB anche della critica. Una critica che ha una sua debolezza intrinseca, essendo frutto di una falsa coscienza, perché nasce dentro un sistema (un mostro) che viene da lontano, che è cresciuto dentro le sue contraddizioni. Ha promesso libertà e ha prodotto disuguaglianza, precarietà e povertà, ha promesso democrazia e ha consegnato il potere alle oligarchie, ha promesso futuro e ha ipotecato il presente.
La falsa coscienza nasce dal non comprendere fino in fondo di vivere dentro uno stato di eccezione permanente (Giorgio Agamben). L’eccezione si è fatta regola, norma, normalità, generando l’inferno, ad esempio attraverso la sospensione dei diritti, la riduzione dell’essere umano a macchina e a corpo governabile, la trasformazione del potere che ormai si arroga il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire.
Una prima conseguenza di tutto questo è la riduzione della nostra vita a semplice nuda vita. Una vita ridotta alla sua dimensione meramente biologica, spogliata di ogni attributo politico e culturale, esistenziale. È la vita del profugo, del paziente, del consumatore, un corpo che respira, che consuma, che produce dati, ma che è stato privato della dimensione propriamente politica dell'esistenza, della capacità di agire collettivamente, di decidere, di resistere. Il tutto reso possibile e amplificato dal dispositivo tecnologico (piattaforme, sistemi di sorveglianza, protocolli biopolitici, ecc.) usato per governare senza governare esplicitamente, per generare servitù complice e volontaria, per orientare i comportamenti senza imporre obbedienza, per produrre soggetti docili a cui indicare la via, sapendo che oggi la via verrà scelta con convinzione a individui, ridotti a corpi gestibili, illusi di scegliere liberamente.
L’inferno nel quale siamo tutti precipitati non ha solo una dimensione esterna, non è solo fuori di noi (strutture di potere, logiche del capitalismo, dispositivi tecnologici, ecc.), ma dentro di noi. L’inferno è anche ciò che ci portiamo dentro, ha anche una sua dimensione clinica, psichica, corporea. Si manifesta nei nostri corpi, nelle psiche, nelle generazioni. Basti osservare quanto siano in aumento il disagio psichico tra i più giovani, un segnale potente e sintomo di un malessere generale più che dell’aumento delle patologie. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Il malessere psichico contemporaneo, come racconta spesso nei suoi libri Miguel Benasayag, non è una patologia individuale da trattare con farmaci e terapia, è un sintomo collettivo, culturale, politico. È il modo in cui il corpo e la mente segnalano che qualcosa nel sistema è profondamente sbagliato.
viviamo dentro un inferno di passioni tristi
L’inferno che ne deriva e che molti, soprattutto le nuove generazioni, stanno vivendo è un inferno di passioni tristi (la paura, il risentimento, la rassegnazione, la depressione) istituzionalizzate. Siamo stati resi, addomesticabili, malinconici by design. Portati a uno stato depressivo non solo individuale, ma di massa, anche a causa di una ibridazione tecnologica che non tiene conto degli esseri viventi e che non ha ancora espresso le capacità di reagire alla colonizzazione mentale indotta dalle nuove tecniche. Un soggetto triste, spaventato, ansioso, depresso è un soggetto governabile. Non si ribella. Consuma. Si adatta. Chiede soluzioni individuali a problemi collettivi, una pillola, una app, un coach, una routine di self-care. Non mette in discussione le strutture che lo hanno reso malato. Non si interroga sull’inferno nel quale si trova, semplicemente cerca di giustificare il suo esservi finito dentro, e fa di tutto per adattarvisi.
L’inferno attuale è stato siliconizzato, colonizzato, riorganizzato secondo le logiche delle piattaforme tecnologiche, è tale anche per il ruolo intellettuale e creativo oggi assunto dalla intelligenza artificiale, che per dirla con Eric Sadin può essere raccontata come il deserto (la desertificazione) di noi stessi. Da quando ChatGPT è stata messa in linea nel novembre 2022, ai sistemi è stato delegato il compito di sostituirsi alle nostre facoltà più elementari, prima fra tutte quella di produrre linguaggio e simboli. Non è solo una questione tecnica. È una questione antropologica di prima grandezza: il linguaggio non è uno strumento che usiamo per comunicare ciò che pensiamo. È la forma stessa del pensiero. Delegare la produzione del linguaggio a una macchina non è come delegare la contabilità o la logistica, è delegare la facoltà che ci costituisce come soggetti pensanti. A forza di delegare abbiamo costruito un inferno fatto di assenza. Abbiamo regalato noi stessi ai chatbot, alle macchine-IA, ma siamo diventati assenti a noi stessi. Con l’aggravante che facciamo tutto questo volontariamente, con entusiasmo complice e servile, anche pagando perché scambiamo quello che ci viene offerto come un privilegio.
Un sistema che si riproduce non attraverso la forza bruta, ma attraverso la produzione del consenso, della paura, della dipendenza e dell'assenza, ha dato forma all’inferno ideale. Un inferno che non ha bisogno di diavoli o guardie carcerarie demoniache perché i detenuti hanno interiorizzato le sbarre, si raccontano di stare bene, al calduccio anche se stanno bruciando. Un sistema che non ha bisogno di censura perché ha reso inutile la parola che non si adatta al suo formato.
Da questo inferno come se ne esce?
Dante uscì dal suo inferno non da solo ma grazie a una guida, che lo aiutò a immettersi su un percorso preciso e a trovare la volontà per attraversare fino in fondo l’oscurità invece di fuggirla. Noi oggi siamo affiancati da una infinità di influencer ma da pochissime guide, tali perché conoscono già il percorso e sono convinte che la mappa si costruisca mentre si cammina e con gli strumenti che si hanno. Strumenti utili, forse necessari, come il pensiero critico, la lettura profonda, la capacità di stare dentro la complessità senza risolverla in slogan, la pratica della cura reciproca contro la logica della competizione.
Questi strumenti possono essere usati per rallentare la nostra corsa accelerata dentro il presentismo del tempo corrente, per osservare (meglio), soprattutto prima di parlare, di esercitare il silenzio, di agire per spezzare la cortina di menzogne su cui è stato costruito il nostro inferno attuale. Riuscire in quest’opera serve anche a riconoscere che l’inferno stesso è una grande menzogna, nella quale ci crogioliamo lietamente, pur di non fare i conti con il nostro presente, con il nostro esistente. Liberarsi da questa menzogna è l’unico modo per tornare a ragionare in temini di nuovi possibili, “per uscire dalla ineluttabilità dei fatti che l’ideologia dominante cerca di imporre in ogni ambito – e innanzitutto nella politica”. (Giorgio Agamben)
Questa liberazione passa attraverso la resistenza a ciò che oggi viene raccontato come tecnicamente e diabolicamente possibile, inevitabile, realizzabile, senza limiti. Ci suggerisce di guardare alla realtà in tutte le sue forme per percepirne la verità in modo da riscoprirne le sue possibilità e dare forma a nuovi possibili, umani!
Siamo all’inferno, è vero, ma saperlo e ammetterlo, è il primo passo per non rimanerci.