Ho imparato a leggere da solo a cinque anni, sfogliando i giornali già letti che portava a casa mio padre. Li prendeva dai sedili degli aerei a Linate, dove lavorava. Da quel momento non mi sono più fermato. Un percorso che mi ha portato prima a una laurea in lettere e filosofia, con una tesi sulla definizione dell’identità secondo Michel Foucault, e più tardi – in modo non cercato ma, retrospettivamente, non incoerente – a trent’anni di esperienza nel mondo della comunicazione corporate. Dato che il primo amore non si scorda mai, dicono, in anni maturi la mia riflessione sull’identità è diventata anche una seconda laurea in psicologia. Questa volta mi sono occupato dello stigma e i suoi paradossi, nella tesi triennale, e di pragmatica della comunicazione in quella magistrale. Ho scritto per giornali e riviste, e lavorato con organizzazioni di ogni dimensione, cercando di capire cosa succede quando il linguaggio che usano smette di rappresentare quello che sono. Sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 2004, ma non ne faccio un dramma. Scrivo anche racconti, che mi permettono di continuare a fare le stesse cose senza dover spiegare perché. Per ora sono solo "ad usum delphini". Domani, chissà.

Possiamo superare il capitalismo della finitudine? Ecco perché non riusciamo a fermarci

Arnaud Orain descrive un capitalismo che ha preso coscienza della finitudine delle risorse e, invece di rallentare, ha accelerato. Ma perché non riusciamo a fermarci? La risposta non è solo economica: è epistemologica. Partendo dallo sgabello a tre gambe di John Ralston Saul e dalla diagnosi heideggeriana del Gestell, si delinea la genealogia di una civiltà costruita sull'illusione di poter ignorare il limite. E se il dio invocato da Heidegger per salvarci non può essere un evento messianico, e tantomeno un deus ex machina, a farlo può essere la scelta individuale, moltiplicata fino a fare massa critica, di tornare ad abitare il limite invece di negarlo.

Sull’equinozio e sull’arte dimenticata di attraversare le soglie

Oggi abbiamo perso il senso delle soglie che ci ricordano la nostra collocazione nel cosmo. Tecnicamente avanzatissimo e ritualmente analfabeta, l'uomo occidentale cambia continuamente posizione restando, nel profondo, fermo. Eppure l'esigenza non è scomparsa: è parte costitutiva del nostro essere-umani. L'equinozio è un'offerta che ci fa l'universo. Serve soltanto lasciarsi attraversare da tre domande: da cosa mi sto separando? Verso cosa mi sto muovendo? Sono disposto a stare nel mezzo il tempo necessario? L'equinozio di primavera come metafora per riflettere sul significato dei riti di passaggio, sulla perdita del senso delle soglie nella cultura occidentale e sull'esigenza, mai scomparsa, di sincronizzare il ritmo individuale con qualcosa di più grande