C’era stata una di quelle manifestazioni rumorose, di quelle in cui si fischia, si grida e si battono pentole per un’ora di fila per rompere simbolicamente il silenzio intorno al massacro di Gaza. La mattina mi ero svegliato con un acufene poderoso che mi sarebbe durato fino al giorno dopo, ma anche con un’idea. Scrissi a Davide: “Senti, mi è venuta un’idea, magari stupida, chiedo anche a te che sei una persona seria: c’è un sito https://data.techforpalestine.org/ con i nomi delle vittime di Gaza. Per ogni nome scrivere una storia, anche semplice, una facciata o mezza. Non io: io potrei aiutare a organizzare, tanti autori, magari anche qualcuno di conosciuto. Ho visto un’intervista in cui un’infermiera raccontava che, quando si faceva le foto con il cellulare, i bambini le andavano dietro per lasciare un’immagine nella foto. Fissare un’impronta della loro esistenza viva. Sarebbe bello dare uno spazio vivo anche ai nomi: anche se la vita che li portava non possiamo conoscerla, quasi mai almeno, solo il nome è rimasto. E poi ci sarebbe l’effetto di vedere tante e tante pagine.”
“L’idea non è male, ma sono sempre scettico sull’appropriarsi di vite di cui non conosciamo proprio niente. Cioè, chi scrive dovrebbe essere qualcuno che quelle cose le ha viste, le sa.”
“È un’osservazione molto giusta, ma non si tratterebbe di imitare o di cercare di immedesimarsi, ma piuttosto di dedicare a questi nomi uno spazio letterario, come se stessimo costruendo un mausoleo che resista alla storia, e anche una forma alternativa di protesta.”
Dopo aver scritto a Davide scrissi anche ai miei amici del collettivo parnasiano di Palermo, e i giorni successivi furono riempiti da discussioni, anche molto accese, per definire i dettagli del progetto che ora si chiama For the Names of Gaza, https://forthenames.net/.
A ogni autore viene affidato il nome di una vittima e l’età che aveva al momento della morte. Con questi elementi, gli autori scrivono un breve testo autobiografico in cui raccontano un episodio della propria vita accaduto quando avevano la stessa età in cui il nome a loro affidato è stato sottratto alla vita che lo portava, rinunciando al proprio nome per accogliere quello ricevuto.
Ogni racconto inizia con le stesse parole: “Quando avevo la stessa età in cui (e qui va il nome per cui il testo è stato scritto) è stato ucciso” o “uccisa”, e poi il racconto prosegue.
Al momento il sito di For the Names of Gaza contiene circa 120 racconti e un altro centinaio di autori ha promesso di contribuire. Alcuni insegnanti del liceo di Schio (Vicenza) e un docente del conservatorio di Brescia lo hanno proposto ai loro studenti. L’Istituto Comprensivo Rita Borsellino di Palermo lo ha anche inserito nel proprio piano educativo.
Il sito è in tre lingue — italiano, inglese e arabo — e raccoglie testi in lingue diverse, anche se la maggior parte è scritta in italiano.
Se siete arrivati fino a qui a leggere, spero vogliate anche voi contribuire, scrivendo un racconto e diffondendo l’idea. Le istruzioni sono qui: https://forthenames.net/contribute/.