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Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro, Fuoriscena, febbraio 2026


C'è stata un'epoca, in realtà neppure troppo lontana, forse solo dieci o quindici anni fa, in cui la Silicon Valley era ancora avvolta da un'aura quasi mistica. Era il luogo dove giovani sognatori in felpa con cappuccio costruivano nei loro garage sotto casa o di amici il futuro dell'umanità. In quei garage l'innovazione tecnologica significava progresso, democrazia, emancipazione, oltre che genialità, imprenditorialità e voglia di cambiare in meglio il mondo. A quei tempi il motto "Don't be evil" di Google sembrava un impegno credibile, non una battuta cinica, come appare oggi a molti che la rivoluzione tecnologica l’anno vissuta e abitata, e oggi stanno vivendo l’epoca del disincanto.

Quella narrazione è morta. E Irene Doda, con il suo libro Onnipotenti, ne scrive il coccodrillo, descrivendone l'autopsia.

Il libro arriva in un momento in cui è sempre più difficile ignorare l'evidenza: i giganti della tecnologia non sono più (se mai lo sono stati) paladini della libertà digitale. Sono attori politici di primo piano, alleati di governi autoritari, costruttori di infrastrutture di sorveglianza e di controllo di massa, finanziatori della nuova destra globale. Sono, per usare il termine che Doda non esita a impiegare, tecnofascisti, facitori attivi della fase attuale del tecnocapitalismo.

Il termine non è usato a caso. Doda lo costruisce pazientemente, attraverso un lavoro di ricostruzione storica e analisi ideologica che occupa tutto il libro. Nel farlo sa di non essere sola. Leggendo il suo libro e la bibliografia di riferimento (Graeber, Cèdic, Aresu, Land, Rushkoff) si capisce che la riflessione si colloca dentro un percorso intellettuale e culturale di tanti che in questi anni sono stati portatori di voci fuori dal coro, che non si sono adeguati al conformismo narrativo predominante e che hanno sempre preferito promuovere una riflessione critica sulla tecnologia. A questi tanti mi collego anche io che da 15 anni sono attivo per sostenere che un’altra tecnologia sia possibile e che l’esito attuale, da contrastare, non l’esito obbligatorio a cui ci stiamo tutti rassegnando.

La tesi centrale di Doda è semplice ma devastante, nella sua verità difficilmente opinabile. Sostiene che la Silicon Valley si è trasformata da cuore dell'innovazione tecnologica occidentale in laboratorio politico della nuova destra globale. Per capire come siamo arrivati qui, Doda ci porta indietro nel tempo, ai primi esperimenti del tecno-libertarismo californiano. Quegli anni in cui la controcultura hippie si mescolava con l'individualismo anarco-capitalista, producendo una miscela ideologica strana e potente, l'idea che la tecnologia potesse liberare l'individuo da ogni forma di controllo statale, permettendo a ciascuno di realizzare il proprio potenziale senza vincoli.

Quella visione era e si vendeva come seducente, forse era anche sincera, ma conteneva già, in nuce, tutti i germi della degenerazione successiva e a cui stiamo oggi assistendo in questa fase di tecnocapitalismo dominato da tecnocrati che dalle loro aziende high tech si sono buttati in politica con la volontà di prendere in mano il destino del mondo. Quando la tua filosofia politica è di liberare l'individuo da ogni vincolo, cosa fare con gli individui che hanno molto più potere degli altri? Cosa fare quando alcuni individui accumulano ricchezze e influenza tali da poter piegare intere società ai loro interessi? La risposta, per molti tecnolibertari, è stata di non fare niente perché se sei ricco e potente, cominci a raccontarti di essertelo merito, che il mercato ti ha premiato, che la selezione naturale digitale ha funzionato. È questa logica, un darwinismo sociale riverniciato con il linguaggio dell'innovazione, che Doda identifica come il filo rosso che collega il primo tecnolibertarismo californiano al tecnofascismo contemporaneo.

Il cuore del libro è dedicato ai protagonisti di questa storia. Doda ci offre ritratti dettagliati, basati su interviste, dichiarazioni pubbliche, investimenti, alleanze politiche.

Elon Musk emerge come figura centrale. Il miliardario eccentrico che compra Twitter (ora X) dichiarando di voler salvare la libertà di espressione, per poi usarlo come megafono personale e strumento di influenza politica. Che flirta apertamente con l'alt-right, amplifica teorie cospirative, attacca giornalisti critici. Che offre tecnologie satellitari a governi autoritari mentre si presenta come visionario dell'umanità multiplanetaria. Doda mostra il volto di Musk che i suoi fan preferiscono ignorare. Ben diverso da un genio innovatore, più assimilabile a un oligarca con manie di grandezza, che usa la sua ricchezza per plasmare la politica globale secondo la sua visione distopica della realtà e del mondo.

Peter Thiel è forse ancora più inquietante. Co-fondatore di PayPal e Palantir, early investor in Facebook, Thiel non nasconde nemmeno le sue simpatie antidemocratiche. Ha scritto esplicitamente che libertà e democrazia sono incompatibili e che le donne che hanno ottenuto il diritto di voto hanno rovinato il capitalismo libertario. Ha finanziato candidati di estrema destra, costruito tecnologie di sorveglianza vendute a governi di ogni colore politico, teorizzato apertamente la necessità di un'élite tecnocratica che governi senza i fastidiosi vincoli della politica democratica.

Mark Zuckerberg rappresenta un caso diverso. Non è ideologicamente un reazionario come Thiel, ma la sua ossessione per la crescita a ogni costo, il suo cinismo nella gestione della privacy, la sua disponibilità a compromettere la democrazia pur di non perdere mercati (vedi la gestione di Facebook in paesi autoritari), lo rendono complice strutturale del tecnofascismo anche senza condividerne necessariamente l'ideologia.

Alex Karp, CEO di Palantir, è il tecnocrate puro che costruisce sistemi di sorveglianza di massa venduti a governi democratici e autoritari indistintamente, con la sola giustificazione che qualcuno li costruirebbe comunque, meglio che lo facciamo noi.

E poi c'è Curtis Yarvin, una figura meno conosciuta al grande pubblico ma estremamente influente negli ambienti tech. Teorico del neoreazionarismo, Yarvin sostiene esplicitamente che la democrazia è fallita e va sostituita con governi di CEO-Re che governano nazioni come se fossero corporation. Le sue idee, che sembrerebbero farneticazioni di un blogger marginale, circolano ampiamente tra i dirigenti della Silicon Valley. Thiel lo ha finanziato. Altri lo citano apertamente.

Uno dei pregi maggiori del libro di Doda è la ricostruzione genealogica. L’autrice non si limita a denunciare il presente, mostra come ci siamo arrivati, a partire dal tecnolibertarismo californiano degli anni '70-'80, dalla convergenza di varie culture come la controcultura hippie con il suo rifiuto dell'autorità e la sua celebrazione della libertà individuale, dall'individualismo radicale della scuola economica austriaca (Hayek, Mises) che vedeva qualsiasi intervento statale come tirannia, dall'utopismo tecnologico che credeva che i computer potessero risolvere qualsiasi problema sociale e dal darwinismo sociale che giustificava le diseguaglianze come risultato naturale della competizione tra individui

Questa miscela produceva una visione del mondo seducente che raccontava come la tecnologia avrebbe liberato gli individui da governi oppressivi, come mercati liberi avrebbero premiato il merito e tutti avrebbero potuto realizzare il proprio potenziale. Con un non detto che poi è diventato un problema. Questa visione ignorava completamente le strutture di potere. Ignorava che non tutti gli individui liberi partono dallo stesso punto. Ignorava che i mercati non sono mai davvero liberi, ma sempre configurati da chi ha più potere. Ignorava che la tecnologia non è neutrale ma incorpora le ideologie di chi la progetta.

E così, prevedibilmente, quello che doveva essere un progetto di emancipazione è diventato un meccanismo di concentrazione del potere senza precedenti. Una manciata di uomini (quasi tutti uomini, quasi tutti bianchi, quasi tutti della West Coast americana) ora controlla infrastrutture digitali usate da miliardi di persone. Decide cosa vediamo, cosa possiamo dire, chi può comunicare con chi. Influenza elezioni, finanzia movimenti politici, vende tecnologie a dittatori.

Come si passa da liberiamo l'individuo a costruiamo strumenti di sorveglianza di massa? Doda mostra che non è un tradimento delle origini. È la loro realizzazione logica. Quando la tua unica bussola morale è di massimizzare la libertà individuale e non hai alcuna teoria della giustizia, alcun limite al potere accumulabile, alcun vincolo di responsabilità sociale, finisci inevitabilmente dove ci troviamo oggi.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è l'analisi della retorica usata dai tecnofascisti, che ovviamente stà lontano da ogni riferimento al fascismo e alla sua cultura. Loro, ovviamente, non si definiscono fascisti, ma veri democratici, si presentano ancora come liberatori, innovatori, visionari. La retorica della libertà individuale e dell'emancipazione digitale ha mascherato vecchie e nuove forme di dominio, scrive Doda. E documenta meticolosamente come questo mascheramento funzioni attraverso parole e concetti che negli anni sono diventati memi virali, che hanno conquistato il mondo e la mente, ibridata cognitivamente dalla tecnologia, di moltitudini di persone. Concetti come disruption (chi ha mai pensato ai suoi effetti e disastri sociali mascherati da progresso?), libertà di espressione (pensate a X e alla sua libertà di pensarla come chi X ha creato), altruismo efficace (i tecnocrati superricchi si presentano sempre come filantropi, in realtà sono sempre alla ricerca di ciò che potenzia il loro potere),

Doda smonta sistematicamente queste cornici retoriche. Mostra che la vera posta in gioco non è innovazione vs conservatorismo, libertà vs controllo. È quale tipo di società vogliamo costruire, e chi decide.

Quale società si prefigura dietro le scelte degli Onnipotenti sopra menzionati, Doda la racconta a partire dalle azioni di società come Palantir (vende sistemi di sorveglianza di massa a governi di ogni tipo, solo criterio di scelta, chi paga di più), Facebook (pur di mantenere la presenza sul mercato disponibile a censurare e ad ospitare propaganda), Google, Amazon (fornisce servizi cloud ad agenzie di intelligence e militari, Tesla e SpaceX. Sono società che continuano a diffondere una narrazione libertaria, ma che poi in modo opportunistico e strutturale fanno affari con autocrati e dittatori senza porsi alcun problema di principi, evidenziando come per loro la democrazia non sia che un fastidio.

Doda non è ottimista sul futuro. Il quadro che dipinge è fosco. Tecnologie nate in nome del progresso sono oggi strumenti di sorveglianza, controllo, geopolitica e guerra. E non per un tradimento delle intenzioni originali, ma come realizzazione logica di premesse sbagliate. Le conseguenze che identifica sono molteplici: disuguaglianze crescenti, erosione continua della democrazia, oggi anche in forme accelerate, colonizzazione dell’immaginario, normalizzazione della sorveglianza, militarizzazione della tecnologia.

Doda non si limita comunque a elencare problemi, ci costringe a guardare la nostra complicità fatta di servitù volontaria, che ci vede cognitivamente ed emotivamente impossibilitati a smettere di usare i servizi delle piattaforme digitali, a ribellarsi per essere stati trasformati in semplici prodotti e merci, a smettere di alimentare la loro bulimica fame di dati e di amplificare con le loro metriche i loro messaggi, a provare a riflettere su come e quanto abbiamo interiorizzato i loro valori.

Una nota a parte la merita lo stile di Doda. Il libro è scritto in modo chiaro, diretto, accessibile, pur non essendo superficiale e mostrandosi anzi ricco di lavoro investigativo e conoscenze. Non c'è gergo accademico inutile, non ci sono divagazioni teoriche fini a sé stesse. È un libro che qualsiasi persona interessata può leggere e capire. La chiarezza e la profondità rendono il libro prezioso perché utile a far uscire questi temi dall'ambito specialistico per diventare oggetto di dibattito pubblico largo. Il tono è volutamente polemico. Doda non finge neutralità. Quando pensa che qualcosa sia ridicolo, lo dice. Quando qualcuno mente, lo chiama bugiardo. Questo potrebbe irritare chi cerca analisi bilanciate e neutrali. Doda giustamente ritiene che alcuni lati non meritino pari dignità, che la neutralità possa apparire vigliaccheria.

Il libro presenta anche dei limiti che possono essere riscontrati in uno sguardo posato su una geografia limitata, quella della Silicon Valley americana. E la Cina, l’India, la Russia e forse soprattutto Israele? I protagonisti presi di mira sono tutti maschi, e le donne che pur ci sono, e che spesso hanno una voce critica, dove sono? L’analisi porta a diagnosi condivisibili, ma le soluzioni proposte o non ci sono o sono vaghe. Non si fa alcun cenno a tecnologie diverse da quelle che stanno tutte dentro il mainstream conformistico e omologato dello storytelling dominante. Si presta poca attenzione ai lavoratori delle High Tech e a cosa sta succedendo dentro quel mondo, soprattutto a causa degli effetti della rivoluzione dell’IA.

In conclusione, credo che Onnipotenti sia un libro da leggere perché offre strumenti per demistificare alcune narrazioni eroiche dei tecnomonarchi, tecnomiliardari e tecnofascisti, che si sono presi il governo del mondo, per ricostruire una genealogia che ci spiega come siamo arrivai fin qui, perché contribuisce all’alfabetizzazione politica sulla tecnologia, e perché comunica un senso di urgenza che a molti non appare tale chiamando tutti alla responsabilità

Il titolo suggerisce che l'onnipotenza è sempre un’illusione. Nessuno, per quanto ricco e potente, controlla davvero tutto. I sistemi complessi hanno dinamiche proprie. Le persone resistono. La storia è aperta. Pur riconoscendo il potere enorme dei tecnofascisti, Doda non li dichiara invincibili. Il libro stesso è un atto di resistenza, scritto per documentare, denunciare, demistificare. Anche se non regala soluzioni e non ha la pretesa di suggerire cosa fare, dice chiaramente cosa non fare. Dice di non credere allo storytelling degli Onnipotenti, di non accettare la loro visione del futuro come inevitabile, di non interiorizzare i loro valori.

La battaglia contro il tecnofascismo si combatte sul terreno culturale e immaginativo. Cosa che diventa possibile quando smettiamo di vedere Musk come un genio visionario e iniziamo a vederlo come un oligarca pericoloso, quando smettiamo di pensare che l’innovazione sia sempre cosa buona e iniziamo a chiederci a chi possa servire quell’innovazione e il progresso che ad essa viene associato, poi a chiedersi a beneficio di chi e/o a spese di chi. quando smettiamo di accettare che miliardari decidano il futuro dell'umanità e iniziamo a pretendere che queste decisioni siano democratiche.

Il libro non lascia sereni, anzi fa arrabbiare, perché evidenzia quanto ormai siamo diventati impotenti di fronte alla onnipotenza di pochi. Dalla rabbia forse può emergere la voglia di fare qualcosa. I tecnofascisti sono potenti, ma non sono onnipotenti. Libri come questo ci ricordano che la loro vittoria non è scontata che possiamo ancora immaginare e costruire futuri diversi, che la tecnologia potrebbe ancora essere al servizio di tutti, non di pochi. Ma solo se smettiamo di credere alle bugie dei tecnofascisti e tecnomonarchi, degli Onnipotenti, e iniziamo a chiamare le cose con il loro nome. Tecnofascismo, appunto.

Nota bibliografica

Irene Doda (1994) è scrittrice e giornalista. Collabora con Wired Italia, Il Tascabile, L'Indiscreto e Guerre di Rete. Si occupa di tecnologia, diritti umani e trasformazioni del lavoro. Autrice del podcast Anticurriculum.

Ha pubblicato:

  • Lavoro senza fine (Ledizioni, 2024)
  • L'utopia dei miliardari. Analisi e critica del lungotermismo (Tlon, 2024)
  • Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro (Fuoriscena, 2026)

 

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 15 marzo 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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