Avevamo atteso per alcune settimane affinché tutte le condizioni fossero ottimali per quel giorno. Navi, aerei, soldati ed io eravamo tutti pronti. Sbarcammo dai mezzi anfibi calati dalle navi che ci avevano lasciati a distanza di sicurezza. Nella chiatta, soldati di ogni età, per la maggior parte ragazzi cui non era ancora cresciuta la barba. La paura disegnava i loro volti e procurava conati di vomito. Ad un certo punto le pallottole iniziarono a sfiorarci, qualcuna faceva centro.
Sbarcammo. Non ebbi mai esitazione: mentre tutti intorno a me morivano, a nuoto raggiunsi la terra mentre continuavo a svolgere il mio lavoro. Le chiamarono The Magnificent Eleven: le foto sfocate a causa di un tecnico di laboratorio che sbagliò temperature e dosaggi dei chimici per lo sviluppo delle mie pellicole. Sono le uniche foto dello sbarco in Normandia che abbiano riempito i giornali dell’epoca; sono le uniche, insieme a The Face in the Surf il soldato tra i cavalli di Frisia, che in quel fango, in quel ferro, in quell’incertezza del Dasein gettato nel conflitto, danno inizio alla resistenza smettendo di essere oggetto della storia e decidendo, nel tremore, di diventare soggetto.1
L’eco di quegli spari a Omaha Beach non si è mai spenta. Si è solo trasformata nel rumore sordo delle onde che si infrangono su una chiglia di legno a Cutro, nel febbraio del 2023. Come allora, il mondo ci appare sgranato, fuori fuoco, una sequenza di fotogrammi mossi dove il fango e il ferro della Normandia hanno ceduto il passo al sale e al legno frantumato del Mediterraneo. Robert Capa diceva che se le tue foto non sono abbastanza buone, è perché non sei abbastanza vicino. Oggi, la politica contemporanea, quella dei confini blindati e dei cuori corazzati, ha scelto la distanza di sicurezza della mappa per non dover guardare il “fuori fuoco” della carne lacerata.
Scrivo questo perché avverto un ritorno oscuro, una regressione ontologica che ci sta riportando verso quella “occupazione” dello spirito che Sartre descriveva con tanto rigore. Solo che oggi l’occupante non porta una divisa straniera: abita nei nostri discorsi, nelle nostre leggi, in quella pretesa di difendere la “vita” e la “cultura” mentre le si svuota di ogni senso esistenziale. Per Jean-Paul Sartre, l’essere umano è “in situazione”. Non esiste una libertà astratta; esiste solo la libertà di fronte a un muro, di fronte a un filo spinato, di fronte a un mare che diventa tomba. La politica della “difesa dei confini” a ogni costo, che sacrifica il naufrago sull’altare della sovranità, è la negazione suprema della libertà sartriana.
Quando un governo decide che un essere umano è un “carico residuale” o un’entità numerica da bloccare per proteggere l’integrità di un confine, sta compiendo un’operazione di reificazione. Sta trasformando il Per-sé (la coscienza, il progetto, l’uomo che scappa per esistere) in un puro In-sé (un oggetto, un ostacolo materiale).
È qui che si annida la Malafede. Coloro che si proclamano “cattolici”, “pro-vita” e “pro-italiani” per giustificare l’indifferenza verso la strage di Cutro vivono in una scissione ermeneutica insostenibile. Non si può porre il valore della “Vita” come assoluto e poi relativizzarlo in base alla latitudine di nascita o al possesso di un documento. Questa non è politica; è un’ermeneutica del comodo, un tradimento della responsabilità totale. Sartre ci ha insegnato che quando scelgo, io scelgo per tutta l’umanità. Se scelgo che un confine vale più di un bambino che annega, sto scegliendo un mondo in cui nessuna vita, nemmeno la mia, ha più un valore intrinseco, ma solo un valore contrattuale.
In questo clima di ritorno ai nazionalismi escludenti, risuona sinistro l’avvertimento di Martin Heidegger sul dominio del “Sì”, l’anonimo “si dice”. “Si dice” che i confini vadano protetti; “si dice” che non possiamo accogliere tutti; “si dice” che prima vengano i nostri. Questo linguaggio svuotato di decisione autentica trasforma il Dasein (l’esserci) in un ingranaggio della chiacchiera. Il migrante è il Dasein gettato nel mondo nella sua forma più pura e tragica. È l’essere-per-la-morte che sfida il nulla per trovare un barlume di essere.
Chiudere gli occhi davanti a Cutro significa rifugiarsi nell’inessenzialità del “Sì”, rifiutando di assumere la propria cura (Sorge) verso l’altro. La politica della fermezza è spesso solo la maschera di una viltà ontologica: la paura di ammettere che la nostra esistenza è indissolubilmente legata a quella di chi arriva dal mare. È qui che dobbiamo inserire il pensiero di Ernesto de Martino per smascherare l’ipocrisia di chi dice di voler “proteggere la propria cultura”.
De Martino ci parla della “Presenza” come della capacità dell’uomo di restare al mondo, di non lasciarsi sommergere dal caos del divenire. La “crisi della presenza” accade quando l’individuo sente di perdere i propri punti di riferimento culturali e rischia il naufragio psichico. Paradossalmente, la politica identitaria odierna è una manifestazione patologica di questa crisi. Chi urla “prima gli italiani” o ostenta crocefissi per escludere l’altro non sta proteggendo una cultura; sta testimoniando la propria impotenza culturale. Una cultura forte è una cultura che ha una “presenza” tale da poter integrare l’altro senza temere di sparire. Chi erige muri lo fa perché la sua “presenza” è già in crisi, perché non sa più chi è e cerca un nemico per darsi un contorno. Proteggere la cultura attraverso la morte dell’altro è il modo più rapido per distruggere quella stessa cultura, trasformandola in un simulacro vuoto, in un rito funebre di se stessa.
Torniamo a quel fotografo a Omaha Beach. Capa era un rifugiato, un apolide, un uomo che ha passato la vita a scappare e a guardare l’orrore da vicino. Le sue foto da Omaha sono sfuocate perché la verità è un urto, non una posa. La politica che oggi si vanta di “difendere i valori occidentali” stando seduta in uffici climatizzati mentre a pochi chilometri dalla costa i corpi vengono restituiti dal mare, è una politica che ha perso la “vicinanza” di Capa. È una politica nitida, precisa, algoritmica, ma profondamente falsa.
La Resistenza, oggi, non si fa più solo nelle montagne, ma nell’atto interpretativo di restare umani. Resistere significa negare la narrazione che trasforma il migrante in minaccia. Significa riaffermare che l’uomo non è un oggetto della storia, ma il suo soggetto, anche quando trema, anche quando vomita per la paura in una chiatta nel cuore della notte. Essere “pro-vita” significa lottare perché quel fango e quel ferro non vincano sulla carne.
Significa capire che il “No” gridato dalla donna rasata nel boulevard Saint Michel, o il silenzio del resistente sotto tortura, sono lo stesso grido che sale dal fondo del Mediterraneo. Un grido che ci interroga sulla nostra stessa presenza nel mondo. Essere “presenza” nel 2026 significa guardare negli occhi il “fuori fuoco” di Cutro e riconoscervi non un problema di confini, ma il fallimento della nostra stessa esistenza.
Perché se non siamo abbastanza vicini da sentire l’odore del sale e la disperazione di chi affonda, allora non siamo abbastanza vicini alla verità. E una vita lontana dalla verità è un’occupazione dello spirito alla quale dobbiamo resistere e dalla quale dobbiamo, ancora una volta, liberarci.
BIBLIOGRAFIA
Sartre J.-P., L’Essere e il Nulla, Milano, Il Saggiatore, 2023.
Sartre J.-P., Parigi occupata, Genova, il Melangolo, 2020.
Heidegger M., Essere e tempo, Milano, Longanesi, 1971.
Kershaw A., Robert Capa, Vita, amori e guerre del più grande fotoreporter del ventesimo secolo. Milano, Rizzoli, 2002.
De Martino E., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Torino, Einaudi, 1977.