Il problema del giornalismo con l’IA

L'intelligenza artificiale generativa minaccia la già fragile economia su cui si regge mondo dell'informazione, ma offre anche delle nuove opportunità. Un articolo condiviso da Andrea Daniele Signorelli e pubblicato originariamente su LUCY Due mondi, Lucy sui mondi, una rivista multimediale che si occupa di mondi reali o possibili con parole e conoscenze da tutti i continenti.

Che fine faranno i siti Web?

L'avvento delle IA, in particolare di quelle generative, sta cambiando, forse per sempre, Internet, la rete delle reti, la sua natura e la sua identità. Continueremo a cercare e a scrivere per le persone o ci affideremo alle IA e scriveremo per loro? Uno dei primi effetti della trasformazione in corso è la scomparsa dei motori di ricerca alla Google Search, a seguire il rischio è che la Internet abitata da umani diventi una landa umanisticamente desolata, popolata da macchine e algoritmi, in forma di bot, LLM e chatbot, piattaforme e APP sempre più pensate per sostituire gli esseri umani nelle loro usuali attività quotidiane, contenuti generati automaticamente, dati sintetici e soluzioni preconfezionate, semplici merci da prendere per quello che sono. Un altro effetto può essere la fine, la scomparsa dei siti web, che non interesserebbero più a nessuno, tantomeno alle IA.

Egregio chi?

Le parole che scegliamo dicono molto sul modo in cui pensiamo le persone a cui ci rivolgiamo. La lingua burocratica sopravvive perché rassicura: permette di scrivere senza esporsi, di comunicare senza comunicare davvero. Ma ogni parola svuotata di significato è una piccola rinuncia alla precisione, e quindi alla cura. Recuperare il senso delle parole non significa solo curare la forma: significa prendersi la responsabilità di ciò che si dice. Una lingua precisa non è solo elegante, è anche giusta.

La lingua dice molto di noi

La lingua italiana è gentile, nonostante gli anglicismi, le sgrammaticature, l’uso aggressivo, brutale e violento che ne viene fatto, soprattutto nella politica e sulle piattaforme social. Molte persone, ignoranti della lingua come strumento sociale e delle sue regole, ignorano i sentimenti che le parole sono in grado di generare.

Contenuto batte App

È giusto progettare la portabilità delle proprie opere digitali? La storia del filologo Erich Auerbach ci insegna che possiamo farne senza e che l’ossessione di aggrapparci fisicamente ai nostri testi può essere un limitatore della creatività.

Rendere invisibile un genocidio

Non è il silenzio che colpisce, ma la retorica che si sostituisce alla verità. Gaza viene distrutta, centimetro per centimetro, ma nei giornali, nei telegiornali, e nei comunicati delle cancellerie di stato si parla d’altro. Si parla di “conflitto”, come se ci fosse simmetria tra chi bombarda e chi fugge. Si parla di “reazione”, come se la distruzione sistematica di una popolazione potesse essere iscritta nel diritto alla difesa. Nessuno parla di genocidio. Non è un termine vietato, ma è come se lo fosse: troppo preciso, troppo compromettente. È questa la forma più moderna della menzogna: non negare i fatti, ma sbriciolarli. Isolarli. Disinnescarli. Una bomba su un ospedale diventa “un episodio”; cento bambini morti, “una tragedia”; la fame imposta, “una crisi umanitaria”. Le parole diventano prudenti, sfumate, come se avessero paura. O come se sapessero troppo.

Oh, i giornalisti! Sull'orlo del giornalismo-non-giornalismo

Si assiste allo scivolamento dal 'giornalismo' al 'giornalismo-non-giornalismo'. Dal 'giornalismo' come esercizio critico indipendente, come servizio ai cittadini e antidoto alla propaganda, al 'giornalismo-non-giornalismo': usare l'essere giornalisti per fare qualcosa di diverso dal giornalismo: storytelling commerciale, consulenze, docenze, libri lontanissimi dall'essere saggi meditati, esibizioni televisive con bretelle in vista... L'informazione relativa all'Intelligenza Artificiale è il oggi campo privilegiato d'azione di 'giornalisti-non-giornalisti'. Cantano l'entusiasmo per la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Naturalmente sostengono di non dimenticare i lati oscuri dell'AI. Ma ciò che veramente sembra interessare loro è il business dell'AI, l'AI come business.

Incertezza e architettura dell’Informazione: verso una grammatica cognitiva del dubbio

Qualche giorno fa, su LinkedIn, un recruiter dichiarava di scartare tutti i candidati che non indicano competenze sull’intelligenza artificiale. Secondo lui, chi oggi non sa usare (o non dichiara di usare) l’AI non è più “occupabile”. Mi sono chiesto: cosa scriverei io, dopo trent’anni passati a lavorare con le informazioni, a progettare conoscenza, senso, orientamento? Sono forse meno competente solo perché non ho scritto “AI” nel curriculum? E allora ho provato a rispondere. Non con uno slogan. Ma con un saggio. Un saggio che parla di incertezza, di etica, di design cognitivo, di consapevolezza come forma di libertà. Un saggio che collega filosofia, teoria dell’informazione, architettura digitale e intelligenza artificiale. Perché non è l’AI che definisce la competenza, ma la capacità di dare forma al sapere. Anche — e soprattutto — quando è incerto.