Un report di DemocracyNext propone di leggere la democrazia come un’attività muscolare, che si conserva soltanto nell’esercizio, e valuta su questa base gli strumenti di intelligenza artificiale impiegati nelle assemblee di cittadini. La metafora è efficace e sta circolando; ma sposta la questione democratica sul terreno delle capacità individuali e della pedagogia procedurale, lasciando sullo sfondo il problema della proprietà dei mezzi con cui si delibera. Questa nota prova a riformularla in termini materialisti, a partire da Illich, da Marx e dallo stesso capitolo quarto del report, e propone il criterio della reversibilità al posto della distinzione fra artefatti complementari e competitivi.
l’intelligenza artificiale appare utile nella traduzione, nella sintesi preliminare dei materiali, nell’accessibilità dei formati; diventa invece problematica quando interviene nei punti in cui la deliberazione dovrebbe produrre soggettività politica, conflitto argomentato, esposizione reciproca e immaginazione istituzionale
Il report di Claudia Chwalisz, Sammy McKinney, Jorim Theuns ed Eugene Yi, Deliberative Muscles & AI, pubblicato da DemocracyNext il 9 luglio 2026 [1], muove da una figura concettuale efficace: la democrazia sarebbe un’attività muscolare, una capacità collettiva che si conserva soltanto nell’esercizio. Da questa immagine deriva l’individuazione di sette «distretti» deliberativi, autoriflessione, ragionamento, dialogo, vulnerabilità, collaborazione, immaginazione e facilitazione, valutati alla luce della distinzione, ripresa da David Krakauer, tra artefatti cognitivi complementari e artefatti cognitivi competitivi [2]. La lettura che ne ha proposto Ludovica Taurisano su The Bunker restituisce con chiarezza l’ambivalenza del dispositivo: l’intelligenza artificiale appare utile nella traduzione, nella sintesi preliminare dei materiali, nell’accessibilità dei formati; diventa invece problematica quando interviene nei punti in cui la deliberazione dovrebbe produrre soggettività politica, conflitto argomentato, esposizione reciproca e immaginazione istituzionale. La formula di Shutaro Aoyama, che quel tipo di strumenti li costruisce, coglie il punto con precisione: quando il sistema produce coerenza al posto dei partecipanti, non siamo di fronte a un incremento di potere, ma a una forma di ventriloquismo resa fluida dall’interfaccia [3].
Proprio qui, tuttavia, la metafora muscolare mostra il proprio limite ideologico. Essa suggerisce che il problema democratico consista anzitutto in una perdita di capacità interne ai cittadini e che la soluzione consista, di conseguenza, in una nuova pedagogia procedurale: migliori assemblee, facilitatori più competenti, strumenti più sobri, tecniche più attente alla distribuzione della parola. Ma questa impostazione tende a naturalizzare ciò che è invece storicamente prodotto. La crisi della democrazia rappresentativa non dipende primariamente dall’atrofia civica dei soggetti, bensì dallo spostamento materiale dei luoghi della decisione.
Le scelte che strutturano la vita sociale sono state progressivamente sottratte alla discussione pubblica e trasferite in sedi opache o tecnicizzate: trattati, autorità indipendenti, vincoli di bilancio, contratti di servizio, infrastrutture digitali proprietarie, standard amministrativi, termini d’uso delle piattaforme. In questo quadro, l’invito ad «allenare» la democrazia rischia di confondere la forma dell’esercizio con il possesso dei mezzi attraverso cui quell’esercizio può incidere sulla realtà. Un mini-pubblico sorteggiato, accuratamente facilitato e dotato di strumenti digitali raffinati, ma privo di potere sui bilanci, sui vincoli normativi e sulle infrastrutture che mediano la propria stessa deliberazione, produce partecipazione senza sovranità. Non muscolo politico, dunque, ma simulazione funzionale della sua presenza.
Si può obiettare che gli autori il problema lo abbiano colto, e in parte è vero.
Il quarto capitolo del report avverte che una pratica deliberativa dipendente dai modelli di pochi fornitori, dai centri di calcolo e da catene di fornitura che attraversano giurisdizioni ostili trasforma ogni shock infrastrutturale in uno shock democratico, e indica nei modelli aperti e nelle iniziative pubbliche una alternativa più costosa e per ora meno efficiente; la sezione conclusiva ammette che l’impianto dei muscoli va messo in rapporto più stretto con le domande sulla proprietà dei modelli e sull’infrastruttura, e colloca l’economia politica dell’intelligenza artificiale nella deliberazione fra le ricerche ancora da compiere [4]. È esattamente questa architettura a meritare attenzione. La proprietà compare come precondizione successiva, non come presupposto dell’analisi; la questione dell’economia politica viene riconosciuta e insieme rinviata; e nella circolazione pubblica del documento sopravvive la metafora muscolare, mentre il capitolo quarto resta sul fondo. Una categoria che descrive facoltà individuali viaggia meglio, e più lontano, di una categoria che nomina rapporti di proprietà.
Non incontriamo cittadini deboli che l’IA può rafforzare o indebolire; incontriamo piuttosto dispositivi che, installandosi come mediazione obbligata della deliberazione, producono la dipendenza che poi promettono di amministrare.
Ivan Illich aveva già descritto una dinamica analoga prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. In Tools for Conviviality, del 1973, il «monopolio radicale» designa la condizione in cui uno strumento o un’istituzione non si limita a occupare un mercato, ma ridefinisce il campo stesso del possibile [5]: l’automobile rende marginale il camminare, la scuola istituzionalizza l’apprendimento fino a far apparire impensabile l’educazione al di fuori di sé, la medicina produce il tipo di paziente della cui cura si dichiara poi necessaria. L’atrofia non precede lo strumento: ne è l’effetto sociale. Applicata alla DelibTech, questa intuizione rovescia l’ordine del discorso dominante. Non incontriamo cittadini deboli che l’IA può rafforzare o indebolire; incontriamo piuttosto dispositivi che, installandosi come mediazione obbligata della deliberazione, producono la dipendenza che poi promettono di amministrare.
È a questo livello che la questione deve essere riformulata in termini materialisti. La domanda decisiva non è se uno strumento digitale migliori o peggiori le facoltà cognitive dei partecipanti, domanda che resta collocata nel punto di vista dell’utente. La domanda è: chi possiede l’infrastruttura della deliberazione? Chi controlla il codice, i dati, le trascrizioni, i modelli di sintesi, i criteri di rilevanza, l’archivio del processo? Chi stabilisce che cosa viene riconosciuto come «emergente» e che cosa viene escluso come rumore? Chi può modificare le condizioni d’uso, interrompere il servizio, rivendere i dati, orientare il formato stesso del discorso? La discussione democratica intorno all’IA non può limitarsi alla qualità dell’interazione; deve interrogare il rapporto sociale incorporato nello strumento.
La domanda è: chi possiede l’infrastruttura della deliberazione? Chi controlla il codice, i dati, le trascrizioni, i modelli di sintesi, i criteri di rilevanza, l’archivio del processo?
La posta non è teorica. La piattaforma legislativa proposta da Simone Vagnogni e Monica Palmirani, all’Università di Bologna, prevede rilevazione delle fallacie logiche in tempo reale, assistenza alla costruzione dell’argomento e agenti che facilitano la discussione assumendo ruoli assegnati, l’avvocato del diavolo, il mediatore, il verificatore dei fatti [6]. Sono dispositivi che non accompagnano il processo legislativo dall’esterno: ne riscrivono la grammatica interna, stabilendo quale forma dell’argomento sia ammissibile e quale vada corretta prima ancora di essere pronunciata. Quando una funzione simile viene incorporata in una consultazione pubblica, la scelta del fornitore diventa una scelta costituzionale in senso proprio, e viene compiuta di norma da un ufficio acquisti.
Qui il riferimento a Marx non è ornamentale, ma analitico. Nel capitolo del Capitale dedicato alla cosiddetta accumulazione originaria, il lavoratore salariato è «libero» in un duplice senso: libero di vendere la propria forza-lavoro e, al tempo stesso, libero da ogni possesso dei mezzi di produzione [7]. La libertà formale coincide con una dipendenza materiale. Il cittadino della piattaforma deliberativa occupa una posizione strutturalmente analoga: dispone della propria voce, del proprio tempo, della propria esperienza, ma non dispone dei mezzi attraverso cui quella voce viene raccolta, ordinata, tradotta, sintetizzata, archiviata e resa politicamente leggibile. La deliberazione non viene abolita; viene sussunta entro un apparato proprietario che ne organizza le condizioni di possibilità. Il «debito cognitivo» è allora soltanto il sintomo soggettivo di un processo più profondo: l’espropriazione dei mezzi di deliberazione.
Da questa prospettiva, la distinzione tra strumenti complementari e competitivi resta insufficiente. Essa valuta il rapporto tra artefatto e capacità individuale, ma non chiarisce il rapporto tra artefatto e proprietà sociale. Una medesima funzione di sintesi può apparire complementare se organizza materiali preparatori e competitiva se sostituisce la memoria collettiva di un’assemblea; tuttavia la vera questione non si esaurisce nella collocazione funzionale dello strumento. Occorre chiedere se il processo sia reversibile, se i partecipanti possano continuare a deliberare senza il fornitore, se i dati prodotti restino comuni, se il codice sia ispezionabile, se il mandato della piattaforma sia stato deciso dall’assemblea o imposto dal committente. Sono criteri praticabili, non ipotesi di scuola: l’infrastruttura pubblica spagnola ALIA [8] e il modello svizzero Apertus [9], entrambi aperti e documentati fino ai dati di addestramento, mostrano che la condizione di reversibilità ha già una forma tecnica e istituzionale, e un costo che qualcuno ha accettato di pagare. Solo a questo livello la critica dell’IA deliberativa smette di essere igiene cognitiva e diventa critica dell’economia politica della partecipazione.
Il lessico dello «scalare» rende visibile la contraddizione finale. DemocracyNext auspica una deliberazione capace di estendersi a più partecipanti, più livelli di governo, più processi, maggiore profondità e migliore qualità. Ma la scala è precisamente il terreno storico delle piattaforme: esse promettono estensione, standardizzazione, continuità, efficienza, mentre tendono a dissolvere la densità tipica della discussione politica. La corporeità della deliberazione, il tempo improduttivo, l’incertezza, il dissenso, la fatica dell’ascolto, il non detto che circola in una stanza, non scala senza trasformarsi in altro [10].
Per questo la promessa di una democrazia insieme muscolare e piattaformizzata va letta con sospetto. Se i mezzi della deliberazione restano proprietari, l’allenamento democratico rischia di diventare una nuova forma di addestramento alla dipendenza. Il problema non è soltanto che l’IA parli al posto nostro; è che, mentre parliamo, qualcun altro possiede la grammatica materiale attraverso cui la nostra parola diventa processo, dato, sintesi e decisione.
Note
[1] DemocracyNext è un istituto internazionale di ricerca e azione che promuove sorteggio, deliberazione e rotazione come strumenti di decisione collettiva. Il documento è firmato da Claudia Chwalisz, fondatrice dell’istituto e responsabile fra il 2018 e il 2022 del programma dell’OCSE sulla partecipazione innovativa dei cittadini; da Sammy McKinney, dottorando a Cambridge; da Eugene Yi, dottorando a Oxford; e da Jorim Theuns, co-fondatore di Dembrane, una delle piattaforme discusse nel documento stesso. Chi costruisce lo strumento siede nel gruppo che ne redige la valutazione.
[2] Nella formulazione di David Krakauer, direttore del Santa Fe Institute, sono complementari gli artefatti che lasciano all’utente una capacità anche quando vengono sottratti, come l’abaco o la carta geografica; competitivi quelli che, tolti, restituiscono l’utente al punto di partenza o più indietro, come la calcolatrice o il navigatore satellitare. La distinzione ha avuto una discussione filosofica autonoma, in particolare in John Danaher, Competitive Cognitive Artifacts and the Demise of Humanity, 2016.
[3] Shutaro Aoyama è il fondatore di Plural Reality, strumento impiegato in numerosi processi deliberativi in Giappone: i partecipanti dialogano con un «cartografo» che sistematizza le loro posizioni prima della discussione. La frase, resa qui in forma indiretta, suona nell’originale: se il sistema produce coerenza al posto tuo, non è empowerment, è ventriloquismo con una buona user experience. È ripresa dall’articolo di Taurisano.
[4] Il capitolo quarto del report, Investing in civic infrastructure and civic AI: A precondition for democratic resilience, argomenta che l’acquisto di modelli dai grandi oligopoli e l’esternalizzazione delle competenze tecniche precludono la costruzione di capacità proprie, e indica i modelli aperti e le iniziative pubbliche come alternativa. La sezione 5.3, fra le tre direzioni di ricerca futura, è intitolata all’economia politica dell’intelligenza artificiale nella deliberazione e afferma che l’approccio dei muscoli deliberativi va posto in dialogo più stretto con le questioni di proprietà e infrastruttura.
[5] Il monopolio radicale, in Illich, non è il dominio di un’azienda su un mercato, ma il dominio di un tipo di strumento su un bisogno: la condizione in cui un solo modo di soddisfare quel bisogno rende gli altri impraticabili. Illich lo ricava dall’osservazione dei trasporti, della scuola e della medicina.
[6] Simone Vagnogni e Monica Palmirani, Università di Bologna, hanno presentato la proposta agli atti dell’undicesima International Conference on eDemocracy & eGovernment (ICEDEG), IEEE, 2025. La piattaforma impiega argument mining, elaborazione del linguaggio naturale e apprendimento automatico per ridurre le fallacie logiche nell’argomentazione dei cittadini che partecipano alla formazione della legge.
[7] Karl Marx, Il capitale, libro primo, sezione settima, capitolo sulla cosiddetta accumulazione originaria. La doppia libertà è il risultato storico di un processo di separazione, non una condizione naturale del lavoratore: è questo il punto che rende l’analogia con la deliberazione una analogia strutturale e non una metafora.
[8] ALIA è l’infrastruttura pubblica, aperta e multilingue di modelli linguistici annunciata dal governo spagnolo il 20 gennaio 2025, con coordinamento tecnico del Barcelona Supercomputing Center; il modello ALIA-40B è stato addestrato sul supercalcolatore MareNostrum 5.
[9] Apertus è il modello aperto rilasciato il 2 settembre 2025 dal Politecnico federale di Losanna, dal Politecnico federale di Zurigo e dal Centro svizzero di calcolo scientifico, con licenza Apache 2.0, nelle versioni da otto e da settanta miliardi di parametri, addestrato sul supercalcolatore Alps di Lugano. Architettura, dati di addestramento, pesi e documentazione sono pubblici.
[10] Sulla parte non formalizzabile del processo insiste anche Hélène Landemore, per la quale le emozioni sono la bussola della deliberazione; l’osservazione vale contro l’ipotesi, avanzata da alcune piattaforme, di affidare a un agente automatico la distribuzione del tempo di parola. Sugli usi che restano invece sensati, traduzione simultanea, sintesi dei materiali, individuazione delle prospettive assenti, si veda la rassegna annuale di Democracy R&D.
Bibliografia
Chwalisz, C., McKinney, S., Theuns, J., Yi, E., Deliberative Muscles & AI. How Can DelibTech Strengthen Citizens’ Capacities to Deliberate?, DemocracyNext, 2026
Danaher, J., «Competitive Cognitive Artifacts and the Demise of Humanity: A Philosophical Analysis», Philosophical Disquisitions, 2016
Democracy R&D, The Year in Deliberation 2025, 2026
Illich, I., Tools for Conviviality, Harper & Row, New York, 1973 (tr. it. La convivialità, Mondadori, Milano, 1974)
Landemore, H., «No Shy Person Left Behind», The New York Times, 7 aprile 2026
Marx, K., Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, 1867 (ed. it. Editori Riuniti, Roma, 1970)
Taurisano, L., «L’IA può aiutare la democrazia?», The Bunker, 20 luglio 2026
Vagnogni, S., Palmirani, M., «Fostering Deliberative Democracy in the Digital Age: An AI-Powered Platform for Enhanced Citizen Engagement in Legislative Processes», Proceedings of the Eleventh International Conference on eDemocracy & eGovernment (ICEDEG), IEEE, 2025