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Terminata da poco la lettura di Resistere ai tempi oscuri, l’ultimo libro di Asma Mhalla, recentemente pubblicato in versione italiana, mi sono ricordato di un breve scritto di Giorgio Agamben che, parlando dei nostri governanti argomentava dicendo che chi ci governa cerca oggi di organizzare la sopravvivenza dell’umanità, cerca cioè, di trasformare i vivi in sopravvissuti.

“Ciò che sopravvive non è più vivo, vive veramente solo chi non sopravvive al proprio modo di vivere e al proprio mondo. “ (Giorgio Agamben, Quodlibet, 2025)

Il richiamo al breve scritto di Agamben nasce dalla considerazione che stiamo tutti vivendo tempi strani, forse distopici, perché vissuti dentro un’unica grande gabbia tecnologica che contiene il mondo intero, come in un acquario, dalle pareti trasparenti ma solide come l’acciaio. In questi tempi subiamo e temiamo ciò che ci sta capitando, ma ne siamo al tempo stesso affascinati, tanto da non renderci conto di quanto siamo sempre più minacciati nelle nostre libertà, dissociati da noi stessi, dentro vite sdoppiate, una reale e una virtuale, non solo a livello individuale ma collettivo.  

Siamo sempre più semplici sopravvissuti

Senza rendercene conto siamo sempre più dei semplici sopravvissuti. Siamo ancora coscienti del fatto che intorno a noi sta crollando tutto ma, pur di sopravvivere, facciamo finta di niente, continuiamo nelle nostre pratiche dopaminiche online e offline, anche come un modo per non pensare, per tenerci occupati, per non vergognarci dell’incapacità ad agire. La difficoltà nasce dal nostro esserci ibridati con la tecnologia che ci ha portati ad abitare fuori dalla realtà, dentro un’unica grande interfacc-IA mondo, che pretende da noi che funzioniamo bene, in modo performativo, efficiente, accelerato, adattativo, coincidente e ubbidiente, rinunciando a essere vivi. 

Da sopravvissuti ci raccontiamo di avere mille e più contatti, di saper parlare e interagire con chiunque, in realtà siamo ormai privi di bocca e orecchie, incapaci some siamo diventati di ascoltare e di parlare, solo interessati a contare online, in termini di visibilità, reputazione, MiPiace e altre metriche di cui non percepiamo il ruolo avuto nel colonizzarci, nell’anestetizzarci, nel renderci sempre più simili a zombie. Il tutto grazie a dispositivi cognitivi, intimi, sociali e politici, che sono stati installati in noi e da anni ci tengono costantemente mobilitati, agendo con le loro narrazioni (emozionali) per impedirne di concorrenti, per neutralizzare la realtà, i fatti e il pensiero critico.

non ci stiamo rendendo conto di come e quanto i nostri cervelli siano ormai al guinzaglio, impedendoci di pensare, di riflettere e di agire

Presi come siamo a consumare, a navigare, a chattare e a interrogare la novella Piz-IA, non ci siamo resi conto in quali sistemi chiusi siamo finiti, non ci stiamo rendendo conto di come e quanto i nostri cervelli siano ormai al guinzaglio, impedendoci di pensare, di riflettere e di agire. E non stiamo parlando di metafore o di iperboli, non è una boutade di uno che vuole scandalizzare, è un tentativo di fornire una diagnosi. Tenendoci sempre (cognitivamente) occupati (soggiogati), oggi la tecnologia ci impedisce di comprendere che la nostra vita, privata e intima, ma anche pubblica, è sempre più codificata, ci sta rendendo degli zombie.

Esseri umani, non mostri da film horror, che filosoficamente parlando si muovono, reagiscono, consumano, producono e interagiscono, ma hanno perso la dimensione propriamente vitale della loro esistenza. Dentro una società sempre più automatizzata e dedita al consumo, sopravvivono senza vivere, funzionano sempre meglio senza essere. Esistono fisicamente ma sono cognitivamente alienati, disumanizzati e dissociati, assenti ontologicamente. Lo sono quando lavorano, ma anche nel tempo libero che non è più libero, mentre riposano senza riposarsi davvero, quando giocano inseguendo la semplice performance e prestazione, quando coltivano l’amicizia come networking o quando lavorano continuamente sul profilo ottimizzandolo, in cerca di amore, di reputazione, di sentirsi vivi. 

Da zombie può essere diventato complicato provarci, ma la domanda che tutti dovrebbero porsi è se, di fronte al Leviatano tecnologico, politico, economico, che si è andato costituendo, siano ancora in grado di esercitare il loro essere vivi o se, senza accorgercene, abbiano in realtà già oltrepassata la soglia che separa la vita dalla semplice sopravvivenza. Una sopravvivenza che non sembra essere garantita in termini di sicurezza e ordine, perché il Leviatano attuale non è più quello di Hobbes, Oggi ha molte teste (tecnologica, politica, economica, cognitiva) che si coordinano senza coordinarsi esplicitamente, che convergono senza congiurare, che producono lo stesso effetto attraverso logiche apparentemente diverse, e per di più è invisibile.

Il leviatano tecnologico ha costruito l’economia dell’attenzione e attivato un meccanismo cognitivo che ricorda 1984 di George Orwell, con moderne novità e differenze. È un sistema che non censura ma orienta, che non reprime ma seduce, che non impone ma rende impraticabile l'alternativa. È un Leviatano che non si installa fuori di noi: si installa dentro.

Il novello Leviatano politico punta al pensiero unico e alla repressione di ogni dissenso rendendolo inimmaginabile. Racconta la deriva autoritaria che attraversa le democrazie occidentali, il populismo che semplifica la complessità in nemico e in capo, la post-verità che dissolve la distinzione tra fatto e opinione, la spettacolarizzazione del potere che trasforma la politica in intrattenimento e l'intrattenimento in politica.

È un Leviatano che non abolisce la democrazia, ma la svuota dall'interno, lasciandone la forma, mentre ne elimina la sostanza. Il leviatano economico è il capitalismo della finitudine di Orain, con la predazione delle risorse scarse, la finanziarizzazione di ogni aspetto dell'esistenza umana, la trasformazione del tempo libero in tempo produttivo, dell'attenzione in merce, della soggettività in dato.

È un Leviatano che non sfrutta i corpi, sfrutta le psiche, le relazioni, i sogni. Infine, il Leviatano cognitivo racconta l'erosione sistematica delle capacità che rendono possibile la resistenza e il sentirsi vivi. Capacità quali la lettura profonda, il pensiero lento, il silenzio interiore, la capacità di stare dentro la complessità senza risolverla in slogan, e molto altro.

Oggi a imporre l’obbedienza non è un potere esterno, ma il soggetto stesso, un Prometeo stanco

Mentre in tutto il mondo emergono poteri autoritari e despoti, che per molti richiamano quelli del passato, la società odierna sembra lontana dalla società disciplinare raccontata da Foucault. Oggi a imporre l’obbedienza non è un potere esterno, ma il soggetto stesso, un Prometeo stanco (multitasking, iperattività. ecc.) che finisce per (auto)sfruttare sé stesso fino all’esaurimento e alla morte dell’anima, che si incatena nella convinzione di essere libero di farlo, perché nessuno lo ha esplicitamente ordinato di farlo. Il linguaggio di questo soggetto, ibridato tecnologicamente, si è irrigidito, dentro protocolli imposti e “servilmente” adottati, per codificare il sé, la realtà e il mondo. Come tale il linguaggio non è più strumento di pensiero ma “un copione preprogrammato, distribuito dai nuovi dispositivi di controllo” a cui il soggetto è chiamato a adattarsi, eseguendo. La libertà di espressione si è svuotata del suo significato originale e di senso, è diventata una giustificazione del controllo subito. Il risultato è un soggetto che somiglia sempre di più alla figura dello zombie che si muove, reagisce, produce, consuma, ma dentro è vuoto, dominato dalle passioni tristi della prestazione, dall'ansia da performance, dalla paura del fallimento, dalla competizione permanente con sé stesso e con gli altri.

Lo zombie che siamo diventati ci ha reso esseri dalla nuda vita biologica, privandoci del nostro essere vivi, della dimensione propriamente umana dell’esistenza. Siamo zombie che conducono ormai un’esistenza che respira, che consuma, che produce dati, ma che è stata spogliata della sua dimensione politica, culturale, relazionale. Continuiamo a muoverci, a reagire, sentendoci per questo ancora vivi, ma politicamente e culturalmente, cognitivamente siamo morti, incapaci ormai di fare delle scelte e guidati dagli stimoli che riceviamo e ai quali rispondiamo sempre più automaticamente, in modo macchinico.

Facciamo questo perché ci siamo dichiarati incapaci di afferrare la complessità del mondo, accettando la semplificazione continua veicolata da narrazioni che ci hanno convinto, con le loro opinioni (verità) preconfezionate, della bontà della velocità, dell’accelerazione, dell’esagerazione nei discorsi e negli atti. Da tutto questo non è derivata una maggiore capacità di stare nel mondo, ma una prostrazione crescente che si è tradotta nel non fare nulla, non pensare nulla, non agire.

Manipolati cognitivamente ed emotivamente, siamo caduti vittime di ansie e paure generalizzate, abbiamo smesso di desiderare sentendoci sicuri solo dentro spazi chiusi di accesso all’informazione, usata per lo più per tenere soggiogata la nostra attenzione e rinsaldare le nostre catene. Come tali ci siamo sempre più trasformati in zombie di noi stessi, incapaci persino di capire di essere diventati vittime e carnefici di noi stessi. Con la tecnologa abbiamo ormai una relazione tossica che ci porta a dubitare di essere ancora vivi, della nostra percezione della realtà, della nostra memoria e del nostro giudizio. La disconnessione mentale che ne deriva ci ha portato ad accettare postverità, fake news, un regime alternativo di realtà, la perfetta anticamera del fascismo emergente che opera a livello politico e sociale, ma soprattutto cognitivo e mentale.

La particolarità della zombificazione attuale sta nel suo essere volontaria, nel senso che non siamo stati forzati a subirla. È una nostra scelta, spesso fatta con entusiasmo, piacere, sollievo. Una scelta frutto della ricerca di coincidenza e confort, di connessione e di gratificazione, di senso. Gli schemi mentali alla base di queste scelte sono attivati inconsciamente condizionando le nostre percezioni, impedendoci di passare per il ragionamento critico e facendoci accettare acriticamente narrazioni rassicuranti o autoritarie, che tendono a imporsi come verità e alle quali siamo spinti a aderire affettivamente.

Nella dissoluzione della realtà, sentirsi o agire da zombie potrebbe essere diventata una forma di sopravvivenza, un modo per affrontare gli shock cognitivi continui a cui siamo sottoposti (crisi finanziarie, pandemie, disastri ambientali, guerre, ecc.), che creano disorientamento e una predisposizione mentale, emotiva ed esistenziale alla subordinazione e al controllo. Tra Zombie o sopravvissuti non c’è però grande differenza. Gli uni e gli altri sono il risultato dell’essere diventati semplici macchine computabili e regolabili, le cui interfacce neuronali e comportamentali sono oggi in mano a poche mega-corporation, in grado di influenzare le decisioni, l’umore, i sentimenti, l’attenzione, le opinioni. Gli effetti collaterali sono vissuti da molti in forma di malattie mentali e disagio psichico, di infelicità, di sfiducia in ogni futuro che non sia già programmato, di sparizione del desiderio e assenza di libertà per la sorveglianza continua e il controllo dell’anima su di essi esercitato.

La domanda che oggi tutti dovremmo porci è se e come sia possibile superare la zombificazione in atto, prima che diventi irreversibile. La risposta è che sia ancora possibile, anche se probabilmente non lo è per tutti, e sicuramente non facilmente.

Chi ha già accettato la propria condizione di zombie, ne ha attraversato la soglia, probabilmente ha perso ogni nozione della possibilità di tornare indietro, da qualche parte, non soffre più della sua condizione di non vita. Tornare indietro però potrebbe ancora essere possibile a chi sta ancora sulla soglia senza averla attraversata del tutto.

La sfida riguarda il futuro e comporta la fuga dall’anestesia, la capacità di resistere, ma anche il desiderio a resistere, perché si sente ancora forte la mancanza di ciò che si è perso. Il ritorno alla vita, come direbbe Byung-Chul Han, passa dal recupero della capacità di soffrire, intesa come segno vitale. Chi soffre della propria zombificazione è già a metà strada fuori da essa. Chi sente il vuoto, è già diverso dal vuoto. Si può uscire dalla zombificazione tornando nel NOSTROVERSO e coltivando l’incontro con l’altro, nella sua forma incarnata e non come semplice profilo, somma di dati e contenuti informativi. L’incontro è un modo per tornare a essere umani, attraverso l’incontro e l’esperienza dell’altro, non come specchio, pubblico o follower, ma come qualcuno in presenza, irriducibile, attivo nell’usare occhi e orecchie, nel guardare e vedere davvero. L’incontro richiede la lentezza, che oggi non può che essere una riabilitazione necessaria per superare l’atrofizzazione di un cervello zombificato dallo scroll continuo che, per tornare a funzionare, richiederà un esercizio progressivo e doloroso. La lentezza può far riscoprire l’inquietudine che molti si portano appresso, perché mai pacificati e sempre scontenti, che poi è l’esatto opposto della pacificazione dello zombie. L’inquietudine porta a porsi domande, preliminari a fare una scelta, a saper scegliere, ad esempio di tornare a essere vivi, a sentire nuovamente la fame intellettuale e a sentire l’insofferenza verso il mondo così com’è.

L’uscita fuori dallo stato di zombie è reso difficile dal potere tecno-cognitivo che oggi si è esteso su ogni ambito di vita, ma è falso pensare che non si possa fare nulla per tentare. Si può cominciare con la riconquista della propria libertà cognitiva che implica l’esercizio del pensiero critico, il diritto a pensare da sé e il rifiuto della colonizzazione dei neuroni (che ci sono rimasti). Come ho letto nel libro di Asma Mhalla “[…] pensare diventa un atto quasi sovversivo, un atto solitario, quindi angosciante”. Si può provare ad abbandonare il sé impersonale, disincarnato, che non rimanda mai a nessuno, all’Altro, per costruire in “NOI”, quello che anche io ho raccontato come concetto fondamentale del mio NOSTROVERSO. Si può, anzi si deve, impegnarsi nella difesa della libera informazione, perché un “popolo” disinformato si rassegna o prima o poi si ribella, mentre un “popolo” informato fa delle scelte, partecipa, agisce, decide. Si può infine uscire dalla passività indotta dall’omologazione, dal conformismo sempre coincidente, dalle camere dell’eco, rafforzata dall’isolamento e dalla solitudine e dall’attesa di un cambiamento che arrivi dall’esterno, per tornare a occuparci di noi stessi, di arte, di poesia, di discussioni in presenza, di pubbliche piazze, di tante altre iniziative, piccole o grandi che siano, ma sempre incarnate, attraverso il corpo, il volto, lo sguardo, il respiro.

“siamo corpi viventi, insieme, come arma di resistenza, resistenza politica” (A. Mhalla)

Per concludere non posso evitare di fare un accenno alla STULTIFERANAVIS, che ospita questo testo. La nave si pone come spazio liber(at)o, non ancora zombificato, abitato da chi continua a resistere o lo ha sempre fatto. E’ anche il luogo nel quale chi è parzialmente zombificato può trovare le condizioni per tornare vivo, usando il testo scritto con cura per offrire al cervello atrofizzato un esercizio di riabilitazione, per tornare al dialogo tra generazioni diverse.

La Stultiferanavis non ha alcuna missione terapeutica, non è una clinica di riabilitazione ontologica, è qualcosa di più semplice e di più potente, un luogo in cui essere umani è ancora possibile, praticato, difeso. E a volte basta sapere che quel luogo esiste, per cominciare a volerci arrivare e poi salire a bordo.


 

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 06 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/carlo