Il racconto di un viaggio iniziato nel 1984 a Rochester Minnesota, negli USA

Quello qui racconto è l'itinerario di un viaggio personale intellettuale dentro il mondo della tecnologia. I Testi sono tratti dal ventiduesimo e ultimo libro da me scritto: NOSTROVERSO - Pratiche umaniste per resistere al Metaverso. Il libro rappresenta il punto di arrivo momentaneo di un viaggio iniziato tanto tempo fa (era il 1984, un anno sabbatico vissuto negli USA, a Rochestrer Minnesota, per un anno di studi universitari sulla Computer Science). Il percorso iniziato allora si è trasformato in una riflessione critica mai interrotta, diventata consapevole agli inizi degli Anni Duemila quando lavoravo per una multinazionale americana, azienda leader nel mercato della tecnologia, con responsabilità manageriali internazionali.

Quello che ne è derivato, in forma di diario personale prima e poi di testi pubblicati su Internet, attraverso il mio progetto web  SoloTablet del 2010, e poi nei miei libri, è una riflessione continua, che dura tutt'oggi, fatta di percezioni, sensazioni e conoscenze condivise che suggeriscono di resistere alla falsa narrazione di una realtà raccontata come inalterabile e falsamente progressi(sta)va, per evidenziarne le ricadute e gli effetti negativi sulla vita delle persone, provando a suggerire forme di resistenza e di rifiuto.

La riflessione ha avuto bisogno di una lunga incubazione, tante esperienze sul campo (hands on), insistenti letture alternative e tanta curiosità. Tutto ebbe inizio con una presentazione (It's all coming together - Culture changes and technology) fatta a un seminario per grandi aziende europee, tenutosi a Saint-Paul-de-Vence, in Provenza, nel 2001, subito dopo l’attacco terroristico alle torri gemelle di New York, che ha chiuso in modo drammatico il Ventesimo Secolo. Il mio intervento pubblico fu focalizzato sugli effetti culturali della tecnologia, sulle sue narrazioni e tecno-utopie. Raccontato di quanto fossimo ibridati con la tecnologia, condizionati dai confort e affascinati dai numerosi gadget da essa distribuiti, innamorati e sedotti dalle sue promesse e continue gratificazioni, fino a essere diventati dei “drogati”, uomini cablati, tutti intossicati dalle numerose droghe da essa elargite. Tanti elementi di realtà da me percepita, usati per elaborare una riflessione originale e non conformista, per suggerire una riflessione critica collettiva sui cambiamenti in atto (sarà vero che come ha scritto Houellebecq”quando avvengono grandi cambiamenti sociali nessuno può farci nulla”?), determinati dal progresso tecnologico che ha trasformato il mondo in una piattaforma di videogiochi, per evidenziare il rischio della perdita di controllo e far riflettere sul nostro umano dare tutto per scontato, disimparando a interrogarci esistenzialmente ponendoci delle domande.

Già allora per me ciò che contava non era tanto l’essere favorevoli o contrari alla tecnologia, quanto piuttosto la capacità di sviluppare un punto di vista critico nei confronti dell’etica digitale e della virtualizzazione della realtà, con l’obiettivo di salvaguardare i valori umani fondamentali che declinavo in libertà, solidarietà, cooperazione, creatività e democrazia.

Da allora tutto è cambiato, si è accelerato, obbligandoci a prendere atto che la tecnologia avanza più rapidamente della nostra capacità o coscienza nel padroneggiarla a vantaggio dell’umano. La tecnologia ci ha inebriato, lasciato in apnea, senza fiato, bisognosi di bombole d’ossigeno di profondità. I cambiamenti da essa generati hanno conseguenze profonde, non sempre progressive. Ha anche tradito la promessa di favorire lo sviluppo di una società più aperta e democratica, più libera, consapevole e informata.

L’accelerazione tecnologica non è avvenuta a vantaggio dei più. Ha portato a una concentrazione di potere e di ricchezza mai vista prima nel sistema capitalistico dominante attuale, pavimentando le strade a populismi e complottismi vari, favorendo condizionamenti sociali subdoli e pericolosi. Ha portato a forme di controllo e sorveglianza che obbligano a ripensare il Panottico di Jeremy Bentham, a riscrivere il Leviatano di Hobbes e a considerare obsoleti i libri di Foucault. La trasformazione più profonda e pericolosa è avvenuta dentro le nostre menti e nell’evoluzione delle nostre mentalità.

Quella a cui stiamo assistendo è una mutazione reale destinata a trasformare i nostri desideri, ha già cambiato profondamente i nostri stili di vita e le nostre idee. L’impatto del digitale e della virtualità, della connessione e dell’online sulla mente umana sta cambiando tutto: il modo di apprendere, di leggere, di scrivere (la calligrafia è stata suicidata) e socializzare, di vivere la vita privata e quella professionale, di fare politica e praticare la guerra. La tecnologia, diventata protesi che vuole perfezionare l’uomo, ci ha ibridato incidendo sui nostri processi cerebrali e cognitivi di adattamento, ha imposto il suo lessico utile al passaggio dall’umano al postumano, forse al transumano. Con la sua volontà di potenza ha cambiato il mondo e le nostre esistenze, il nostro modo di comunicare, di relazionarci, di essere e di esistere. Ci ha obbligato a spostare il baricentro della riflessione dall’umano all’intreccio che lega corpi, mente, ambiente e cose alla tecnologia. La nostra vita si è trasferita sempre più online, dentro piattaforme che hanno catturato la nostra attenzione, cambiato il nostro linguaggio e il nostro conversare, imprigionato il nostro tempo, determinando le nostre scelte, molti dei nostri comportamenti, stili di vita e modi di pensare.

Gli effetti della pervasività della tecnologia nel mondo reale sono ben visibili a tutti coloro che hanno occhi per vedere e coscienza per riflettere, in particolare a coloro che hanno strumenti cognitivi e intellettuali adeguati a una comprensione critica della realtà e a quanti percepiscono di vivere (“non è altro che avere tempo”) dentro tempi di crisi e cambiamenti trasformativi profondi, anche a causa della tecnologia digitale, della sua forza impositiva e di accelerazione che sta trasformando il mondo.

Globalizzata, interconnessa e tecnologicamente avanzata, la nostra società vive di un surplus informativo fatto di informazione memorizzata, archiviata, morta. Si muove dentro schemi e meccanismi che rendono difficile stabilirne il valore d’uso, alimenta una retorica seduttiva ma improduttiva, subordinata a loop di mercato, a interessi commerciali, al marketing, alla comunicazione e alla pubblicità, la cui validità è legata al numero di visualizzazioni o di MiPiace raccolti online.

La società si è impoverita intellettualmente, producendo effetti che sollecitano una riflessione fuori dagli schemi, basata sul dubbio e sulla curiosità, alla ricerca delle connessioni invisibili che legano le cose del mondo, adottando una visione olistica. In un periodo nel quale le crisi si susseguono, crescono le disuguaglianze e aumenta la precarietà del lavoro, la riflessione critica potrebbe aiutare a smitizzare il ruolo avuto dalla tecnologia del digitale nel creare nuovo sviluppo economico. Rispetto a rivoluzioni tecnologiche precedenti (la stampa con i caratteri mobili, la macchina a vapore, l’elettricità, ecc.) la tecnologia dell’informazione ha solo reso più efficienti filiere, processi e industrie esistenti, senza dare vita a nuovi settori produttivi. Ha raggiunto un potere globale indiscusso, catturando l’immaginazione umana e la cultura contemporanea, fornendo gli strumenti necessari alla spinta espansionistica di merci e capitali nel mondo, nella fase attuale di capitalismo globalizzato.

La tecnologia che ci aiuta a risolvere problemi offrendoci le sue soluzioni è diventata strumento interpretativo, ci racconta cosa stia cambiando e cosa siamo diventati, ci sfida su nuovi terreni di conoscenza. Una sfida da raccogliere per diventare più umani grazie a nuove conoscenze e alla nostra capacità umana di scalare l’albero della conoscenza. Senza accorgercene siamo tutti entrati in quella che l’artista e teorico James Bridle chiama l’era oscura, una nuova era tecnologica con più ombre che luci della quale non bisogna avere paura, da studiare in modo da comprenderla meglio, senza limitarsi al come funziona e a quali soluzioni offra.

La comprensione passa attraverso un’opera di alfabetizzazione utile a svelarne il contesto e il suo appartenere a quello che il filosofo Benasayag chiama il campo dei misti, super-organismi come la lingua, la scrittura, l’economia, ecc., macro-processi e aggregati dotati di vincoli strutturali sistemici loro propri che aspirano a un tutto, nei quali viviamo ormai come pesci nell’acqua, al servizio dell’umano ma anche capaci di colonizzarlo come oggi sta facendo con successo la tecnologia. Comprendere i meccanismi e i processi di mediazione della tecnologia, i loro effetti sui nostri corpi, comportamenti e pensieri, aiuta a riflettere sui metalinguaggi della tecnologia senza avere timore di elaborare critiche o di reagire alle critiche stesse.

Nei tempi sospesi che viviamo, la tecnologia, che tutti dicono di conoscere e pochi conoscono veramente, è diventata una terra di nessuno. L’oscurità, che avvolge la rete, il cloud (ormai parte integrante dell’ambiente e causa del suo deterioramento), le piattaforme, l’algoritmo, è evidenziata dalle narrazioni apologetiche e conformistiche che la raccontano, avvolge con l’abbondanza di informazioni la nostra conoscenza, limitandone e condizionandone l’utilizzo nella comprensione del mondo. Evitando ogni forma di tecnofobia e di nichilismo che caratterizzano alcune narrazioni della tecnologia, così come di tecnofilia nella sua manifestazione conformistica attuale che rende sordi al rumore e al negativo, ho cercato in questo libro di fornire strumenti per pensare e pensare diversamente, con argomentazioni che facilitino comprensione, approfondimento e riflessione critica. Pensare la rete e, attraverso di essa, pensare il Cloud aiuta a svelarne la sua materialità e invisibilità, a interpretare i linguaggi e le metafore della tecnologia e del digitale, a svelare la nebulosità di piattaforme e architetture.

Riflettere sulla tecnologia è un modo per meditare sulle tante crisi del nostro tempo, quella ambientale, climatica (global warming) ed ecologica per prime. Ripensare la tecnologia va di pari passo con un ripensamento più generale che interessa le sorti della specie umana sulla terra, focalizzando l’attenzione sugli effetti a noi vicini e su quelli prolungati, che potrebbero portare al collasso della sesta estinzione, cambiando modo di guardare la realtà, liberandoci degli schematismi tecno-economici dentro i quali siamo tutti imprigionati. Il tema del cambiamento climatico, ad esempio, non può essere territorio esclusivo di scienziati e accademici che lo affrontano come campo di conoscenza specialistico. Tutti devono poter intervenire, in particolare agricoltori, pescatori, lavoratori del mare e della foresta che da tempo hanno percepito il cambiamento in atto e da anni stanno già pagandone le conseguenze, in particolare nei paesi meno sviluppati. Vanno ascoltati, coinvolti, rispettati. L’osservazione attenta dell’ambiente può dare indicazioni rilevanti sui cambiamenti di lungo periodo che si stanno affacciando.

Un’osservazione simile dedicata alla tecnologia può servire a comprendere per tempo effetti che possono avere origine da fonti inattese. Osservare la natura e scoprire la sparizione di una sorgente di montagna o di un habitat animale, per diventare consapevoli di una trasformazione in corso, è assimilabile a investigare i tanti mutamenti indotti dalle innovazioni tecnologiche destinate a cambiare la vita degli umani sulla terra, il loro modo di guardare a sé stessi e al mondo. In entrambi i casi l’osservazione deve liberarsi dalle cortine fumogene fatte di numeri, tabelle e grafici con cui la narrazione mediale e istituzionale tende a generare quello che, in ambito ecologico, è stato definito come green-washing. La distanza digitale, che caratterizza le nostre vite correnti e che ci porta ad essere distanti dagli altri, evidenzia anche la nostra lontananza dai temi ecologici, la nostra colpevole inconsapevolezza della distanza che ci separa dalla natura e dai suoi ambienti naturali, la nostra assurda meraviglia nello scoprire i tanti spillover potenziali, ancora presenti, che potrebbero farci ripetere l’esperienza drammatica del Coronavirus.

Tecnologia, ambiente, economia, salute e politica sono tanti ambiti tutti tra loro intrecciati e imparentati, anche dagli effetti su di essi generati dalle accelerazioni tecnologiche degli ultimi trent’anni. Un’accelerazione resa possibile dalla modellizzazione costante della mente moderna per coltivare le sue aspettative di progresso e di crescita continui, di espansione del consumo e di felicità. Le crisi che da questi effetti si stanno generando sottolineano quanto quelle aspettative fossero fallaci, impongono l’urgenza di qualche forma di pentimento, di tornare a pensare, a (auto)riflettere criticamente, a problematizzare il presente, a concentrarsi approfondendo, a cambiare schemi mentali, paradigmi di riferimento e punti di vista.

L’urgenza è tanto più grande quanto più migliora la capacità di pensare delle macchine ed evolvono le intelligenze artificiali alle quali molti sembrano oggi avere assegnato il compito di salvare l’umanità e il pianeta (per chi?). Lo è ancora di più se si riflette sui sintomi, rilevati da molti studiosi e percepiti da tanti, di un deperimento della nostra civiltà in termini di indebolimento delle capacità razionali (la pancia e l’impulso binario hanno il sopravvento, nelle decisioni comandano le endorfine, la scelta diventa semplice meccanismo), di intorpidimento della capacità di giudizio, di impoverimento del linguaggio, di scarsa attenzione all’etica, di perdita di conoscenze, sempre più annacquate dentro un surplus informativo deformante e dominante, che non va a beneficio di tutti.


 

Tempi di crepe

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La vera sfida del futuro non è tecnologica, non si annida nelle intelligenze artificiali o nei metaversi, sta dentro la vita biologica e psichica reale, è rappresentata dalla comunità di persone che la abitano, dalla loro capacità di immaginare futuri e costruire il divenire attraverso la prassi. Il benessere di tutti non può nascere da algoritmi che ne quantificano misurandoli livelli di felicità e gradi di soddisfazione individuali. Nasce dall’aderenza a ideali di felicità e giustizia comuni, dalla qualità delle relazioni, dal rapporto profondo da preservare in quanto favorevole alla vita umana che si riesce a stabilire con gli altri, con la natura e con l’ambiente, dal senso che riusciamo a dare alle cose, ai fatti e alle nostre esistenze.

Ritornare alla collettività

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. - Il libro è nato dalla convinzione della necessità di una ribellione esistenziale. Nel libro ho fatto mie alcune domande filosofiche, su di esse ho provato ad argomentare, elaborando idee che possano essere utili per una maggiore conoscenza, comprensione e consapevolezza dei tempi tecnologici che viviamo. Le risposte alle mie domande le ho condensate nella proposizione di alcune pratiche umaniste elette a condizioni fondanti di un nuovo umanesimo planetario, fatto di umanità (humanitas come atteggiamento educativo, filosofico e culturale), mitezza, convivenza e cooperazione. Questo testo descrive una di queste pratiche umaniste.

Entrare in relazione

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. - Il nostro essere analogici ci aiuta ad entrare in relazione con gli altri, ad accettare l’estraneo sulla soglia, rifiutando e combattendo le logiche di esclusione populiste e sovraniste che mirano ad erigere muri e barriere dividendo popoli, lingue e culture. Aprirsi all’altro, rinunciando a percepirlo come estraneo o nemico, è una battaglia di civiltà, umanista e umanitaria, un modo per mettersi in discussione in un mondo digitale dominato, nelle sue narrazioni e comportamenti social, dalla paura e dall’ostilità verso chi è percepito come diverso, estraneo o nemico.  L’entrare in relazione è una battaglia coraggiosa per una identità contaminata, multipla, plurale, mossa dalla curiosità nei confronti dell’Altro, aperta alla sua alterità, estraneità e diversità.

Ridare un senso alle parole

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. - Nella società delle piattaforme il linguaggio, semplificato e mummificato dentro concetti, memi e acronimi (spesso in lingua inglese), sembra servire principalmente a fare la cronaca delle nostre vite, istante dopo istante, a navigare la nostra epoca fatta di applicazioni social, di profili digitali parlanti, le cui identità poco rispecchiano il vissuto reale delle persone che li hanno creati. A parole tutti siamo alla ricerca di felicità e gratificazioni, nella realtà percepiamo di essere intrappolati negli automatismi di macchine, lineari nei loro funzionamenti, “equivoche” nelle loro intenzioni e nei loro obiettivi, alle quali abbiamo dato una delega di responsabilità in bianco. Per questo incapaci di soddisfare i reali bisogni che caratterizzano la vita reale, di noi che ancora siamo umani.