In mezzo al guado... del tempo presente

Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più…”. In tre piccoli versi di una famosa canzone ho dichiarato lo spirito di questo articolo che, come è giusto che sia, non andrà a scomodare nessun intellettuale né dei tempi passati né del tempo presente né, tantomeno, interpretare o reinterpretare il loro pensiero anche se dei richiami saranno inevitabili.

Intelligenti pauca

Oggi al supermercato volevo comprare un chilo dei miei pomodori di Pachino. Il prezzo era raddoppiato. Ho rinunciato. Tornando a casa mi chiedevo perché, senza trovare risposta. La risposta, l'ho capita stasera, davanti a un piatto di pasta al sugo che aveva il sapore del nulla: c'entra il presidente degli Stati Uniti, lo Stretto di Hormuz, il mercato assicurativo londinese e una direttiva europea che nessuno, a quanto pare, aveva pensato di menzionare prima di lanciare la più vasta operazione militare americana degli ultimi vent'anni. Quello che segue è il tentativo di un terrestre, coinvolto nei fatti come chiunque faccia la spesa, di capire come sia possibile che tante persone indiscutibilmente intelligenti, quelle che almeno nei film di Hollywood appaiono come eroi, strateghi e menti sopraffine al cui confronto Umberto Eco e Leonardo da Vinci sembrerebbero scolaretti, abbiano prodotto una decisione che un singolo analista ucraino, lavorando da casa con fonti aperte, ha smontato in tremila parole. Intelligenti pauca.

Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale

Swift smontava le false certezze. Noi le deleghiamo alle macchine Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale Nel 1726, Jonathan Swift pubblicava "I viaggi di Gulliver" non come semplice racconto d'avventura, ma come feroce satira delle certezze umane. Attraverso giganti e nani, isole volanti e cavalli razionali, lo scrittore irlandese smontava sistematicamente ogni presunzione di superiorità, quella della scienza, della politica, della ragione stessa. Tre secoli dopo, ci troviamo in un'epoca in cui quelle stesse certezze che Swift ridicolizzava non vengono più semplicemente coltivate, ma delegate. Le affidiamo agli algoritmi, alle intelligenze artificiali, ai sistemi che promettono risposte immediate a domande complesse. L'eccesso di confidenza non è più solo umano, è diventato digitale, amplificato, indiscusso. Rileggere Gulliver oggi significa ritrovare uno sguardo critico necessario. Significa chiedersi se, nel nostro rapporto con la tecnologia, non stiamo ripetendo gli stessi errori dei lillipuziani che misuravano Gulliver con formule geometriche, convinti di poterlo comprendere e controllare. Significa interrogarsi su cosa accade quando sostituiamo il dubbio metodico con la fiducia algoritmica, quando scambiamo la capacità di elaborare dati per saggezza. La satira swiftiana ci ricorda che ogni sistema che pretende di avere tutte le risposte merita il nostro sospetto più acuto.

Forma imposta o continuo presentarsi. Heidegger, la tecnica e il nuovo pensiero

Heidegger non scrive 'contro la tecnica', né nell''Essere e il tempo', né nel dopoguerra. Scrive a proposito di come la tecnica favorisce o contrasta il pensiero umano. Scrive alla luce dell'avvento di quella cultura tecnico-scientifica che sembra rendere vana la 'filosofia'. Ma se muore 'un certo tipo di filosofia' non muore l'umano pensare. Non è difficile constatare che Heidegger mostra di conoscere molto bene la cibernetica -e implicitamente quelle disciplina che prende il nome di 'computer science' o di 'informatica'. Per questa via si può seguire la lezione di Heidegger nel leggere criticamente in senso delle macchine proposte dall'informatica, lungo la sua storia, fino al giorno d'oggi. L'articolo -che si sviluppa come commento puntuale della conferenza 'Das Ende des Denkens in der Gestalt der Philosophie', 'La fine del pensiero in forma di filosofia', dettata da Heidegger il 30 ottobre 1965- riprende senza modifiche il penultimo capitolo di: Francesco Varanini, 'Macchine per pensare', Guerini e Associati, 2015.

WWW: Il web è una cosa strana

La verità (la praxia conduce alla verità) è che navigare (necesse est navigare) è diventato un dramma (anticipazione pragmatica dell'ultimo verso), se non attaccate all'USB del PC il cavo dell'elettroencefalografo (ironia pragmatica, non antifrastica), cioè se non fate funzionare il cervello, chi non ha intuito che il www sia divenuto un «symbolic outlet» (Bauman, con inversione sociologica distopica dei concetti utopici di «emotional outlet» e «creative outlets» di Barbara Fredrickson o Lisa Feldman Barrett), cioè una no-where zone in cui l'homo consumericius lipovetskyiano, riesca, con continui «sfoghi simbolici», a soddisfare l'eterna insoddisfazione del desiderio, sia condannato a osservare - come un anatomopatologo- la rete (web/rete da tennis [net]), inter-net, come Boris Beckett (onomastic portmanteau pragmatico), cioè Boris Becker/Samuel Beckett, en attendant Godot (in ethernet).

Architetture della paura tra case, corpi e profili digitali.

Ogni città parla con la propria paura. Lo fa in silenzio, nei dettagli che riempiono lo spazio urbano: sbarre alle finestre, cancelli chiusi, telecamere che scrutano, cartelli che ammoniscono. Questi segni, spesso invisibili per abitudine, non proteggono soltanto beni materiali. Difendono identità fragili, confini morali, la sensazione di appartenere a un ordine ancora comprensibile. Sono sintomi di un’epoca in cui la sicurezza è diventata linguaggio, e il linguaggio stesso una forma di sicurezza.