Forse siamo solo configurazione

Abbiamo iniziato a salvare il nostro modo di lavorare. Non solo i risultati, ma le istruzioni, il tono, i criteri. All’inizio sembrava semplice efficienza: evitare di ripartire ogni volta da zero. Poi è diventato evidente che stavamo facendo qualcosa di diverso. Non ci limitavamo a usare strumenti intelligenti, chiedevamo loro di assomigliarci. Di rispettare le nostre priorità, di muoversi dentro il nostro perimetro. Quando il metodo diventa configurazione, il pensiero prende forma. Diventa qualcosa che può essere salvato, riattivato, persino condiviso. Non è solo tecnologia. È il momento in cui iniziamo a descriverci attraverso parametri e regole. E quando lo facciamo, finiamo per guardarci come sistemi. Forse siamo sempre stati anche questo. La differenza è che oggi lo scriviamo.

Intervista ImPossibile a Umberto Eco (IIP #24)

Con l’avvento delle intelligenze artificiali generative, il rapporto tra linguaggio, verità e interpretazione torna al centro del dibattito culturale e politico. I segni si moltiplicano e si ricombinano spesso senza un autore riconoscibile e senza un’intenzione dichiarata. Algoritmi addestrati su archivi sterminati producono testi, immagini e narrazioni che imitano il pensiero umano, mentre la distinzione tra informazione, interpretazione e manipolazione si fa sempre più sfumata. In questo scenario, interrogarsi sul destino del senso non significa soltanto discutere di tecnologia, ma riflettere sul modo in cui le società costruiscono e condividono significati, stabiliscono criteri di “verità” e organizzano le proprie memorie. Che cosa accade quando i segni non sono più prodotti soltanto dagli esseri umani? Chi interpreta chi, e quale spazio resta al pensiero critico quando la produzione simbolica diventa automatica e pervasiva? Questa intervista impossibile prova a immaginare le risposte di uno degli intellettuali che più di altri ha indagato il potere dei segni e la responsabilità dell’interpretazione. Scrittore, filosofo e semiologo, Umberto Eco è stato tra i maggiori interpreti del Novecento e del primo XXI secolo. Medievalista, teorico del linguaggio, romanziere e osservatore acuto dei media, professore all’Università di Bologna e autore di opere fondamentali come Opera aperta, Apocalittici e integrati e Il nome della rosa, ha dedicato la propria ricerca al rapporto tra segni, potere e interpretazione. Al centro del suo pensiero vi è l’idea che ogni testo sia un campo aperto di significati e che il lettore - o l’interprete - svolga un ruolo decisivo nella costruzione del senso. In un periodo nel quale la crisi delle grandi narrazioni e la dissoluzione delle comunità simboliche, le questioni sollevate da Eco tornano con forza: interpretazione, verità, manipolazione, memoria. Ed è da qui che prende forma questo dialogo immaginario.

Il Surf e l'Arte di usare l'intelligenza artificiale.

Nel 1907 Jack London arriva a Waikiki e vede per la prima volta un uomo in piedi su un'onda. Lo descrive come un Mercurio bruno, impassibile, che non lotta con il mare — ci sta dentro. E allora prova a imparare, non senza diffcoltà. E impara. E ci scrive anche un saggio. A parte lo stupore di scoprire che Jack London, che tutti noi associamo a montagne innevate e a Zanne Bianche, faceva surf, mi ha davvero divertito. Questa storia mi sembra una metafora indovinata per descrivere cosa significa imparare a usare l'AI davvero — non usarla e basta, ma usarla bene. L'AI non si controlla. Si accompagna. I modelli non sono strumenti fissi: cambiano, variano, hanno qualcosa che assomiglia all'umore. Il prompt perfetto non esiste, le librerie di prompt non sostituiscono la sensibilità situazionale. E nessun corso può darti quello che dà solo il tempo in acqua. Ho scritto un articolo che parte da London e arriva al metodo — o meglio, all'assenza di un metodo fisso — con cui chi lavora seriamente con l'AI si sposta tra modelli, legge le risposte, sceglie l'onda giusta per quel momento, quel progetto, quel destinatario. Non è una guida. È una mappa del territorio.

Consapevolezza

Non sono una costituzionalista. Non ho le competenze tecniche per valutare nel dettaglio ogni singola modifica proposta, ma riconosco quando il dibattito pubblico degenera. Riconosco quando mi viene chiesto di votare sulla base dell'emozione e non della ragione, dell'appartenenza e non del merito. Per questo al referendum costituzionale voterò NO.

Invito al viaggio

Invito al viaggio si rivela un ponte tra poesia, musica e filosofia: non descrive semplicemente un altrove, ma suggerisce che il vero viaggio è quello che conduce verso una trasformazione dello sguardo, della coscienza e della dimensione interiore.

ΧΑΟΣ. Lo spalancamento

La domanda che Χάος pone all’uomo contemporaneo non è una domanda alla quale si possa rispondere con un programma o un metodo. È una domanda anteriore a ogni programma: sei ancora capace di fare spazio? Di spalancarti, come la voragine si spalancò prima di tutto? Di accogliere il vuoto non come difetto ma come condizione? Di sostare nella notte senza accendere lo schermo?

Verso una nuova episteme. Oltre le semplificazioni [2]

Una conversazione con lo scienziato sociale e pensatore sistemico Piero Dominici, articolata e pubblicata in quattro parti separate. Una scelta che risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda. Il testo della seconda domanda.

L’intelligenza è una relazione

Da quando i modelli generativi sono entrati nella conversazione pubblica, abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale come di un nuovo soggetto: sempre più potente, sempre più autonomo, quasi una mente. Ma cosa accade se cambiamo prospettiva? Se l’intelligenza non fosse una proprietà del singolo sistema, ma qualcosa che emerge dalle relazioni tra sistemi?

Il vincolo che brucia

Bruno fu qualcosa di più scomodo, un uomo che pensò fino alle conseguenze ultime ciò che il suo desiderio gli mostrava, un universo infinito, animato, legato in ogni sua parte dal vincolo dell'amore, e che non poté smettere di pensarlo nemmeno quando pensarlo costava la vita. Il suo furore non era eroismo, era necessità. Non poteva non bruciare, come il fuoco non può non ardere.

The Generative Value of Friction in Digital Media: Neuroscience, Education, and Play

This article, first published in Journal of Digital Media & Interaction ISSN 2184-3120 Vol. 8, No. 20 (2025), pp. 105–119 DOI:10.34624/jdmi.v8i20.40175, explores the conceptual value of friction in digital interactions, opposing the dominant rhetoric of “zero friction” in contemporary design, which reduces experience to mere efficiency. The removal of friction raises fundamental questions about the nature of experience and the formation of knowledge, since human experience has historically involved engagement with the resistance of the external world — an element that stimulates attention and meaning. In digital contexts, interface design aims to maximize fluidity, minimizing difficulty and interruption. While this improves usability, it can also diminish cognitive engagement and the capacity for critical interaction, fostering a perception of the world as entirely controllable and devoid of mystery. The article argues that friction can instead constitute a generative resource, not only in videogames — where it takes the form of intentional difficulty that prompts strategic reflection — but also in learning and neuroscience, as a space for error, recalibration, and cognitive effort. The analysis proposes a conceptual framework connecting these domains, showing how friction can become a condition for learning, engagement, and transformation. Keywords: Friction; Error; Digital interaction; Transformative learning; Game-based learning; Neuroplasticity

Il paradiso artificiale dell'intelligenza

Questa mattina, mentre attraversavo la città in sella allo scooter (momento meraviglioso per pensare), mi è venuto in mente che il termine "artificiale" ha sempre avuto, fino a un po' di tempo fa, una connotazione non propriamente positiva. Allora sono andato a cercare con la memoria usi del termine: paradisi artificiali, fiori artificiali, ecc. Poi, fermo ad un semaforo, mi sono detto: "vedi, però, come cambia la percezione collettiva del linguaggio, eh? Oggi con l'AI la parola è diventata una bella parola. - sì, d'accordo, parto, scusa, scusa - era venuto verde". Beh, com'è come non è, come ormai faccio sempre, tornato a casa ho aperto Perplexity (versione Claude 4.5) e ho cominciato a conversare con lui/lei/esso su queste riflessioni, che, come al solito, si sono espanse, dilatate, trasformate, arricchite. Ed allora, sempre come mio solito, con la conversazione con Perplexity sotto il braccio (per modo di dire), ho bussato alla porta di Claude (in una smagliante e scintillante versione Opus 4.6), con cui, in due o tre passaggi, ho scritto (?), generato, prodotto, il testo che segue. Come vedrete sono nella contraddizione con tutte le scarpe.