Ciò che sappiamo della vita

Nel 2017, ad Harvard, Sherry Turkle intitolò un'orazione al modo in cui la tecnologia ci fa dimenticare ciò che sappiamo della vita. Quella frase ha poi viaggiato, cambiando forma, fino ad ispirare i testi di Anil Seth sulla coscienza artificiale. Ma che cosa dimentichiamo, esattamente, se tutta l'informazione è ancora a un tocco di distanza? Attraverso il mito di Theuth, l'acrasia di Aristotele, la conoscenza tacita di Polanyi e la sindrome del riferimento che scivola di Pauly, il saggio che segue sostiene che non si tratta di ignoranza né di amnesia, ma di un sapere che possediamo ancora e abbiamo smesso di esercitare, e che una cultura, generazione dopo generazione, smette di trasmettere. Non serve impararlo di nuovo: servono strumenti che, invece di ricordare al posto nostro, ci rimettano nelle condizioni di praticarlo.

Nello specchio di Ivan Illich

Siamo invitati a stare 'al passo con i tempi'. Ma forse possiamo intende l'odierno solo osservandolo da 'fuori'. Per questo dobbiamo essere grati a Ivan Illich. Il suo è uno sguardo differente: né teologo, né sociologo, né filosofo, né storico, né antropologo. Senza patria anche dal punto di vista degli strumenti conoscitivi (e si capisce come questo faccia saltare la mosca al naso agli intellettuali imbozzolati nei loro ruoli specialistici). Forse alla fine, al di là delle sue stesse tesi, proprio nel metodo risiede il principale insegnamento di Illich. Come riassume lui stesso nel corso di quel dibattito: "essere il più coraggioso, chiaro e meno opportunista possibile nel dire le cose; non legarsi alla difesa di quanto detto nel passato; non vendersi, cioè non accettare, nella misura del possibile, soldi per scrivere". Questo articolo - recensione a Ivan Illich, 'Nello specchio del passato', Red, 1993- è apparso con il titolo 'Il bisogno di capire' sul supplemento culturale settimanale de 'Il Giornale' domenica 10 ottobre 1993.

La base filosofica della vita

Dagli uomini contemplativi traggono ispirazione gli uomini d’azione Un piccolo saggio sulla centralità della "filosofia", che non è soltanto 'amore per la conoscenza', ma anche sl struttura di pensiero che ognuno costruisce nella sua mente.

Dalla memoria alla conoscenza. L'uso consapevole dell'intelligenza artificiale.

Una parola dimenticata, una filastrocca imparata alle scuole medie, il ricordo frammentario di un racconto letto quasi sessant'anni fa. Da questi indizi prende avvio una ricerca che diventa l'occasione per riflettere sul rapporto tra memoria, conoscenza e intelligenza artificiale. L'articolo mostra come un uso consapevole dell'IA possa affiancare il pensiero umano nella ricerca, nella verifica delle fonti e nella ricostruzione della memoria, senza mai sostituirsi alla curiosità, allo spirito critico e alla cultura di chi la utilizza.

Appunti su Peter Shor

Non ricordo esattamente il momento in cui ho incontrato Peter Shor. Ricordo invece con estrema precisione la domanda che mi è venuta subito dopo.

Sapere nell'interregno

Ogni giorno prendiamo decisioni basate su cose che non abbiamo verificato direttamente. Che un farmaco sia sicuro, che un'economia stia crescendo, che una politica abbia prodotto certi effetti: nessuno di noi ha controllato queste affermazioni in prima persona. Le accettiamo attraverso catene di fiducia delegate. Lavoro di esperti, istituzioni e sistemi di certificazione che riconosciamo come affidabili. Quella catena è l'infrastruttura invisibile su cui si regge la conoscenza collettiva. E quell'infrastruttura si è sgretolata. Attraverso la letteratura sull'epistemologia sociale, sulla balcanizzazione informativa e sull'intelligenza artificiale come nuovo mediatore cognitivo, il saggio mostra come la stessa distruzione che ha prodotto conflitto totale e trauma sistemico abbia eroso i criteri condivisi con cui una società distingue il sapere dall'opinione.

Scienza

Il chiedersi perché 'scienza' si traduce in tedesco 'Wissen' apre il terreno per una profonda riflessione a proposito del concetto stesso di 'scienza'.

Il tè a casa di Sir. Popper

Abstract Ci sono incontri che non servono a stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ma a ridefinire le domande fondamentali. Immaginate un pomeriggio londinese, due visioni del mondo e un tavolino da tè a fare da confine: da una parte il rigore della razionalità, dall'altra l'idea che il pensiero non sia confinato solo nella mente, ma si estenda anche al corpo, agli strumenti e alle relazioni. La questione non è stabilire quale pensiero abbia una rilevanza maggiore. Il punto è un altro: Possiamo ancora permetterci una visione della conoscenza che escluda il ruolo dell'osservatore? O dobbiamo iniziare a considerare la realtà come qualcosa che emerge dall'interazione tra il soggetto, il contesto e l'ambiente? Non si tratta di destrutturare principi consolidati, ma di riconoscere quando questi, da soli, non siano più sufficienti a interpretare la complessità. Forse, proprio come nella musica di Mozart, è nella tensione tra struttura e apertura che nasce qualcosa di inedito.

La conoscenza come bene comune

Newton diceva di stare sulle spalle dei giganti. La sua era un'ammissione onesta: nessuna scoperta nasce dal nulla, ogni idea porta con sé il peso invisibile di chi l'ha resa possibile. La scienza, la filosofia, la letteratura funzionano così da sempre. Per accumulo, per trasmissione, per contaminazione tra tradizioni che non si sono mai chieste il permesso di parlarsi. Il sapere è per natura collettivo, relazionale, refrattario alla proprietà. Quello che Newton non poteva prevedere è che qualcuno avrebbe brevettato le spalle. Eppure è esattamente quello che è successo. Negli ultimi decenni si è costruita un'architettura legale, economica e istituzionale fondata sull'idea che la conoscenza si comporti come qualsiasi altra merce. Che si possa possedere, recintare, vendere. Che chi la controlla abbia il diritto di decidere chi può usarla e a quale prezzo. Questo saggio cerca di capire questa contraddizione e di nominare quello che, nonostante tutto, resiste ancora.

Strumenti di percezione e strumenti di controllo nella governance dei progetti

A sedici anni, ruotando la manopola di un ricevitore a onde corte, appresi un principio che ha governato, con una costanza di cui ho preso piena coscienza soltanto molto tardi, ogni aspetto della mia vita professionale: ciò che è invisibile ai sensi è presente nello spazio, e attende soltanto che qualcuno costruisca lo strumento adatto a percepirlo. Le onde radio attraversano continuamente l'aria intorno a noi, portando informazioni, segnali, messaggi. Restano impercettibili finché un'antenna, un ricevitore, un demodulatore le trasformano in qualcosa di intellegibile. L'informazione esisteva prima dello strumento. Lo strumento l'ha resa disponibile alla coscienza.

Ignorance is bliss (l'ignoranza è beatitudine)?

Gli esseri umani hanno bisogno di navigare nella profondità oppure la semplicità (e la superficialità che ne deriva) sono il registro corretto? Sbagliano tutto coloro che nei secoli hanno detto che la dignità e il valore dell’essere umano derivano dalla sua capacità di esprimere il proprio potenziale artistico, cognitivo, emotivo, intellettuale? Il dantesco “fatti non foste per viver come bruti” è quindi una bestemmia?