Sono regista di documentari e cortometraggi, con una formazione in architettura.
Dopo la laurea, ho intrapreso un percorso professionale nell’ambito della comunicazione sociale, ideando e coordinando campagne rivolte in particolare ai giovani.
Un momento decisivo per la mia crescita professionale è stato il Summit del G8 a Genova nel 2001. In quell’occasione ho preso parte all’organizzazione del Genoa Social Forum, per poi assumere il ruolo di consulente tecnico nell’analisi di materiali audiovisivi utilizzati in ambito giudiziario, relativi ai fatti di quei giorni.
Da quell’esperienza è nata la mia passione per il documentario, che mi ha portato a realizzare lavori come Janua (2010), Black Block e La Provvista (2011), fino ai più recenti La Scelta (2022) e Persone (2024).
Inoltre, ho collaborato con diverse testate giornalistiche, tra cui Internazionale, contribuendo alla scrittura del podcast Limoni.


Dall’occhio umano alla visione artificiale (POV #09)

Trevor Paglen e Lev Manovich: L’immagine può ancora dirsi un’esperienza umana o, con l’AI, la cultura visiva sta assumendo forme che prescindono dal nostro sguardo? La storia dell’immagine non si conclude con la fotografia. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, miliardi di immagini vengono generate, analizzate e archiviate senza alcun intervento o sguardo umano, non servono occhi per produrle, né spettatori per legittimarle. È su questo che si confrontano due voci autorevoli del dibattito contemporaneo: Trevor Paglen, artista e geografo che indaga le infrastrutture politico-militari della visione automatica, e Lev Manovich, teorico dei media digitali che interpreta l’immagine come dato, processo e linguaggio computazionale. Entrambi interrogano ciò che accade all’immagine quando il ruolo dell’osservatore umano non è più centrale, e a “guardare” sono soprattutto le macchine.

Il sacro e l’AI (POV #08)

Paolo Benanti e Francesco D’Isa: Che cosa resta del sacro, se l’AI diventa il “dio” a cui deleghiamo verità, senso e azione? Possiamo ancora parlare di mistero, trascendenza e immaginazione in un mondo in cui le macchine analizzano, prevedono, creano e riscrivono la realtà? Il nostro bisogno di dare un senso alle cose resiste davanti all’automazione, oppure finiamo per affidare tutto agli algoritmi? Stiamo davvero costruendo nuovi dei a cui credere oppure semplicemente nuovi strumenti da usare? Ho scelto due voci autorevoli del dibattito italiano, internazionale. Paolo Benanti è un teologo francescano, consulente del Vaticano e studioso di etica delle tecnologie. Francesco D’Isa è filosofo, uno degli autori italiani più interessanti sul ruolo dell’immaginazione e dei simboli nella società di oggi. Di fronte all’intelligenza artificiale, sia Benanti che D’Isa condividono la stessa preoccupazione: dobbiamo evitare di cadere nella “tecnofede”, cioè nell’idea che la tecnologia sia una specie di “salvatore” o “dio”. Tuttavia, si dividono quando si parla del vero significato del sacro e del ruolo che l’essere umano può avere in questa nuova epoca.

AI: progresso o propaganda?

L’AI attuale è un progetto politico che rischia di concentrare potere e normalizzare l’ingiustizia. Resistere significa rimettere al centro persone, diritti e ambiente e pretendere che qualunque tecnologia risponda a questi fini, non il contrario.

Immaginazione e memoria digitale (POV #07)

Aleida Assmann e Lev Manovich: Chi decide cosa ricordiamo? Memoria culturale e archivi algoritmici Ogni periodo storico costruisce la propria memoria. Il nostro la affida a server, piattaforme e reti neurali. Le immagini, i testi e i suoni che produciamo ogni giorno alimentano un archivio globale, sempre accessibile, potenzialmente infinito, ma in gran parte sconosciuto. Possiamo davvero chiamarlo ancora “memoria”, o è ormai solo un flusso di dati senza organizzazione? Due studiosi offrono chiavi di lettura complementari. Aleida Assmann, storica della memoria culturale, considera il ricordare come un atto di selezione e responsabilità collettiva. Lev Manovich, teorico dei media digitali, osserva invece come la memoria contemporanea venga continuamente riorganizzata dagli algoritmi che governano i nostri archivi. Chi controlla il nostro passato, e quindi il nostro futuro?

Intervista ImPossibile a Michel Foucault (IIP #06)

AI e il potere del sapere Michel Foucault (1926–1984), filosofo e storico delle idee, ha esplorato come la conoscenza e il potere si intreccino nei dispositivi che organizzano la vita sociale: il manicomio (Storia della follia), la clinica (Nascita della clinica), la prigione (Sorvegliare e punire), la sessualità (La volontà di sapere), l’economia e la sicurezza (Nascita della biopolitica). Nei suoi studi - da Le parole e le cose a L’archeologia del sapere, fino a Il pensiero del fuori - Foucault ha mostrato come ogni epoca costruisca la propria “verità” attraverso sistemi di classificazione, di esclusione e di controllo. Che cosa accade quando le forme del sapere si automatizzano? Chi controlla il sapere che ci controlla?

Dal cyborg al postumano (POV #06)

Donna Haraway e Rosi Braidotti: Che cosa resta dell’esperienza umana quando la vita si fonde con la tecnologia? Negli ultimi anni il corpo è tornato al centro del dibattito filosofico e culturale, proprio nel momento in cui sembrava perdere importanza. La pandemia, la crisi ecologica, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie ci hanno costretto a ripensare cosa significhi “essere vivi”: chi può respirare, muoversi, connettersi? Chi ha diritto alla vita? Dentro questo scenario emergono due figure fondamentali del pensiero femminista contemporaneo, Donna Haraway, autrice del Manifesto Cyborg, e Rosi Braidotti, teorica del Posthuman e dell’etica della relazione. Le loro idee sono diverse ma collegate da un interesse comune: che cosa significa essere umani quando il confine tra naturale e artificiale non esiste più?

Intervista ImPossibile a Italo Calvino (IIP #05)

Le città algoritmiche Italo Calvino (1923–1985) è stato uno degli scrittori italiani più visionari del Novecento. Dalla Trilogia degli antenati a Le città invisibili, fino alle Lezioni americane, la sua opera ha esplorato le possibilità del linguaggio e dell’immaginazione come strumenti per ordinare la complessità del reale. Tra i suoi concetti chiave vi sono Esattezza, Molteplicità, Leggerezza, Rapidità, Visibilità e Consistenza, qualità che sembrano descrivere perfettamente la natura stessa dell’intelligenza artificiale. Nei suoi scritti, Calvino si è confrontato con il pensiero combinatorio, con l’idea di letteratura come rete, con la possibilità di una “enciclopedia infinita del mondo”, anticipando molti aspetti della cultura algoritmica contemporanea. Come affronterebbe oggi Italo Calvino il tema delle città algoritmiche, dove dati, simulazioni e reti stanno progressivamente sostituendo la materia e la memoria delle città reali?

Il linguaggio dell’AI (POV #05)

Noam Chomsky e Andrea Daniele Signorelli: Come l’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui parliamo e pensiamo. Da sempre il linguaggio è la frontiera che separa l’uomo dalla macchina. Ma cosa accade quando le macchine iniziano a parlare, scrivere, tradurre, persuadere? L’intelligenza artificiale non ha solo imparato le nostre parole: le ha fatte proprie, rielaborandole in modo statistico e imprevedibile. Due interpreti di questa svolta offrono visioni opposte: Noam Chomsky, linguista e filosofo del linguaggio, teorico della grammatica universale; e Andrea Daniele Signorelli, giornalista e saggista, autore di Technosapiens e Simulacri Digitali, voce critica del rapporto tra AI, cultura e società. Il primo difende la natura innata e semantica del linguaggio umano; il secondo analizza come l’algoritmo ne stia riscrivendo la funzione sociale. Il linguaggio è ancora ciò che distingue l’umano dalla macchina?

Intervista ImPossibile a George Orwell (IIP #04)

L’AI come nuovo totalitarismo George Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair, 1903–1950) è uno degli autori più influenti del XX secolo. Scrittore, giornalista e combattente antifranchista, ha denunciato i meccanismi del potere e della manipolazione con una chiarezza che ancora oggi inquieta. I suoi due romanzi più celebri – La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949) – sono parabole del totalitarismo moderno: il primo una satira contro la degenerazione del socialismo reale, il secondo una visione profetica della società della sorveglianza e del controllo mentale. Orwell credeva che la menzogna organizzata fosse la forma più alta di potere e che la verità, anche quando ridotta a una formula banale come due più due fa quattro, fosse l’ultimo baluardo della libertà umana. Cosa penserebbe il creatore del Grande Fratello davanti alla nascita di un’intelligenza che osserva tutto, capace di conoscere i nostri desideri prima ancora che li formuliamo?

AI e il post-umano (POV #04)

Yuval Noah Harari e Franco “Bifo” Berardi: Il destino dell'umanità nel passaggio all'Intelligenza Artificiale. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e delle biotecnologie ha proiettato la civiltà umana su un passaggio storico senza precedenti. Se l’Homo sapiens è stato il padrone del pianeta grazie alla sua capacità unica di creare “realtà immaginate” come nazioni, leggi e denaro, oggi queste stesse finzioni collettive entrano in crisi di i fronte alla logica degli algoritmi, capaci di generare senso, immagini e decisioni senza coscienza. Per Yuval Noah Harari, questo passaggio segna l’inizio di una nuova fase evolutiva. L’AI rappresenta la continuazione della storia naturale attraverso la tecnologia, un’ulteriore “rivoluzione cognitiva” che potrebbe condurre l’uomo a trascendere i limiti biologici, fondendo intelligenza organica e artificiale in un’unica rete globale. Per Franco “Bifo” Berardi, invece, lo stesso passaggio segna un punto di rottura. L’AI non ci porta oltre l’umano, ma dentro una nuova forma di impotenza. L’automatismo tecnico che governa la realtà non pensa, ma decide. È la realizzazione di un mondo che funziona senza bisogno di senso. L’intelligenza artificiale è il compimento dell’evoluzione umana o il segno della sua fine?

Intervista ImPossibile a Gilles Deleuze (IIP #03)

AI e il desiderio di creare Gilles Deleuze (1925–1995) è stato uno dei filosofi più radicali e originali del Novecento. Tra le sue opere principali figurano Nietzsche e la filosofia (1962), Differenza e ripetizione (1968), Logica del senso (1969), L’Anti-Edipo (1972, con Félix Guattari), Millepiani (1980) e Che cos’è la filosofia? (1991). Il suo pensiero ha introdotto concetti chiave come il rizoma, il corpo senza organi, la deterritorializzazione, la critica alla psicoanalisi ed alla rappresentazione, e l’idea della filosofia come arte di creare concetti. Le sue analisi sul desiderio, sulla vita sociale e sulle “macchine” del capitalismo offrono ancora oggi strumenti utili per leggere e comprendere le tecnologie digitali. Che cosa direbbe oggi Deleuze, di fronte all’intelligenza artificiale?

Il dominio dell’AI (POV #03)

Shoshana Zuboff e Yoshua Bengio: algoritmi tra emancipazione e controllo. Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra promettere tutto: efficienza, conoscenza, persino giustizia. Ma gli algoritmi che regolano le nostre vite sono davvero neutrali? O nascondono nuove forme di potere e disuguaglianza? Da una parte, Shoshana Zuboff ci mette in guardia contro il “capitalismo della sorveglianza”, un sistema che trasforma ogni esperienza in dato da sfruttare, riducendo la libertà individuale a merce di scambio. Dall’altra, Yoshua Bengio, pioniere del deep learning, non nega i rischi ma invita a costruire regole, istituzioni e responsabilità collettive per fare dell’AI una tecnologia al servizio dell’umanità. Gli algoritmi sono una trappola che alimenta disuguaglianze sempre più profonde, o una risorsa che - se governata - può ancora rafforzare la nostra autonomia di pensiero?

Intervista ImPossibile a Susan Sontag (IIP #02)

Susan Sontag (1933–2004) è stata una delle più lucide e radicali voci critiche del Novecento. Scrittrice, saggista, attivista, ha esplorato i territori in cui arte, politica e dolore si intrecciano. I suoi libri Sulla fotografia (1977) e Davanti al dolore degli altri (2003) hanno cambiato per sempre il modo di guardare le immagini e di interrogarci sul loro potere. Per Sontag, fotografare significa appropriarsi del mondo, trasformare l’esperienza in oggetto, fissare la morte e il dolore in un fermo immagine. Ma le immagini non sono mai neutrali: “inquadrare vuol dire escludere”. Guardare il dolore altrui significa sempre misurare la distanza tra chi soffre e chi osserva, e diffidare del “noi” che si presume condividere. In questa “intervista impossibile” proviamo a immaginare cosa direbbe Sontag di fronte alle implicazioni dell’intelligenza artificiale.

Chi governa l’AI (POV #02)

L’ascesa dell’intelligenza artificiale e il dominio delle piattaforme digitali riportano al centro una questione che non possiamo più permetterci di rinviare: chi comanda davvero nel XXI secolo? Gli Stati-nazione, con i loro confini, le loro istituzioni e le logiche di potere geopolitico? Oppure le corporation tecnologiche, che si muovono oltre ogni frontiera, accumulano dati e capitali, e definiscono di fatto le regole del gioco globale? È in questo spazio di frattura che si colloca il pensiero di due osservatori radicali: Yanis Varoufakis, l’economista che immagina un futuro post-capitalista, ed Evgeny Morozov, il critico implacabile della retorica tecno-utopista. Le loro analisi, pur diverse, convergono in un punto essenziale: la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, rischia di essere svuotata dall’interno. Non più erosa da ideologie antagoniste o da conflitti militari, ma da un nuovo polo di potere: il capitale digitale, che cresce indisturbato, invisibile e pervasivo.

Intervista ImPossibile a Hannah Arendt (IIP #01)

Hannah Arendt (1906–1975) è stata una delle più importanti filosofe politiche del Novecento. Ebrea tedesca, allieva di Heidegger e Jaspers, dopo l’esilio negli Stati Uniti ha pubblicato opere fondamentali come Le origini del totalitarismo (1951) e La banalità del male (1963), che hanno cambiato il nostro modo di comprendere il potere, il male e la responsabilità individuale. La sua riflessione sulla fragilità della democrazia, sul linguaggio politico e sulla libertà rimane ancora oggi un riferimento imprescindibile. In questa “intervista impossibile” proviamo a immaginare cosa direbbe Arendt di fronte alle implicazioni dell’intelligenza artificiale.

Coscienza e AI (POV #01)

Federico Faggin vs Riccardo Manzotti: cosa distingue l’esperienza umana dalle tecnologie? Il rapido sviluppo dell'Intelligenza Artificiale Generativa sta facendo emergere questioni sulla natura della coscienza e sull'unicità dell'essere umano. Mentre le macchine diventano sempre più capaci di imitare il linguaggio e persino la creatività, ci si sta chiedendo se possono davvero "capire", "sentire", o essere "coscienti" come noi. Per indagare questa complessità ho messo a confronto due voci autorevoli e profondamente originali: Federico Faggin, pioniere dei microprocessori che oggi si dedica allo studio della coscienza, e Riccardo Manzotti, filosofo e ingegnere, ideatore della teoria della Mind-Object Identity. Le loro prospettive, pur partendo da basi disciplinari diverse - Faggin guarda alla fisica quantistica, Manzotti all'esperienza del mondo esterno - offrono spunti critici essenziali per cercare di conoscere il presente e il futuro dell'AI. L'obiettivo è sviscerare le loro visioni sulla coscienza, la vita e i limiti dell'AI, per vedere come rispondono alle stesse sfide con strumenti concettuali differenti.

Che ne è della pubblica opinione?

Ci sono libri che non invecchiano mai, anzi si rigenerano. Il libro “Public Opinion” di Walter Lippmann è uno di questi. L’assunto del testo è limpido: come avviene quel complesso ed apparente processo attraverso cui le nostre opinioni diventano opinione pubblica, volontà nazionale, mente collettiva, fine sociale? Lippmann indaga e descrive i meccanismi attraverso cui le immagini “interne” elaborate nelle nostre teste ci condizionano nei rapporti con la società. L'attenzione del lettore viene richiamata sugli ostacoli che limitano le nostre capacità d’accesso ai fatti, interessante richiamo visto che oggi tutti i dati sembrano accessibili a tutti. Il richiamo va però in particolare alle distorsioni delle informazioni provocate dalla necessità di sintesi e di manipolazione volontaria della stampa e dei governi. Infine, la paura stessa dei fatti che potrebbero minacciare l’ordine dello Stato e della società. Il libro di Lippmann sembra datato ma in reltà non lo è!