Dott.ssa in Filosofia (cultr. della mat.) e Sci. psicologiche. Formatrice filosofica per aziende. Counselor filosofica (Si.c.o Nr.A2415). Phd stud. Univ. di Vienna.
Fondatrce dii Orizzonti filosofici
Counselor filosofico-relazionale: cosa significa?
Con il singolo l'individuazione di ciò che manca e di ciò che ci fa stare bene; con i gruppi l'analisi e il sostegno alla crescita del gruppo.
In azienda : sappiamo scegliere la cosa giusta al momento giusto? Sappiamo leggere e poi cogliere le possibilità che ci si presentano? Si può fare, sviluppando la capacità critica e il pensiero creativo, controfattuale. Come va con i colleghi? Comprendiamo le dinamiche alla base delle relazioni ? Sarebbe un gran bel lavorare.
Insieme al team di Orizzonti filosofici (un divulgatore scientifico di astronomia e un pedagogista), fornisco strumenti per rendere più ricca la cassetta degli attrezzi con cui lavoriamo nel quotidiano, che troppo spesso si presenta complesso.
A scuola sviluppo del pensiero critico, gestione delle relazioni e sviluppo delle emozioni: quando un alunno ha difficoltà ci chiediamo il perché ? Lo facciamo insieme? Aiuterebbe moltissimo! I docenti non debbono essere lasciati soli: insieme si hanno sguardi diversi e l'orizzonte si allarga.
Il counselor filosofico relazionale, specie se con percorsi formativi ulteriori, può aiutare in tutti questi ambiti: come disse Hegel, la coscienza si fa autocoscienza nell'incontro con l'altro!
Estar siendo, l’imperativo dell’agire: in dialogo con Miguel Benasayag
Dialogo stultifero Di Keren Ponzo – con una domanda di Carlo Mazzucchelli per i lettori e gli autori della STULTIFERANAVIS.
Processi stocastici? No grazie, preferisco Stultifera Navis, of course.
In un mondo digitale dominato da algoritmi e probabilità, Stultifera Navis offre uno spazio per esercitare il pensiero critico, scegliere con consapevolezza cosa leggere e come informarsi, e sperimentare una navigazione che sfugge alle logiche stocastiche.
Siamo (ancora) tutti figli di Marx e della Coca Cola
𝐔𝐧 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐊𝐞𝐫𝐞𝐧 𝐏𝐨𝐧𝐳𝐨 𝐞 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨. La sfida decisiva che abbiamo di fronte non è solo economica ma culturale e morale: recuperare coscienza critica e consapevolezza del rapporto con il reale. In caso contrario, nel progresso tecnologico e dell’IA, ciò che resterà di noi saranno soltanto i dati. Vivere in “tempi interessanti”, come sostiene il filosofo Žižek, non è più una metafora, ma la condizione dell’uomo contemporaneo, sospeso tra l’illusione del progresso e la fragilità strutturale di un sistema che non colpisce più il centro produttivo, ma le sue periferie — dalla vulnerabilità ecologica alla volatilità della finanza — capaci oggi di determinarne il collasso
Da Brain rot a Rage bait. Le parole del presente: linguaggio, esperienza, mondo
Un’analisi critica delle parole che hanno segnato il discorso pubblico anglofono tra il 2024 e il 2025, da brain rot a rage bait. Il testo ricostruisce il passaggio da una parola che nominava un disagio cognitivo diffuso a termini che rendono leggibili i dispositivi emotivi, relazionali e comunicativi della cultura digitale contemporanea, mostrando come il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma contribuisca a strutturarne l’esperienza.
Nodo di scotta: la domanda di Massimiano Bucchi
Nodo di scotta (ἐρώτησις ἄξιος). Una iniziativa di Stultiferanavis alla ricerca di domande che valgano la pena di essere poste e che poniamo qui a tutti coloro che ci seguono, rovistano nel baule dei nostri testi e leggono quello che hanno cercato e trovato.
31/12. Ricordare tutto, tenere poco: relazioni e responsabilità in un anno che finisce
Un 31 dicembre segnato da guerre, morti e odio diffuso interroga il senso del bilancio di fine anno. Tra memoria e responsabilità, il testo riflette sul valore delle relazioni, sulla tentazione del solipsismo contemporaneo e sulla libertà come compito, a partire da Arendt, Sartre e Han.
La Presenza di una Assenza
Una riflessione sulla speranza nei contesti di crisi, ispirata a Gabriel Marcel. La speranza non come attesa di un futuro migliore, ma come postura che resta davanti all’assenza senza colmarla, affrontando il presente senza illusioni.
Heidegger, Hegel e la tecnica come destino dell’epoca.
Il saggio indaga la tecnica come forma epocale dell’apparire: secondo Heidegger, il Gestell riduce l’essere a risorsa e determina ciò che può mostrarsi; in dialogo con Hegel, si evidenzia come la manifestazione tecnologica trasformi la riconciliazione dello Spirito in pura espansione senza ritorno. Pur nel dominio totalizzante della tecnica, restano spazi residuali di apparire non funzionale, dove l’essere può ancora mostrarsi come presenza e non solo come strumento?
Ha ancora senso parlare di bello? Critica di una categoria in tempi di saturazione estetica
Che cos’è il bello oggi? Dalla Grecia antica a Kant e Adorno, fino all’epoca dei social media e della tecnologia digitale, il bello è stato messo in discussione, frammentato e ridefinito. Per Leonardo Da Vinci la bellezza nasce dalla percezione dell’imperfetto e dell’incompleto, ma oggi la tendenza a eliminare ogni limite attraverso filtri, correttori e algoritmi di perfezione trasforma il brutto in pessimo, cancellando la funzione generativa dell’imperfezione. Ha ancora senso parlare di “bello” come categoria critica, o resta soltanto come resistenza al degrado estetico e alla banalizzazione digitale?
Ikigai: tracce di un concetto ormai perduto?
Il concetto di ikigai, la sua genealogia storica e filosofica, e il suo significato nella contemporaneità. Dall’analisi di Platone, Aristotele, Heidegger e Kamiya fino alla dimensione relazionale con il concetto di aïda, l’articolo esplora come l’ikigai possa ancora orientare la vita in un’epoca segnata dall’individualismo e dal frastuono digitale.
Per una diagnosi critica dell’attuale.
Nel 1967, nell’intervista Qui êtes-vous, professeur Foucault?, raccolta poi nei Dits et Écrits, Foucault prende posizione su cosa significhi fare filosofia nel suo tempo. Non si presenta come un custode di principi universali, ma come qualcuno che lavora sul presente, analizzandone i dispositivi di sapere e di potere. In quelle pagine, lontane dal tono sistematico e vicino piuttosto a un gesto di auto-definizione, si intravede già l’idea di filosofia come diagnosi: non interpretazione dell’essere, ma clinica dell’attualità, attenzione alle tensioni che attraversano una società e alle forme che producono verità.
L’oggetto marginale come soglia epistemica
Ciò che appare marginale non è mai solo periferia: l’oggetto marginale diventa soglia epistemica quando l’osservatore assume la responsabilità di accoglierlo, trasformando ciò che era trascurato in nodo critico di riflessione, stimolo per il pensiero critico e apertura a nuovi orizzonti di conoscenza.
Quel che resta dell'ozio. Riflessioni sul vuoto che non riusciamo più a abitare.
Tra gite pianificate, selfie obbligatori e checklist di vacanza sempre aggiornate, sembra che il tempo non ci appartenga più. Ogni momento è già assegnato a un’attività, ogni pausa è una piccola performance da documentare. Ma se occupiamo tutto lo spazio con il fare, che spazio resta davvero per il pensiero, per quell’ozio che non produce nulla se non la possibilità di pensare?
Quanti “idioti” incontriamo oggi?
Sto leggendo L’idiota di Dostoevskij.
L’ape blu non ha un profilo LinkedIn. Eppure lavora
Una figura laterale, non produttiva, non visibile, non riconosciuta: l’ape blu attraversa silenziosamente i margini del mondo, sovvertendo con la sua sola esistenza l’imperativo della performance. In un’epoca che misura tutto, anche l’essere, questa creatura opaca restituisce senso a ciò che agisce senza apparire.
ἰοίην: desiderio e possibilità nell’oltre di Saffo
Che io possa andare oltre. Così si legge nel frammento 182 attribuito a Saffo, un verso solitario, una parola sospesa: ἰοίην. Una forma verbale al modo ottativo, carica del desiderio di un movimento possibile, ma non certo. Un’invocazione silenziosa, o forse un sussurro a se stessi. Quel verbo, al tempo stesso semplice ed enigmatico, non indica un luogo né una direzione; non specifica da dove si parte, né cosa si lasci alle spalle. Il suo significato sta tutto nell’atto stesso dell’andare, nel desiderio di oltrepassare qualcosa, nella tensione di un soggetto che sente urgente la necessità del passaggio.
Deriva filosofica. Per una pratica del pensiero come dislocazione.
Quando la filosofia si emancipa dalla sua funzione sistematica e si espone all'instabilità radicale dell'esperienza, si configura come un gesto eminentemente disorganizzante. Non più disciplina ordinatrice del sapere, non più metalinguaggio di fondazione, ma esercizio che intacca le regole di legittimità del discorso e dissolve le architetture cognitive con cui il reale si presenta come stabilizzato. La filosofia, in questa accezione, non è una lente che chiarifica, bensì una forza che agisce come sabotaggio delle evidenze: disfa le costellazioni semantiche, distorce le coordinate abituali, apre faglie nell'ordine del sensibile e del dicibile.
Conversazione con Carlo Rovelli
𝐔𝐧𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐑𝐨𝐯𝐞𝐥𝐥𝐢. - Una mia conversazione con Carlo Rovelli, fisico, saggista e divulgatore scientifico, un poeta. Laureato in Fisica all’Università di Bologna (dottorato all’Università di Padova) ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh (USA), e per il Centro di Fisica teorica dell’Università del Mediterraneo di Marsiglia. Studioso di fama mondiale, fondatore della gravità quantistica a loop, e responsabile dell’Équipe de gravité quantique dell’Università di Aix-Marseille. Si è dedicato anche alla storia e alla filosofia della scienza con il libro Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (Mondadori Università, 2011). Tra gli altri suoi libri, Che cos'è il tempo? Che cos'è lo spazio? (Di Renzo Editore, 2010), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose.
Chi è l’uomo? Tracce di una domanda inquieta.
Alla fine della sua tesi complementare sull’Antropologia dal punto di vista pragmatico di Kant, Michel Foucault pone una serie di domande che, più che concludere un lavoro accademico, aprono una linea di frattura. Ci si chiede, in quelle pagine, se sia possibile pensare un sapere sull’uomo che non presupponga già una struttura metafisica del soggetto; se la finitezza, tanto centrale nel pensiero moderno, sia davvero un fondamento o piuttosto un effetto; se l’antropologia possa costituirsi come una scienza critica, senza diventare una nuova teologia secolarizzata del soggetto.
Per un bene fragile e necessario. Una conversazione con Gianfranco Refosco intorno al concetto di formazione.
In un’epoca attraversata da mutamenti profondi e spesso disorientanti, la questione della formazione degli adulti non può più essere pensata solo in termini di riqualificazione o adeguamento al mercato del lavoro. Ciò che oggi è in gioco riguarda il senso stesso del vivere associato, il rapporto tra soggettività e sapere, il diritto a una cultura che accompagni le trasformazioni senza rinunciare alla complessità.