Shalmaneser: “computer capace di rivaleggiare con il cervello umano”

Shalmaneser, personaggio non umano, Supercomputer onnisciente e quasi onnipotente, campeggia nel romanzo di John Brunner 'Stand on Zanzibar', 1968 ('Tutti a Zanzibar', Editrice Nord, 1977). La sua presenza ingombrante e incombente è la costante nella complessa struttura del romanzo. Non un testo sequenziale, ma punti di vista differenti sulla vicenda narrata che si accumulano e si intersecano: contesto, flusso di eventi, sguardi sulla miriade di personaggi, aggiornamenti sugli stati del mondo.

Intervista ImPossibile a Roland Barthes (IIP #16)

L’autore è morto Roland Barthes è noto per aver insegnato a generazioni di lettori a diffidare di ciò che appare naturale. Il suo lavoro consisteva nello smontare i dispositivi che producono consenso. Barthes ha mostrato come il linguaggio racconta il mondo, ma allo stesso tempo lo organizza e lo semplifica spesso al prezzo di cancellarne i conflitti.

Ciò che dovrebbe rimanere segreto e nascosto e che invece viene alla luce

Freud ci parla di ciò che alberga in noi, ma vorremmo non ci fosse. Unheimlich, perturbante, inquiétante étrangeté, Uncanny, Unhomely, lo siniestro, lo ominoso, o infamiliar. Locus suspectus, intempesta nocte. Freud ci mostra un cammino, sia pur difficile, per combattere la paura che tutto questo affiori. Ci dice che solo accettando l'esistenza di questo inquietante possiamo conoscere noi stessi e quindi il mondo. Ma le nostre paure ci spingono a cercare una alternativa: costruire macchine -scatole nere- destinate a contenere l'inquietante.

WWW: Il web è una cosa strana

La verità (la praxia conduce alla verità) è che navigare (necesse est navigare) è diventato un dramma (anticipazione pragmatica dell'ultimo verso), se non attaccate all'USB del PC il cavo dell'elettroencefalografo (ironia pragmatica, non antifrastica), cioè se non fate funzionare il cervello, chi non ha intuito che il www sia divenuto un «symbolic outlet» (Bauman, con inversione sociologica distopica dei concetti utopici di «emotional outlet» e «creative outlets» di Barbara Fredrickson o Lisa Feldman Barrett), cioè una no-where zone in cui l'homo consumericius lipovetskyiano, riesca, con continui «sfoghi simbolici», a soddisfare l'eterna insoddisfazione del desiderio, sia condannato a osservare - come un anatomopatologo- la rete (web/rete da tennis [net]), inter-net, come Boris Beckett (onomastic portmanteau pragmatico), cioè Boris Becker/Samuel Beckett, en attendant Godot (in ethernet).

L'uso dannoso della IA è già in atto

Yoshua Bengio, considerato da molti uno dei padrini dell'intelligenza artificiale, è da tempo in prima linea nella ricerca sull'apprendimento automatico. Negli ultimi anni le sue opinioni sulla tecnologia sono cambiate. Non a caso è impegnato a spiegare quali possano essere i rischi posti dall'intelligenza artificiale e a suggerire cosa si potrebbe fare per sviluppare un'intelligenza artificiale più sicura e attenta ai bisogni dell'essere uano.

Perché l'introduzione acritica dell'intelligenza artificiale nelle scuole è un problema?

Le linee guida ministeriali parlano di "utilizzo etico", di "mitigazione dei rischi", ma questo linguaggio rischia di fare l'effetto della proverbiale foglia di fico, a nascondere le pudenda di un'operazione che non può per definizione essere etica, né mitigata in alcun modo nel momento in cui a portarla avanti è Big Tech. La professoressa Daniela Tafani ci aiuta a comprenderne le ragioni:

La Morte di Eros: Come la tecnologia sta eliminando l'attrito che ci rende umani

La Morte di Eros: Perché la comodità digitale ci sta estinguendo. Nel 1968, l'esperimento "Universo 25" dimostrò che l'abbondanza senza sfide porta all'estinzione sociale. Oggi, l'Intelligenza Artificiale ci offre una gabbia dorata simile: una vita senza dolore, senza sforzo e senza Eros. Un'analisi su come la tecnologia agisce come una "madre iperprotettiva" che atrofizza la nostra volontà e perché la vera ribellione del XXI secolo consiste nell'abbracciare la difficoltà.

The Tyranny of Purpose

Ethics is not a ritual, but an experiment—a collective effort to become more than any purpose can promise. The measure of transformation is not perfection, but willingness to keep faith with absent potential—the ongoing adventure of becoming what we are called to be.