Invito al viaggio

Invito al viaggio si rivela un ponte tra poesia, musica e filosofia: non descrive semplicemente un altrove, ma suggerisce che il vero viaggio è quello che conduce verso una trasformazione dello sguardo, della coscienza e della dimensione interiore.

In mare per ritornare a Itaca che forse non esiste più!

Una breve recensione sul libro di Andrea Pezzi, La nostra Odissea. L’ho acquistato e lo sto leggendo perché mi ha ricordato il mio libro NOSTROVERSO – Pratiche umaniste per resistere al Metaverso e il progetto della Stultiferanavis, metafora perfetta di un viaggio che non è verso un’Itaca del terzo millennio, perché Itaca forse non esiste più.

Futuro

Il presente non è che il futuro più vicino a noi, il primo momento del tempo sul quale possiamo incidere. Il futuro è implicito nell’ora -che vuol dire ‘stagione’- che stiamo vivendo. Sta a noi portarlo alla luce. Il senso del futuro è infatti questo: 'ciò che potrà essere se sapremo fare in modo che sia'.

Il Pensiero Critico come "Superpotere" Cognitivo

Il pensiero critico viene spesso presentato nel modo peggiore. Lo si riduce troppo spesso a "critica", cioè alla pratica di smontare pubblicamente gli errori e le opinioni altrui, assumendo un tono da correttori o da fact-checker professionali. Questa riduzione ha conseguenze concrete: trasforma il pensiero critico in un'attività prevalentemente reattiva, dove si risponde a ciò che è già stato detto per segnalarne le falle. La ‘critica’, per sua natura, arriva sempre dopo. E arriva con un atteggiamento che tende a mettere l'altro in posizione di inferiorità cognitiva. Non è un dialogo. È una correzione pubblica. Questo approccio genera resistenza, non apertura.

Un viaggio nelle contraddizioni umane: la lotta con l’Angelo

Non sono un biblista. La mia passione per la Bibbia e per le sue storie è nata ascoltando un progetto straordinario della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti di Rai Tre, che per un paio d’anni si dedicò alla lettura integrale della Bibbia e al commento del testo, con studiosi ebrei, cattolici e protestanti. Quando ascoltai la lettura del brano della Lotta ne rimasi folgorato: pochi versetti, poche parole, ma un richiamo potentissimo al sacro, al numinoso (direbbe Jung), a una dimensione spirituale capace di toccare anche un lettore laico come me.

La realidad virtual

Quiero pensar que los futuros entretenimientos de realidad virtual estarán regidos por instituciones públicas. ¿Se imagina el lector entrar en una caseta de juego, y no poder salir de ella hasta que el portero opte por apagar las luces?. De motu proprio el jugador nunca lo hará;  salvo que decida, improbablemente, que la realidad merece un descanso.

Un disperato sperare. A trent’anni dalla scomparsa di Sergio Quinzio

Il pensiero di Quinzio può contribuire alla lettura della crisi radicale del nostro tempo, alla luce di una capacità di esporsi al rischio, resistendo tenacemente al non-senso, e accogliendo la possibilità del fallimento della redenzione. Assumere il ritardo della salvezza significa vivere la fragilità umana restando consegnati all’attesa, sforzandoci di non smettere di tentare, nella speranza, a dare un senso al mondo.

Prendersi cura

La tecnologia sta cercando di imporre le sue regole, che i suoi teologi tendono a codificare in comportamenti etici, come se fossero scientifiche e, come tali, universali, trasmissibili e valide per tutti. L’etica della cura è fuori da queste regole prescrittive e definite, si deve confrontare sempre con comportamenti che cambiano, contesti in continua mutazione, circostanze mutevoli ed eventi imprevedibili. La cura ha origine da una scelta etica fondata sulla saggezza che aiuta a distinguere il bene dal male. Avere cura è agire per il bene, è una scelta opportuna, oggi sempre più necessaria. Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.

Coltivare l’attenzione

La tecnologia che ha cambiato il nostro mondo presente sarà con noi anche nel futuro prossimo venturo. Recuperata l’attenzione rubata e il tempo da essa sottratto, ci si potrà impegnare da cittadini attivi nella difesa della nostra attenzione, cercando di portare le tecnologie dell’attenzione dalla nostra parte, contribuendo alla definizione dei valori di cui dovrebbero farsi portatrici, in un mondo futuro nel quale la tecnologia è posta al servizio del Nostroverso. Nella consapevolezza che un’altra tecnologia è ancora possibile. - Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.

Reimparare ad ascoltare

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. Il conformismo non facilita l’ascolto, anzi lo trasforma in un problema, perché esso potrebbe svelare il vuoto, la superficialità, l’effimera ovvietà di tante verità rumorosamente esibite online, da influencer, piattaforme, individui che amano parlare (parlarsi addosso) e quasi mai sono disposti ad ascoltare.

Restare curiosi

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La narrazione sul Metaverso celebra la curiosità ma in modo ingannevole. Un conto è la curiosità del video-giocatore che vuole aprire una porta sospettoso che possa celare un nemico da abbattere, diversa è la curiosità di chi le porte le vuole aprire spinto dalla motivazione di andare oltre, scrutare attraverso, aprirsi al rischio e all’imprevedibilità esistenziale, per farsi cogliere dallo stupore, dall’inatteso e dalla meraviglia.

Superare la distanza con la presenza

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La distanza di cui parlo nel mio libro sopra citato è quella che definisce i mondi digitali delle piattaforme tecnologiche. Una distanza fisica, diversa da quella che caratterizza la lontananza tra due città o punti nello spazio, difforme dalla distanza ricercata perché ritenuta vitale per la propria sicurezza, distinta da quella imposta per legge o dalle regole di buon vicinato. La distanza sulla quale invito a riflettere non è neppure quella imposta per legge da governi spaventati per la viralità del Covid-19, ma quella che sperimentiamo quotidianamente nel nostro essere social e poco sociali, connessi ma senza legami, impegnati a messaggiare, ma incapaci ormai a dialogare e a conversare Vis a vis.

Io chi sono?

La domanda "chi sono" non è solo domanda privata, è domanda politica, storica, collettiva, è resistenza. In un'epoca che ha perso le coordinate, che corre senza sapere dove, che brucia senza illuminare e uccide senza sacrificare, chiedersi chi siamo è già un atto di rivolta.

Cronache di un detective bibliografico

Era la primavera del 1990, a Venezia. Ero "in Marciana", come si diceva tra noi studenti dello IUAV. Ormai ero arrivato veramente in fondo - quella era rifinitura. La tesi su territorialità e colonizzazione nel Marocco del Protettorato francese era praticamente finita: duecento e passa pagine su come i francesi avevano ri-costruito il loro mondo sopra quello marocchino, su Lyautey e Prost, sulle nouvelles villes accanto alle medine, sulla de-costruzione di una civiltà attraverso la "scienza urbanistica". Il mio relatore era Marcello Balbo. Il tema era nato da una fascinazione: capire come lo spazio coloniale fosse una territorialità artificiale impiantata sopra un'altra - quella marocchina, arabo-islamica - che veniva contemporaneamente de-costruita, marginalizzata, trasformata in "tradizionale" proprio nel momento in cui smetteva di essere l'unico modo possibile di abitare quel territorio. Avevo aperto con Fanon: "La città del colono è una città di cemento... La città del colonizzato è una città accovacciata, una città in ginocchio." Alla Marciana cercavo certi testi arabi tradotti in francese che non potevo più tornare a cercare in Francia. Non si potevano fare fotocopie. E quindi trascrivevo a mano, sul mio quadernone, parola per parola. La mano si stancava, i volumi pesavano, il silenzio era quello denso delle biblioteche vere. Era normale, allora. Quella normalità oggi sembra archeologia. Un paio di anni prima, ad Aix-en-Provence...

La Presenza di una Assenza

Una riflessione sulla speranza nei contesti di crisi, ispirata a Gabriel Marcel. La speranza non come attesa di un futuro migliore, ma come postura che resta davanti all’assenza senza colmarla, affrontando il presente senza illusioni.