Oltre Hormuz: La Rinascita del Suolo come Strategia di Sovranità Alimentare

Il presente report, inserito in una conservazione con Gemini AI, analizza la profonda vulnerabilità del sistema agricolo globale, evidenziata dalle recenti tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz (aprile 2026). Attraverso l'esame della filiera dei fertilizzanti sintetici — intrinsecamente legata alle rotte del gas naturale e ai colli di bottiglia logistici — la discussione si sposta verso la necessità di una nuova strategia agricola. Questa non deve limitarsi alla diversificazione dei fornitori, ma deve puntare a un cambio di paradigma: il passaggio da un'agricoltura "estrattiva" a una "circolare". L'integrazione di soluzioni come il biochar e lo studio della Terra Preta suggeriscono che la rigenerazione del suolo non è solo una scelta ecologica, ma una necessità strategica per garantire la resilienza e la sicurezza alimentare del futuro.

Da gendarme del mondo a pirata, a sconfitto!

Domani scade l’ennesimo ultimatum all’Iran, chiesto da un presidente Trump che ha dichiarato di volere riportare l’Iran (la Persia) all’età della pietra. Peccato che non si rifletta come l’età della pietra rischia di allargarsi ben oltre i confini persiani e danneggiare tutti, compresa la sonnolenta, impreparata e pavida Europa.

Il Colosseo in Tasca

Come la tua opinione nei Social Network è diventata carburante per una guerra che non hai dichiarato. Ed ecco che il tuo pacato commento viene letteralmente sbattuto davanti a persone che non solo non sono d’accordo con te, ma statisticamente hanno dimostrato di reagire con entusiasmo quando trovano qualcuno da contraddire. Come gli algoritmi da profitto dei Social Network stimolano lo scontro tra esseri umani.

La regola del più forte

Dopo la Seconda guerra mondiale la comunità internazionale ha cercato di costruire un sistema di regole capace di limitare la guerra e regolare i rapporti tra Stati. La Carta delle Nazioni Unite ha stabilito un principio fondamentale attraverso il quale gli Stati devono astenersi dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri paesi. Questo principio è stato spesso interpretato o aggirato dalle stesse potenze che ne avevano promosso l’adozione. Per questo, più che parlare di una semplice crisi delle regole democratiche, forse, sarebbe necessario interrogarsi su come il diritto internazionale conviva da decenni con gli equilibri di potere della politica globale.

La forma e la sostanza. Tecnologia, risorse e l'illusione della guerra risolutiva

In questi ultimi mesi, sollecitato da alcune persone che considero maestri, ho ripreso in mano i miei vecchi quaderni di carta. Ci sono dentro appunti, schizzi di ragionamento, frammenti di letture fatti nel tempo in cui non si scriveva ancora per pubblicare ma per capire. Ho pensato, con una certa immodestia che mi auguro almeno onesta, di farne un libro. So già come verrà inquadrato da chi abita il piano nobile del pensiero contemporaneo, quello che si estende all'incirca tra Porta Romana e il Duomo, con avamposti a Londra e San Francisco visitati una volta l'anno in business class. Costoro diranno "personal branding", con la sicurezza placida di chi ha trovato in due parole inglesi la chiave per interpretare qualunque gesto umano, dalla scrittura di un libro alla scelta di un caffè. Poi storpieranno entrambe le parole, ma con tale convinzione che la storpiatura diventerà, nel giro di qualche settimana, la pronuncia ufficiale nei coworking space in Gae Aulenti. Io non mi riconosco in questa lettura. O meglio: non posso escludere che contenga una parte di verità che preferisco non guardare troppo da vicino, ma di certo non ho intenzione di adottarne il vocabolario. Ho i miei quaderni, ho la lingua italiana, ho una certa diffidenza verso chiunque sia convinto che le idee viaggino meglio se avvolte nell'inglese come le caramelle nella loro pellicola di plastica colorata. Il fatto è che scrivere a partire dai quaderni è difficile. Difficile perché quegli appunti appartenevano a un pensiero in movimento, non a una tesi da difendere. Difficile perché il presente, mentre scrivo, non ha la decenza di aspettare. E difficile soprattutto perché quello che emerge dai quaderni, messo a confronto con ciò che accade fuori dalla finestra, rivela una continuità scomoda: le domande sono le stesse, i problemi sono gli stessi, le idee per cui si combatte sono le stesse. Forse è questo il motivo per cui vale ancora la pena di scrivere.

La guerra e l’illusione della supremazia. Una lezione dall’antico Egitto raccontata da Wilbur Smith

Una lezione fondamentale della storia militare insegna che la superiorità tecnologica permette di distruggere, ma non garantisce né il controllo del territorio né la stabilità politica. È la dinamica vista in Vietnam, Afghanistan, Somalia, Iraq, Libano, Gaza, e stiamo forse avviandoci ad allungare l’elenco. Le tecnologie avanzate permettono decapitazioni mirate della leadership, distruzione delle infrastrutture, dominio aereo e remoto del campo di battaglia, innumerevoli vittime. Ma il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine politico stabile e la chiusura reale di un conflitto seguono logiche diverse. Le forme della guerra cambiano, ma la competizione per le risorse rimane sempre la stessa. Nell’età del bronzo come oggi.

AI va in guerra

L’intelligenza artificiale è stata raccontata per anni come una tecnologia destinata soprattutto a migliorare la produttività, automatizzare compiti ripetitivi e accompagnare il lavoro umano come una sorta di copilota digitale. Ma questa narrazione, scrive Carola Frediani nella sua analisi pubblicata su Guerre di Rete, rischia di nascondere una trasformazione molto più profonda, l’ingresso dell’AI nel cuore delle infrastrutture militari contemporanee.

Viviamo dentro un ologramma globale?

Ciò che sta succedendo in Medio Oriente in questi giorni non è che l’ultima espressione di una realtà che ci appare e ci viene raccontata nella sua espressione finale, ma che in realtà è il risultato emergente che racchiude in sé tutti i possibili e le altre possibilità che sono andate perse quando lo stato emergente è diventato quello finale.

ICE: la costruzione del nemico interno

Negli Stati Uniti è in atto una mutazione dello Stato in senso apertamente autoritario, in cui un’agenzia amministrativa viene riconfigurata come forza di occupazione interna. L’Immigration and Customs Enforcement - ICE - non è più un apparato di controllo delle frontiere, ma è diventata un dispositivo di violenza politica, un laboratorio di guerra civile preventiva.

Abbiamo paura di Trump?

Al margine del World Economic Forum, Trump ha lanciato il suo "Board of Peace", un club internazionale alternativo all'ONU. Vi aderiscono diversi paesi arabi (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania Turchia, Indonesia, Qatar e Pakistan), insieme a Israele, Marocco, Bahrein, Ungheria, Armenia, Azerbaijan, Kazakhstan, Argentina e Bielorussia . L'Ungheria ha rotto il fronte europeo, mentre l’Italia si è detta "interessata". Sempre a Davos Jared Kushner ha poi presentato il "Master Plan" per Gaza: sicurezza, smilitarizzazione e un'economia "made in USA" fondata su turismo, trasporti ed energia. "Non c’è un piano B", ha detto, attribuendo ad Hamas la responsabilità di ogni possibile fallimento.

Si parte!

Quando nascono azioni ed iniziative che cercano di favorire la pace, troviamo il coraggio di sostenerle, di farle nostre: denunciamo chi lavora per la guerra, chi investe nella disuguaglianza, chi sfrutta ed opprime l’altro.