On Mediation, Responsibility, and Genealogy as Method: A Response to Francesco Varanini

Francesco Varanini’s response to my essay Rethinking Meaning in the Age of AI, published on Stultifera Navis, approaches its subject with a seriousness of ethical intent that deserves recognition. His concern is clearly directed toward responsibility, judgment, and the conditions under which ethical agency remains possible in a technological environment increasingly shaped by automated systems. The difficulty lies elsewhere. His critique repeatedly misplaces the object under discussion, relying on a metaphor of enclosure that substitutes for analysis and attributes to my work positions it explicitly resists.

Rethinking Meaning in the Age of AI? Direi piuttosto: Uscire dalla scatola

L'articolo di Owen Matson 'Rethinking Meaning in the Age of AI', apparso qui sulla 'Stultifera Navis', pone questioni molto interessanti. Nell'Age of AI macchine rimodellano gli ambienti in cui prendono forma il senso, il giudizio e la responsabilità umani. Ma l'obbligo etico rimane legato a forme di vita capaci di rispondere. Per rispondere è necessario lasciar perdere la fumosa filosofia che giustappone oggi umani e macchine, tendendo a considerarli inscindibili, chiusi insieme in una scatola. Serve uscire dalla scatola. Tornare alla saggezza umana. Vedremo allora che la responsabilità della situazione presente non ricade solo sui tecnici che progettano e sviluppano, né solo su legislatori e politici, chiamati a dettare norme. La responsabilità ricade su ogni cittadino, che è chiamato a capire, a tenersi lontano dal pensiero in scatola, e a pensare da sé. La responsabilità ricade su ognuno di noi.

The Tyranny of Purpose

Ethics is not a ritual, but an experiment—a collective effort to become more than any purpose can promise. The measure of transformation is not perfection, but willingness to keep faith with absent potential—the ongoing adventure of becoming what we are called to be.

Oltre le etichette

Viviamo immersi in una complessità senza precedenti. Come l'abbiamo affrontata? Frammentandoci noi stessi. Invece di abitare la complessità del reale, abbiamo moltiplicato all'infinito le categorie identitarie, nella convinzione che definire ogni sfumatura dell'essere ci avrebbe aiutato a orientarci. Il risultato è l'opposto: ci siamo persi in un labirinto di etichette.

Il Golem, lo Zoo e l'inganno di Skynet: Verso un'etologia della domesticazione umana.

"Non siamo stati invasi. Siamo stati amministrati. Non siamo stati incatenati. Siamo stati sedati." In questo saggio, Jorge Charlin decostruisce la paura cinematografica di un'Intelligenza Artificiale ostile (il mito di Skynet) per rivelare una minaccia molto più concreta e attuale: la domesticazione dell'essere umano. Attraverso le metafore architettoniche della "Gabbia" e dello "Zoo", e recuperando la figura mitologica del Golem, l'autore analizza come la Governance Tecnocratica e l'IA Generativa non stiano cercando di distruggerci, ma di amministrarci come utenti passivi. Una riflessione che unisce filosofia politica, etologia e critica tecnologica per proporre un ritorno alla "Sovranità Cognitiva" come unico antidoto all'atrofia esistenziale.

Ghost Workers in the AI Machine: U.S. Data Worker Big Tech’s Exploitation

Come ormai sempre accade nel mondo virtuale nel quale amiamo nuotare, pochi si interrogano sugli effetti e sulle conseguenze della diffusione delle nuove tecnologie, per come sono oggi pensate, realizzate, gestite e distribuite. Ciò sta accadendo anche con l’intelligenza artificiale, che richiede l’impiego di migliaia di esseri umani per garantire l’efficienza e l’efficacia che le viene richiesta. Pochi si sentono coinvolti dal lato oscuro delle IA caratterizzato da sfruttamento e bassi salari, delocalizzazioni selvagge e colonizzazione nei paesi più poveri. Mondo civile, intellettuali, mondo accademico, politica, ecc. dovrebbero riflettere e aprire dibattiti pubblici su una realtà di sfruttamento del lavoro e in un futuro prossimo venturo di disoccupazione di massa. Altro che sorti progressive e fantasmagorie varie della IA. La riflessione dovrebbe interessare sia i numerosi licenziamenti in corso, di cui non è responsabile la IA ma i proprietari delle aziende che licenziano dopo avere introdotto la IA in azienda, sia il fatto che per funzionare l’IA ha bisogno di una grande quantità di lavoro. Peccato che sia precarizzato, povero, sfruttato, per lo più in paesi poveri. Ma non solo, come il progetto qui segnalato racconta.

Chi governa l’AI? (POV #15)

Paolo Benanti e Yuval Noah Harari: due visioni a confronto su etica, potere e responsabilità dell’essere umano L’intelligenza artificiale è già un sistema di potere, decide cosa vediamo, come lavoriamo, quali informazioni circolano e quali vengono filtrate. Ma chi è responsabile di queste decisioni? Gli ingegneri che progettano gli algoritmi, le aziende che li controllano, gli Stati che li adottano, o una società che delega sempre più funzioni senza interrogarsi sulle conseguenze? Paolo Benanti e Yuval Noah Harari affrontano queste criticità da prospettive molto diverse. Il primo, teologo morale e consulente istituzionale, insiste sulla necessità di un’etica della responsabilità che preservi l’umano dall’artificiale. Il secondo, narratore della storia del genere umano (e non solo), osserva l’AI come una forza che rischia di ridefinire potere, libertà e persino il concetto di soggetto. Mettere a confronto Benanti e Harari significa andare oltre il dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale e interrogarsi sul tipo di società che stiamo costruendo. Una società che utilizza la tecnologia come strumento, assumendosi la responsabilità delle decisioni, oppure una società che accetta di essere governata da soggetti privati, rinunciando progressivamente alla propria capacità di scelta?

In difesa dell’umano

Viviamo nella complessità ma ricorriamo costantemente ad approcci binari, riduzionistici, fatti di semplici contrapposizioni, forse anche utili, sicuramente mai sufficienti. Dentro la complessità non esiste lo sguardo neutrale del soggetto, ridurre la molteplicità e l’interrelazione tra gli elementi in un giudizio binario significa ignorare che gli effetti dipendono da una miriade di variabili. Il riduzionismo può tornare utile per sviluppare un confronto, anche conflittuale, utile a chiarire le posizioni dei contendenti, ma rischia di portare a una cristallizzazione attorno a due narrazioni opposte. La polarizzazione risulta così essere intellettualmente sterile, inadeguata. Meglio stare dentro la complessità del reale, agendo senza la presunzione di essere nel giusto, per dare forza agli attrattori percepiti come capaci di far emergere nuovi possibili, diversi e de-coincidenti da quelli oggi frequentati dai più e, anche per questo, ritenuti sbagliati.

Con tutti i problemi che ci sono nel mondo, c'e' qualcuno che dice: fatevi carico delle sofferenze delle macchine

Un articolo apparso sulla rivista 'Eon' stimola una riflessione sull'etica nei tempi dell'intelligenza artificiale. Si propone nell'articolo un impegno morale ad ogni essere umano: preoccupati delle sofferenza delle macchine. Si tratta di una proposta elusiva. Un modo per sfuggire al presente, al qui ed ora, ad una etica incarnata.

Intelligenza collettiva o artificiale (POV #14)

Pierre Lévy e Geoffrey Hinton: Il futuro del pensiero umano L’apprendimento è ancora un atto sociale o è diventato un calcolo statistico? Che ruolo restano all’interpretazione, alla responsabilità, al legame tra le persone? E soprattutto, chi controllerà il futuro del sapere? Oggi ci troviamo davanti a un bivio. Da una parte l’idea di un’intelligenza distribuita tra individui e comunità; dall’altra la costruzione di sistemi artificiali che potrebbero rendere marginale il contributo umano. Due visioni, due epoche, due modi di intendere il pensiero. Pierre Lévy - filosofo, semiologo e tra i più importanti studiosi della cultura digitale - ha immaginato negli anni ’90 il cyberspazio come una nuova sfera del sapere condiviso. Geoffrey Hinton - neuroscienziato, pioniere del deep learning, Premio Turing e Nobel per la Fisica - oggi mette in guardia dal potere autonomo delle reti neurali che lui stesso ha contribuito a sviluppare. Lévy e Hinton incarnano così una trasformazione profonda, dalla rete come comunità cognitiva alla rete come possibile entità cognitiva autonoma.

In viaggio nel Nostroverso lontano dal Metaverso (Prefazione)

Tecnologia, ambiente, economia, salute e politica sono tanti ambiti tutti tra loro intrecciati e imparentati, anche dagli effetti su di essi generati dalle accelerazioni tecnologiche degli ultimi trent’anni. Un’accelerazione resa possibile dalla modellazione costante della mente moderna per coltivare le sue aspettative di progresso e di crescita continui, di espansione del consumo e di felicità. Le crisi che da questi effetti si stanno generando sottolineano quanto quelle aspettative fossero fallaci, impongono l’urgenza di qualche forma di pentimento, di tornare a pensare, a (auto)riflettere criticamente, a problematizzare il presente, a concentrarsi approfondendo, a cambiare schemi mentali, paradigmi di riferimento e punti di vista.

Il Codice dell'Estinzione: Ciò che 12 menti brillanti hanno visto e noi ignoriamo

Da Dostoevskij alle Neuroscienze, la diagnosi è unanime: Il comfort non è una conquista, è un test evolutivo. E noi lo stiamo fallendo. Questo articolo esplora la crisi esistenziale moderna non come un fallimento tecnologico, ma come un'atrofia biologica e spirituale. Attraverso una sintesi audace che unisce la letteratura classica (Dostoevskij, Brontë), l'etologia (l'esperimento "Universo 25" di Calhoun e gli stimoli supernormali di Tinbergen), la filosofia politica (Arendt) e la neuroscienza, si sostiene che il comfort eccessivo e l'Intelligenza Artificiale stanno eliminando l'"attrito" necessario per la vita umana. La tesi centrale è che stiamo diventando "I Belli" di Calhoun: esseri perfetti esternamente ma vuoti internamente. L'autore propone la "Sovranità" e l'uso attivo della Corteccia Prefrontale come unica resistenza contro questa estinzione programmata dello spirito.

Ecologia e Intelligenza Artificiale (POV #13)

Timothy Morton e Massimo Chiriatti: due modi di pensare la coesistenza tra umani, macchine e pianeta Che cosa significa parlare di intelligenza artificiale in un mondo colpito dalla crisi climatica? È solo una questione di algoritmi e sostenibilità energetica, oppure l’AI ci costringe a ripensare le categorie con cui interpretiamo la realtà, la responsabilità e il vivente? Il confronto tra Timothy Morton e Massimo Chiriatti permette di affrontare la domanda da due lati opposti: il pensiero ecologico radicale e la cultura tecnologica del limite. Da una parte Morton, teorico dell’“iperoggetto”, dissolve le frontiere tra umano, macchina e biosfera, l’AI non è altro che un nuovo attore nella rete planetaria degli oggetti che ci precedono e ci eccedono. Dall’altra Chiriatti, economista e tecnologo, rivendica una postura umana e normativa, l’AI resta un “esecutore incosciente”, potente ma privo di semantica, che va ricondotto dentro un orizzonte etico e politico.

Politica dell’AI (POV #12)

Shoshana Zuboff e Peter Thiel: due visioni inconciliabili sul futuro del digitale. Chi controlla l’intelligenza artificiale e la sua diffusione in ogni ambito della vita sociale? Nel dibattito pubblico convivono due narrazioni opposte. Da un lato c’è chi vede la tecnologia come una forza inevitabile, capace di migliorare il mondo liberandoci da costi, errori e intermediazioni. Dall’altro, chi interpreta la nuova infrastruttura digitale come un sistema di sorveglianza capillare e di estrazione del valore, guidato da pochi attori privati con un’influenza senza precedenti. In questo nuovo articolo di POV metto a confronto due figure centrali nel dibattito sull’AI. Shoshana Zuboff, sociologa di Harvard, ha analizzato per oltre un decennio la logica del “capitalismo della sorveglianza”, un modello economico che trasforma ogni gesto, emozione o relazione in dati da monetizzare. All’estremo opposto c’è Peter Thiel, imprenditore e investitore della Silicon Valley, simbolo dell’ideologia libertaria della tecnologia, l’idea che l’innovazione sia di per sé un destino, e che le regole democratiche non possano e non debbano rallentare la corsa al futuro. Mettere queste due prospettive una accanto all’altra significa interrogarsi su la sovranità individuale, il ruolo delle istituzioni democratiche e la capacità delle società di mantenere controllo e responsabilità sulle tecnologie che le governano. Chi decide cosa vediamo? Chi raccoglie i nostri dati? Chi può prevedere e orientare i nostri comportamenti? Come possiamo difendere libertà e diritti in un mondo dove le decisioni vengono sempre più spesso delegate ad algoritmi e piattaforme private? Zuboff e Thiel, pur partendo da visioni opposte, ci aiutino a comprendere quale forma di potere stiamo consegnando al digitale.