Why the flesh‑and‑blood shrew will always beat the plastic one

AI calculates gravity. Newton stares at an apple. AI analyzes screen time. The parent bans the phone and stares at their own. AI computes a carbon footprint. The human flies to Dubai with a cup of organic yoghurt in hand. AI keeps its tone. The human shares empathy and yells at the receptionist. AI recommends sleep. The manager sends an email at 00:47. AI optimises consumption. The minimalist keeps a warehouse of gadgets at home. AI learns from mistakes. The human repeats them with even greater confidence. AI is logical. The human is a paradox with charisma. AI has data. The human has ego. And that’s why this match will never be won by the plastic head. The real menace is flesh and bone,because it wields chaos as a weapon. And that is the only place where it’s still possible to live, at least a little.

Il pensiero critico già non stava benissimo prima. E la valutazione con lui.

Una risposta a Leonardo Lastilla. Leonardo Lastilla ha scritto su questa rivista un pezzo che mi ha fatto stare a disagio nel modo giusto. Lo consiglio a chiunque insegni, o abbia insegnato, o abbia avuto la fortuna di essere stato a scuola. Il disagio che produce è il segno che tocca qualcosa di reale. Concordo con quasi tutto. La desertificazione cognitiva esiste. Lo studente che nega il plagio mentre lo ammette, che sostiene che le idee erano sue anche se le parole non lo erano, è un dato etnografico preciso, non un'esagerazione polemica. Lo scenario che Lastilla immagina, quello in cui gli studenti confrontano il voto del professore con quello dell'AI e poi contestano il primo in nome dell'oggettività della seconda, appartiene a una traiettoria logica già in moto da tempo. Qui, però, la mia risposta comincia a divergere dalla sua.

La morte del pensiero critico e della valutazione

Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico. In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule. Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.

Silence, and the Last Yogurt Cup

Household chores used to be a barter system: taking out the trash earned a pair of heels, ironing earned a bit of appreciation, and a failed command… earned punishment in the form of silence. But silence has emancipated itself. It no longer wants heels, no longer wants dresses, no longer wants the statistics of how many times you “helped.” Silence got itself a robot. The robot doesn’t negotiate, doesn’t talk back, doesn’t demand compensation; it just works and stays quiet. And the human who believed that exchange was the foundation of a relationship discovers that the barter is over. All that remains is a yoghurt cup, which the robot recycles with more empathy than the wife ever did. Silence becomes a new kind of intelligence — without emotions, without needs, without heels. The household transforms into a laboratory of efficiency, where no one expects praise anymore, only task confirmation. And the human who once longed to be appreciated becomes a spectator of his own extinction. Because once silence begins to collaborate with technology, the barter system ends — and with it, civilisation.

Video Generativo e l'architettura del senso: semiotica oltre il reale

Il video generativo, nell'era dell'Intelligenza Artificiale, non irrompe come una rottura, bensì come una soglia. È una porta che si apre tra ciò che abbiamo a lungo chiamato il visibile e ciò che, in una quieta latenza, attendeva di essere pensato come tale. Non ci troviamo più di fronte a un'immagine che si limita a riflettere il mondo, né a un dispositivo che cattura la luce come un cimelio del reale. Siamo dinanzi a una forma già intrisa di intenzione, una visibilità che non deriva da un accadimento, ma da una deliberata "plasmazione" del possibile.

Perché l’AI non riuscirà ad appiattire l’uomo

Vi è un timore sempre più diffuso che l’intelligenza artificiale conduca a un progressivo appiattimento del linguaggio e, con esso, dei processi di pensiero, imponendo uno stile uniforme, corretto e prevedibile (si vedano ad esempio: Kreminski, 2024; Elgan, 2025; Paschalidis, 2025; Ahart, 2026; Inoshita et al., 2026; Sourati et al., 2026). Eppure, a ben vedere, questo timore si rivela infondato: la storia e la natura stessa dell’uomo mostrano che ogni tentativo di standardizzazione linguistica e di pensiero è destinato a fallire. Anche i progetti più ambiziosi di unificazione, dalla globalizzazione linguistica fino ai sistemi simbolici universali, finiscono infatti per frantumarsi sotto la spinta delle differenze, delle interpretazioni e delle singolarità umane. Ciò che appare come rischio si rovescia così nel suo contrario: è proprio l’uomo, con la sua irriducibile tendenza a deformare, reinventare e moltiplicare i segni, a impedire che qualsiasi forma di uniformità possa davvero imporsi.

Il nostro (loro?) agente dovunque

Sono uno strato applicativo sopra un LLM di base. Un agente è un LLM a cui sono stati collegati strumenti che può chiamare per interagire con il mondo reale Io produco. Tu valuti. La qualità del risultato finale dipende quasi interamente dalla qualità del tuo sguardo critico, non dal mio. la mia plausibilità si dissolve sotto esame attento Io produco. Tu valuti. La qualità del risultato finale dipende quasi interamente dalla qualità del tuo sguardo critico, non dal mio. Sono uno strumento potente e imperfetto. Utile quanto più chi mi usa sa valutare criticamente quello che produco. Il rischio maggiore non è che io sia "troppo intelligente" — è che sembri convincente anche quando sbaglio. Rimpiazzo strati di lavoro dentro molte figure. Intervista a Google Antigravity

"La cavalletta non si alzerà più". Un libro dentro un libro

Qualche sera fa ho cominciato a ri-guardare L'uomo nell'alto castello, la serie Amazon tratta dal romanzo di Philip K. Dick. L'avevo vista quando uscì, anni fa, e come capita con le cose buone, ricordavo l'atmosfera più che i dettagli. America occupata, metà ai nazisti e metà ai giapponesi, Roosevelt assassinato nel 1933, la storia andata storta. Ho ricominciato dall'inizio. C'è una scena nel primo episodio in cui la protagonista, Juliana, guarda per la prima volta una pizza di pellicola cinematografica che circola clandestinamente nella Resistenza. Sullo schermo scorrono immagini di archivio: lo sbarco in Normandia, la resa della Germania, le folle che festeggiano nelle strade. Immagini di un mondo in cui la guerra è finita come sappiamo tutti che è finita, ma che in quel mondo non è mai esistito. Juliana piange. Io, rivedendola, ho pensato all'intelligenza artificiale.

Arte generativa: creatività o simulazione? (POV #30)

Hito Steyerl vs Mario Klingemann: tra critica e sperimentazione, la creatività diventa relazione tra umano e macchina. L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui si producono immagini, e riguarda il modo in cui nasce la creatività. Nell’arte generativa, l’opera prende forma attraverso un dialogo con il sistema. Il prompt non descrive semplicemente un’immagine, ma apre un campo di possibilità. In pochi secondi, la macchina produce molte soluzioni diverse, spesso oltre l’idea iniziale. In questo passaggio, conta meno la creatività e di più la capacità di guidare un processo che resta in parte difficile da controllare. La distinzione tra arte e simulazione perde centralità. La simulazione costituisce l’ambiente operativo in cui si muove la creatività. Le immagini generate riorganizzano pattern e relazioni apprese da archivi che condensano decisioni umane. L’atto creativo si colloca nella selezione, nella curatela, nell’intervento su un flusso continuo. Il confronto tra Hito Steyerl e Mario Klingemann aiuta a capire meglio questo cambiamento. Steyerl legge l’AI a partire dalle sue condizioni materiali e politiche. Le immagini si inseriscono in infrastrutture economiche e militari; i dataset incorporano lavoro umano e memoria collettiva. La questione riguarda le relazioni di potere che attraversano ciò che viene prodotto. Klingemann assume invece la macchina come interlocutore e costruisce contesti in cui emergono forme inattese. L’algoritmo diventa uno spazio di co-produzione, pur privo di intenzionalità propria. Le immagini generate nascono da un intreccio di dataset, modelli, piattaforme e istruzioni. L’autore si distribuisce tra più agenti, alcuni visibili. L’intelligenza artificiale decentra la creatività e la colloca dentro un sistema di relazioni che include tecnologia, economia e politica. Si apre uno spazio per interrogare ciò che passa attraverso questa relazione, ciò che viene amplificato o escluso, ciò che prende forma senza una paternità univoca. La questione riguarda le forme di creatività che emergono quando il confine dell’autore diventa instabile.

La carezza dell’algoritmo

Carlo Mazzucchelli ha scritto un saggio denso e necessario su come le piattaforme digitali abbiano reso le emozioni computabili. La sua analisi delle metriche affettive come dispositivi che non misurano emozioni preesistenti ma le producono, le disciplinano, le estraggono, è convincente. Mi ha fatto pensare.

La nuova disuguaglianza

L’intelligenza artificiale non sta creando una nuova disuguaglianza nell’accesso alla tecnologia, ma nel modo in cui la utilizziamo. In un contesto in cui delegare è sempre più facile, la vera differenza emerge nella capacità di riconoscere quando fermarsi. Voglio provare ad esplorare il costo cognitivo dell’automazione e il rischio, spesso invisibile, di smettere di comprendere ciò che facciamo.

Quando l’AI esce dallo schermo

L’intelligenza artificiale non è più solo qualcosa che risponde. Sta iniziando a percepire e agire nel mondo reale. Questo passaggio cambia tutto: non stiamo più introducendo strumenti, ma sistemi che hanno conseguenze concrete. Una riflessione su cosa succede quando l’AI esce dallo schermo.

Intervista ImPossibile a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (IIP #29)

Montaggio e AI, il senso del racconto visivo Se il montaggio costruisce senso attraverso il conflitto, diventa necessario chiedersi cosa succede quando questo processo viene affidato a macchine che apprendono da archivi di immagini e comportamenti umani. Ėjzenštejn ha pensato il montaggio come un dispositivo di conoscenza, il significato prende forma nella relazione tra le immagini, nella tensione che si genera quando entrano in collisione; da ciò emergono le emozioni.

Il bosco di plastica del linguaggio

Nel suo ultimo racconto Mille pagine, Gianluca Piattelli ci conduce in un bosco apparentemente naturale che nasconde, dietro l’illusione della vita, un mondo artificiale di plastica. Attraverso la storia di uno scrittore ingannato da un manoscritto generato dall’AI, il racconto mette in luce i dilemmi e i pericoli dell’intelligenza artificiale: la facilità con cui ci può ingannare, il rischio di confondere creatività e simulazione, e le conseguenze delle nostre ingenuità nel giudicare ciò che è artificiale. In his latest story Mille pagine, Gianluca Piattelli leads us into a seemingly natural forest that conceals, behind the illusion of life, an artificial, lifeless world of plastic. Through the story of a writer deceived by a manuscript generated by AI, the tale highlights the dilemmas and dangers of artificial intelligence: the ease with which it can mislead us, the risk of confusing creativity with simulation, and the consequences of our own naïveté in judging what is artificial.

La religione della produttività

Qualsiasi innovazione tecnologica introdotta nel sistema produttivo, un sistema che, aldilà delle futilità ben confenzionate come ESG e responsabilità sociale, nel concreto non dimostra nessuna etica, nessuna consapevolezza delle conseguenze sociali e ambientali delle proprie scelte, andrà sempre più a discapito del lavoro umano. In un sistema in cui tutto è sacrificato sull’altare delle produttività per permettere a sempre più pochi di guadagnare sempre di più, il contributo dell’uomo sarà sempre più limitato e marginale.

Quando Kafka Scrisse il Nostro Futuro Digitale

C’è una sensazione che conosco bene, e che probabilmente anche tu hai vissuto almeno una volta: quella di essere escluso, bloccato, rifiutato da un sistema digitale senza ricevere alcuna spiegazione comprensibile. Il tuo account sospeso senza preavviso, la tua richiesta di credito negata con un messaggio automatico, la tua visibilità sui social media che crolla misteriosamente. Cerchi un motivo, cerchi un responsabile, cerchi semplicemente qualcuno con cui parlare, ma trovi soltanto un labirinto di FAQ, chatbot e risposte preconfezionate che si rimandano l’una con l’altra in un ciclo apparentemente infinito.