La forma e la sostanza. Tecnologia, risorse e l'illusione della guerra risolutiva

In questi ultimi mesi, sollecitato da alcune persone che considero maestri, ho ripreso in mano i miei vecchi quaderni di carta. Ci sono dentro appunti, schizzi di ragionamento, frammenti di letture fatti nel tempo in cui non si scriveva ancora per pubblicare ma per capire. Ho pensato, con una certa immodestia che mi auguro almeno onesta, di farne un libro. So già come verrà inquadrato da chi abita il piano nobile del pensiero contemporaneo, quello che si estende all'incirca tra Porta Romana e il Duomo, con avamposti a Londra e San Francisco visitati una volta l'anno in business class. Costoro diranno "personal branding", con la sicurezza placida di chi ha trovato in due parole inglesi la chiave per interpretare qualunque gesto umano, dalla scrittura di un libro alla scelta di un caffè. Poi storpieranno entrambe le parole, ma con tale convinzione che la storpiatura diventerà, nel giro di qualche settimana, la pronuncia ufficiale nei coworking space in Gae Aulenti. Io non mi riconosco in questa lettura. O meglio: non posso escludere che contenga una parte di verità che preferisco non guardare troppo da vicino, ma di certo non ho intenzione di adottarne il vocabolario. Ho i miei quaderni, ho la lingua italiana, ho una certa diffidenza verso chiunque sia convinto che le idee viaggino meglio se avvolte nell'inglese come le caramelle nella loro pellicola di plastica colorata. Il fatto è che scrivere a partire dai quaderni è difficile. Difficile perché quegli appunti appartenevano a un pensiero in movimento, non a una tesi da difendere. Difficile perché il presente, mentre scrivo, non ha la decenza di aspettare. E difficile soprattutto perché quello che emerge dai quaderni, messo a confronto con ciò che accade fuori dalla finestra, rivela una continuità scomoda: le domande sono le stesse, i problemi sono gli stessi, le idee per cui si combatte sono le stesse. Forse è questo il motivo per cui vale ancora la pena di scrivere.

La guerra e l’illusione della supremazia. Una lezione dall’antico Egitto raccontata da Wilbur Smith

Una lezione fondamentale della storia militare insegna che la superiorità tecnologica permette di distruggere, ma non garantisce né il controllo del territorio né la stabilità politica. È la dinamica vista in Vietnam, Afghanistan, Somalia, Iraq, Libano, Gaza, e stiamo forse avviandoci ad allungare l’elenco. Le tecnologie avanzate permettono decapitazioni mirate della leadership, distruzione delle infrastrutture, dominio aereo e remoto del campo di battaglia, innumerevoli vittime. Ma il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine politico stabile e la chiusura reale di un conflitto seguono logiche diverse. Le forme della guerra cambiano, ma la competizione per le risorse rimane sempre la stessa. Nell’età del bronzo come oggi.

AI va in guerra

L’intelligenza artificiale è stata raccontata per anni come una tecnologia destinata soprattutto a migliorare la produttività, automatizzare compiti ripetitivi e accompagnare il lavoro umano come una sorta di copilota digitale. Ma questa narrazione, scrive Carola Frediani nella sua analisi pubblicata su Guerre di Rete, rischia di nascondere una trasformazione molto più profonda, l’ingresso dell’AI nel cuore delle infrastrutture militari contemporanee.

Viviamo dentro un ologramma globale?

Ciò che sta succedendo in Medio Oriente in questi giorni non è che l’ultima espressione di una realtà che ci appare e ci viene raccontata nella sua espressione finale, ma che in realtà è il risultato emergente che racchiude in sé tutti i possibili e le altre possibilità che sono andate perse quando lo stato emergente è diventato quello finale.

ICE: la costruzione del nemico interno

Negli Stati Uniti è in atto una mutazione dello Stato in senso apertamente autoritario, in cui un’agenzia amministrativa viene riconfigurata come forza di occupazione interna. L’Immigration and Customs Enforcement - ICE - non è più un apparato di controllo delle frontiere, ma è diventata un dispositivo di violenza politica, un laboratorio di guerra civile preventiva.

Abbiamo paura di Trump?

Al margine del World Economic Forum, Trump ha lanciato il suo "Board of Peace", un club internazionale alternativo all'ONU. Vi aderiscono diversi paesi arabi (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania Turchia, Indonesia, Qatar e Pakistan), insieme a Israele, Marocco, Bahrein, Ungheria, Armenia, Azerbaijan, Kazakhstan, Argentina e Bielorussia . L'Ungheria ha rotto il fronte europeo, mentre l’Italia si è detta "interessata". Sempre a Davos Jared Kushner ha poi presentato il "Master Plan" per Gaza: sicurezza, smilitarizzazione e un'economia "made in USA" fondata su turismo, trasporti ed energia. "Non c’è un piano B", ha detto, attribuendo ad Hamas la responsabilità di ogni possibile fallimento.

Si parte!

Quando nascono azioni ed iniziative che cercano di favorire la pace, troviamo il coraggio di sostenerle, di farle nostre: denunciamo chi lavora per la guerra, chi investe nella disuguaglianza, chi sfrutta ed opprime l’altro.

L'etica oggi, in tempo di guerra. La lezione di Edward Bond

L’arte ha molto da insegnare: il libero sguardo dell’artista ci permette di osservare, per differenza, la miopia e la falsa coscienza dei politici, dei tecnici, degli imprenditori e dei manager. E anche la miopia di ognuno di noi. Il linguaggio dell’arte riguarda in modo speciale chi, in ambito aziendale, si trova a lavorare con le persone, e per le persone. Tra le arti, peculiare è il caso del teatro. L’analogia tra la scena teatrale e la scena sulla quale viviamo quotidianamente la nostra vita è evidente. Avendo in mente temi attualissimi: guerra, disagio sociale, senso di impotenza, neoliberismo, capitalismo finanziario, lasciamo la parola al drammaturgo inglese Edward Bond.

Rendere invisibile un genocidio

Non è il silenzio che colpisce, ma la retorica che si sostituisce alla verità. Gaza viene distrutta, centimetro per centimetro, ma nei giornali, nei telegiornali, e nei comunicati delle cancellerie di stato si parla d’altro. Si parla di “conflitto”, come se ci fosse simmetria tra chi bombarda e chi fugge. Si parla di “reazione”, come se la distruzione sistematica di una popolazione potesse essere iscritta nel diritto alla difesa. Nessuno parla di genocidio. Non è un termine vietato, ma è come se lo fosse: troppo preciso, troppo compromettente. È questa la forma più moderna della menzogna: non negare i fatti, ma sbriciolarli. Isolarli. Disinnescarli. Una bomba su un ospedale diventa “un episodio”; cento bambini morti, “una tragedia”; la fame imposta, “una crisi umanitaria”. Le parole diventano prudenti, sfumate, come se avessero paura. O come se sapessero troppo.

Il peccato originale dell'Europa

C'è qualcosa di profondamente sbagliato nell'attuale momento storico. Mentre i nostri smartphone ci connettono al mondo e la medicina allunga la vita, l'Europa sceglie di investire massicciamente nel riarmo, ignorando milioni di giovani senza certezze e un tessuto sociale che si sta logorando. Ogni missile comprato è un reparto di oncologia negato, ogni aereo una borsa di studio persa. Questa è la cruda realtà di una politica che, in nome della "sicurezza", disinveste nell'unica vera garanzia per il futuro: il benessere collettivo.

Il nome delle cose: Gaza, il linguaggio, il crimine

Mentre Gaza viene spazzata via sotto gli occhi del mondo, il linguaggio si piega, si addomestica, si fa complice. “Danno collaterale” è l’etichetta sterile con cui si occultano massacri, dolori, crimini. Questo articolo non intende spiegare, ma smascherare: parole, retoriche, omissioni. Non parla da esperto, ma da cittadino che rifiuta l’anestesia morale. Con rigore e senza indulgenze, denuncia la disinformazione dilagante, l’ignoranza diffusa e l’ipocrisia istituzionalizzata. E richiama, con voce ferma, l’urgenza di una resistenza culturale, anche – e soprattutto – laddove il silenzio appare più comodo della verità. Perché alcune parole uccidono. Altre possono ancora salvare.