Tempo, memoria e alienazione nell’era digitale (POV #10)

Hartmut Rosa e Franco “Bifo” Berardi: Il tempo che viviamo è ancora nostro o è già delle macchine? Viviamo in un’epoca che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Le macchine non si limitano più a potenziare le nostre capacità: hanno trasformato il ritmo stesso dell’esistenza. Il risultato è uno scarto crescente tra la velocità del mondo e la lentezza interiore dell’essere umano, intrappolato in un presente che non concede pause né occasioni di approfondimento. Su questo si confrontano due autori del pensiero europeo contemporaneo, Hartmut Rosa e Franco “Bifo” Berardi. Rosa, sociologo tedesco, legge la modernità come un regime di accelerazione totale che investe la tecnologia, la comunicazione, il lavoro e perfino le relazioni affettive. Il suo antidoto è la risonanza, una forma di riconnessione con il mondo, un modo per tornare a sentire e vivere il tempo, non solo a misurarlo. Berardi, filosofo e attivista italiano, parte dallo stesso punto di partenza ma ne scaturisce un pensiero. La società digitale ha spinto l’attenzione e l’emotività umane oltre il limite biologico. La salvezza non sta nel rallentare il mondo, ma nel rallentare noi stessi, nel coltivare una lentezza affettiva che restituisca alla sensibilità il suo valore sovversivo. Entrambi parlano dello stesso male, la perdita di esperienza. In un tempo dominato dal flusso continuo di stimoli, informazioni e automatismi, non abbiamo più lo spazio necessario per trasformare ciò che viviamo in memoria, pensiero, significato.

El hombre que està solo y espera

Una riflessione estemporanea elaborata da una mente non ancora del tutto sveglia ma già attiva nel comporre ciò che poi si è tramutato in scrittura. Una riflessione nata dalla lettura serale (appena iniziata) di un libro (Sopra eroi e tombe) di Ernesto Sabato, pubblicato di recente e subito acquistato.

Il lavoro, la distanza e la dignità

Ho scritto queste righe pensando al silenzio di chi lavora davvero: chi interviene quando tutto si ferma, e chi tiene in moto ciò che non si vede. Viviamo in un tempo che confonde la fatica con la visibilità, la presenza con il controllo, il valore con il denaro. Eppure, il senso del lavoro resta lo stesso: prendersi cura del mondo. A chi lo fa ogni giorno — su un’autostrada, in un ospedale, in una centrale operativa o dietro un monitor acceso in un piccolo paese italiano — va la mia gratitudine.

Milano, non bella ma un tipo.

Milano sembra bella. Ma è un inganno gentile, come certi volti che affascinano non per armonia ma per carattere. È una città piena di difetti: rumorosa, impaziente, spesso arrogante. E non è nemmeno particolarmente simpatica. Eppure ha una qualità rara: non ti permette di addormentarti. Le altre città italiane, con la loro calma e i loro monumenti immobili, finiscono per sembrare musei di sé stesse. Milano no: anche quando ti sfianca, anche quando ti fa rimpiangere un posto dove si respira davvero, ti costringe a restare vivo.

Architetture della paura tra case, corpi e profili digitali.

Ogni città parla con la propria paura. Lo fa in silenzio, nei dettagli che riempiono lo spazio urbano: sbarre alle finestre, cancelli chiusi, telecamere che scrutano, cartelli che ammoniscono. Questi segni, spesso invisibili per abitudine, non proteggono soltanto beni materiali. Difendono identità fragili, confini morali, la sensazione di appartenere a un ordine ancora comprensibile. Sono sintomi di un’epoca in cui la sicurezza è diventata linguaggio, e il linguaggio stesso una forma di sicurezza.

Come andare avanti: speranza o coraggio?

Quando scrivo, il concetto sul quale mi soffermo spesso è quello della crisi. Nulla di casuale, anzi molto di contingente, visto che nella crisi ci troviamo tutti. Non tutti ne hanno piena consapevolezza, molti la esorcizzano rimuovendola, alcuni ne hanno già accettato un esito apocalittico e per questo parlano di collasso di una civiltà in atto. Tutti gli altri fingono di non sapere e accettano le narrazioni che la negano parlando d’altro (gli umani sono sempre stati bravi nella fuga…)!

Figure del progetto #3 – Apprendere insieme: bisogni individuali e dinamiche collettive nella formazione contemporanea

In un’organizzazione, imparare non significa soltanto assorbire contenuti: è un’esperienza che coinvolge le persone, le loro motivazioni, il clima del gruppo. Ma cosa accade quando le dinamiche si incrinano, quando la motivazione cala e il percorso formativo sembra perdere efficacia? In questo articolo, con l’esperienza di Alessandra Grillo, entriamo nel cuore di queste dinamiche. Scopriremo come l’ascolto, la flessibilità progettuale e una leadership educativa attenta possano restituire senso al lavoro condiviso. Un viaggio nella formazione come spazio vivo, dove ogni equilibrio va costruito e ricostruito insieme, con cura e intelligenza.

Il business della solitudine

"Siamo oltre sette miliardi ma sempre più soli. Le tecnologie mobili e sociali e le applicazioni di social networking hanno moltiplicato i contatti tra le persone ma non sono ancora riuscite a sostituire la potenza di uno sguardo, la valenza di un gesto, il contatto faccia a faccia e le molte emozioni scatenate dai sensi e dagli affetti. Avvertiamo tutti le potenzialità delle nuove tecnologie ma anche il rischio di maggiore isolamento, del senso di solitudine e di nuove angosce. Argomenti affascinanti ma anche pieni di ambiguità che sollecitano riflessioni approfondite e producono opinioni antitetiche da analizzare." (Carlo Mazzucchelli, nel suo libro La solitudine del social netwroker). Il testo che segue fornisce spinti per una riflessione sulla solitudine e non solo del social networker