Filosofia, Pensiero Critico e Conoscenza
Verità/Approvazione
Gustav Klimt, 'Nuda Veritas', 1899. Stultifera Navis non pubblica immagini, e con questo articolo quella scelta acquista un peso diverso dagli altri: l'opera che vi porto non viene osservata, vi osserva. Costruitela dentro di voi prima di andare avanti. Una donna è in piedi, frontale, immobile.... Nel 1897 Gustav Klimt esce dalla Künstlerhaus, l'associazione ufficiale degli artisti viennesi, insieme ad altri diciotto artisti, e fonda la Secessione con un motto preciso: Al tempo la propria arte, all'arte la propria libertà.
Troppo bella per essere vera
Quando una risposta è chiara, fluida e convincente, tendiamo a fidarci. Con l’intelligenza artificiale, però, è proprio questa apparente perfezione a rendere l’errore più difficile da riconoscere.
Le Idee sono pietre rotolanti. L'AI rischia di ucciderle prima che possano iniziare la corsa
Le intuizioni abbozzate, le ipotesi ancora mal formulate rotolano fra le menti di altri uomini e provocano scintille cognitive che alimentano le fiamme della creatività altrui.
Il cannocchiale e il sigillo: quando la Scienza divenne autorità
Oltre il "lo dice la scienza": ritrovare il pensiero critico nell'era dell'autorità indiscussa
Si può ancora parlare?
I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno. Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni. Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio.
Nessuno è libero, a Omelas
A partire dal racconto di Ursula K. Le Guin, il pezzo indaga la struttura del sapere nei sistemi contemporanei: sappiamo da dove vengono i nostri dispositivi elettronici e i nostri indumenti a basso costo, sappiamo chi ne paga il prezzo con il proprio corpo. Eppure il sapere non modifica la scelta. Attraverso un confronto con il pensiero di Foucault sul potere e la produzione dei discorsi, il pezzo mostra come la consapevolezza possa essere incorporata dal sistema senza intaccarlo, e come la domanda sulla libertà si traduca, alla fine, in una domanda concreta: quanto siamo disposti a pagare ciò da cui dipende la nostra felicità.
In dialogo con il filosofo Alfonso Cariolato: La Filosofia e il suo Altrove.
Cosa resta della voce quando il corpo scompare? Chi è il soggetto nell'era dei profili digitali? Cosa accade al senso del tempo quando il presente diventa flusso continuo, senza interruzione né traccia? In questa conversazione con Keren Ponzo, il filosofo Alfonso Cariolato attraversa alcune delle domande più urgenti del nostro presente — la tecnologia, l'immagine, la finitudine, il tempo — senza cercare risposte rassicuranti, ma tenendo aperta la difficoltà che esse portano con sé. Attingendo a una costellazione di riferimenti che va da Spinoza a Deleuze, a Jean-Luc Nancy, mostra come la filosofia non sia uno strumento per risolvere i problemi dell'epoca, ma un modo per abitarli con maggiore profondità e onestà. Dalla simulazione vocale dei defunti alla catastrofe climatica come eccesso rispetto a ogni previsione: il pensiero si misura con ciò che non si lascia calcolare né appropriare. Perché è precisamente in quello scarto che si dà l'esperienza. E forse, ancora, la filosofia.
La felice imperfezione del pensiero rivela la mente in azione - The beautiful imperfection of thought reveals the mind at work
Un commento al per nulla "banale" articolo "Un ‘banale’ elogio dell’imperfezione" di Pietro Alotto
L’intelligenza come forma di stupidità?
Uno slalom promettente tra Kant, Carmelo Bene, i Casino Royale e l’IA L’Intelligenza Artificiale, cambiando l’approccio alla realtà, si propone come istanza di ridefinizione, non sappiamo ancora quanto radicale, del concetto stesso di intelligenza e di intelletto, costringendoci ad una riflessione, insieme inquietante, feconda e visionaria, su cosa sia l’intelligenza e cosa significhi comprendere.
La conoscenza come bene comune
Newton diceva di stare sulle spalle dei giganti. La sua era un'ammissione onesta: nessuna scoperta nasce dal nulla, ogni idea porta con sé il peso invisibile di chi l'ha resa possibile. La scienza, la filosofia, la letteratura funzionano così da sempre. Per accumulo, per trasmissione, per contaminazione tra tradizioni che non si sono mai chieste il permesso di parlarsi. Il sapere è per natura collettivo, relazionale, refrattario alla proprietà. Quello che Newton non poteva prevedere è che qualcuno avrebbe brevettato le spalle. Eppure è esattamente quello che è successo. Negli ultimi decenni si è costruita un'architettura legale, economica e istituzionale fondata sull'idea che la conoscenza si comporti come qualsiasi altra merce. Che si possa possedere, recintare, vendere. Che chi la controlla abbia il diritto di decidere chi può usarla e a quale prezzo. Questo saggio cerca di capire questa contraddizione e di nominare quello che, nonostante tutto, resiste ancora.
Coscienza, simulazione, realtà (POV #31)
Anil Seth vs David Chalmers: Se l’esperienza soggettiva è il criterio del reale, cosa distingue una mente biologica da una simulata? Che cosa resta della coscienza quando la tecnologia rende plausibile vivere dentro mondi simulati, interagire con sistemi che parlano e decidono, delegare parti crescenti dell’esperienza a infrastrutture computazionali?
Il Critico argomentativo. Un'identità intellettuale e un metodo
La critica argomentativa come pratica sistematica si esercita su testi diversi, classici e contemporanei, con metodo coerente e sguardo aperto.
La stirpe di ΧΑΟΣ
La tentazione è di addomesticare questa stirpe, di tradurla in allegoria morale o in catalogo di psicopatologie. Ma Esiodo non allegorizza, non nel senso in cui allegorizzeranno i commentatori posteriori, nomina. E ogni nome che pronuncia è un volto dell’ineliminabile, non il contrario dell’ordine, ma ciò senza cui nessun ordine sarebbe necessario, ciò che dà all’ordine la sua urgenza e il suo tremore. Scendere nella stirpe di Χάος (Cháos) significa accettare che il primo gesto del cosmo non fu un atto d’amore ma un aprirsi senza ragione, e che da quell’apertura sorse una notte che ancora genera, senza padre e senza fine.
Il pensiero critico già non stava benissimo prima. E la valutazione con lui.
Una risposta a Leonardo Lastilla. Leonardo Lastilla ha scritto su questa rivista un pezzo che mi ha fatto stare a disagio nel modo giusto. Lo consiglio a chiunque insegni, o abbia insegnato, o abbia avuto la fortuna di essere stato a scuola. Il disagio che produce è il segno che tocca qualcosa di reale. Concordo con quasi tutto. La desertificazione cognitiva esiste. Lo studente che nega il plagio mentre lo ammette, che sostiene che le idee erano sue anche se le parole non lo erano, è un dato etnografico preciso, non un'esagerazione polemica. Lo scenario che Lastilla immagina, quello in cui gli studenti confrontano il voto del professore con quello dell'AI e poi contestano il primo in nome dell'oggettività della seconda, appartiene a una traiettoria logica già in moto da tempo. Qui, però, la mia risposta comincia a divergere dalla sua.
AI SLOP e il decadimento intellettuale.
Il vuoto concettuale che vediamo nella maggior parte dei contenuti generati dall’AI non è un difetto dei modelli, ma il riflesso fedele della società che viviamo.
La morte del pensiero critico e della valutazione
Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico. In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule. Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.
Una domanda per niente capziosa: ma dove siamo finiti? All'inferno!
Dire che siamo all'inferno non è una metafora consolatoria. Non è il lamento di chi ha perso la speranza, né la provocazione di chi vuole scandalizzare. È una diagnosi. E come tutte le diagnosi serie, richiede precisione: quale inferno, per quale ragione, prodotto da chi.
Possiamo superare il capitalismo della finitudine? Ecco perché non riusciamo a fermarci
Arnaud Orain descrive un capitalismo che ha preso coscienza della finitudine delle risorse e, invece di rallentare, ha accelerato. Ma perché non riusciamo a fermarci? La risposta non è solo economica: è epistemologica. Partendo dallo sgabello a tre gambe di John Ralston Saul e dalla diagnosi heideggeriana del Gestell, si delinea la genealogia di una civiltà costruita sull'illusione di poter ignorare il limite. E se il dio invocato da Heidegger per salvarci non può essere un evento messianico, e tantomeno un deus ex machina, a farlo può essere la scelta individuale, moltiplicata fino a fare massa critica, di tornare ad abitare il limite invece di negarlo.
Perché l’AI non riuscirà ad appiattire l’uomo
Vi è un timore sempre più diffuso che l’intelligenza artificiale conduca a un progressivo appiattimento del linguaggio e, con esso, dei processi di pensiero, imponendo uno stile uniforme, corretto e prevedibile (si vedano ad esempio: Kreminski, 2024; Elgan, 2025; Paschalidis, 2025; Ahart, 2026; Inoshita et al., 2026; Sourati et al., 2026). Eppure, a ben vedere, questo timore si rivela infondato: la storia e la natura stessa dell’uomo mostrano che ogni tentativo di standardizzazione linguistica e di pensiero è destinato a fallire. Anche i progetti più ambiziosi di unificazione, dalla globalizzazione linguistica fino ai sistemi simbolici universali, finiscono infatti per frantumarsi sotto la spinta delle differenze, delle interpretazioni e delle singolarità umane. Ciò che appare come rischio si rovescia così nel suo contrario: è proprio l’uomo, con la sua irriducibile tendenza a deformare, reinventare e moltiplicare i segni, a impedire che qualsiasi forma di uniformità possa davvero imporsi.
Il grande gioco dei caleidoscopi linguistici
Per molti anni di A.I. hanno parlato solo gli specialisti poi, all'improvviso, l'A.I. ha toccato il linguaggio e da quel giorno è esploso il dibattito. Anche solo questo dovrebbe indurci a pensare che le domande più profonde legate a questi cambiamenti non riguardano l'A.I., ma noi stessi. La velocità con cui sono state accolte queste nuove tecnologie, considerate ormai indispensabili per abitare uno spazio comune da cui non ci si può sottrarre, credo abbia indebolito lo sguardo critico. Nel delicato, e ancora instabile equilibrio che caratterizza l’interazione con questi strumenti, non è difficile immaginare un certo turbamento. A volte consapevolmente avvertito, spesso celato nell’eccitazione che si prova sotto l’effetto di un doping cognitivo, sorretti da un instancabile ghostwriter. Una riflessione critica su cosa significa scrivere e pensare in questa nuova dimensione.