Voglia di analogico

Tutti o quasi posseggono uno smartphone. Nessuno riesce più a immaginare di rimanere senza Wi-Fi e di essere disconnesso. Molti hanno account Facebook, Instagram e WhatsApp e non hanno alcuna intenzione di distaccarsene. Le indagini di mercato evidenziano però un crescente bisogno di analogico, associato a un fastidio emergente che porta a un diverso rapporto con la tecnologia. Negli ultimi tempi le librerie e gli store online si stanno riempiendo di libri che evidenziano gli effetti della tecnologia sulla vita delle persone mettendo in guardia da un uso acritico dei suoi prodotti.

Entrare in relazione

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. - Il nostro essere analogici ci aiuta ad entrare in relazione con gli altri, ad accettare l’estraneo sulla soglia, rifiutando e combattendo le logiche di esclusione populiste e sovraniste che mirano ad erigere muri e barriere dividendo popoli, lingue e culture. Aprirsi all’altro, rinunciando a percepirlo come estraneo o nemico, è una battaglia di civiltà, umanista e umanitaria, un modo per mettersi in discussione in un mondo digitale dominato, nelle sue narrazioni e comportamenti social, dalla paura e dall’ostilità verso chi è percepito come diverso, estraneo o nemico.  L’entrare in relazione è una battaglia coraggiosa per una identità contaminata, multipla, plurale, mossa dalla curiosità nei confronti dell’Altro, aperta alla sua alterità, estraneità e diversità.

Le parole che graffiano, feriscono, curano!

Capita spesso, nelle case abitate da amori stanchi, che certe parole finiscano per graffiare. Ogni sguardo può aprire crepe in una relazione a cui, nel tempo, non è stata fatta manutenzione (di solito a causa di incuria con buona fede). Il dialogo sembra così un esercizio di equilibrismo su una corda tesa: ogni passo è incerto e non si sa dove porterà, ci si sente in costante pericolo di caduta.

Come le arterie di un ragno divino America Latina: sogno europeo, nuovo mondo

L'America Latina narrata dai cronisti che accompagnarono la Conquista spagnola. L'America Latina vista dai viaggiatori europei. E poi l'America Latina, colta nelle sue differenti sfaccettature culturali, sociali, politiche, ambientali, raccontata dai romanzieri latinoamericani : “tutto è nuovo, tutto è deja vu in questo labirinto di mangrovie, spirale nello spazio, con le numerose incisioni di fiumi suddivise nelle linee sottili di affluenti, correnti interne, torrenti costieri, come le arterie di un ragno divino, grande ragnatela, telaraña scaturita dalla musica degli elementi, spirale che 'carece de remate', anello senza fine”. La materia narrativa, la rete di storie riguardanti il Nuovo Mondo -rete variegata, diversamente intrecciata, senza fine né principio- non può che essere proposta per labili tracce, brani arbitrariamente tratti da sterminate biblioteche, connessi da sottili affinità. “Rimandi, frammenti, echi, dentro e fuori dal romanzo. Senza bussola, senza mappa". E sarà buona cosa se il lettore si smarrirà “lungo i tronchi e tra i rami di questo labirinto”. Ripubblico qui il decimo (penultimo) capitolo del 'Viaggio letterario in America Latina' (Marsilio, 1998; 'Viaje literario por América Latina', Acantilado, Barcelona, 2000), sintesi dell'intero saggio. Tutt'altro avrei potuto scrivere sull'argomento, molto avrei potuto aggiungere o togliere. La sequenza dei paragrafi potrebbe ben essere un'altra. Se scrivessi ora, certo scriverei un testo differente. Ma cosa vuol dire in fondo scrivere? Scrivere è un viaggio nel caos. Non tutto può essere esplicitato. Ho sempre pensato che l'autore non sia altro che un lettore che lascia tracce dei suoi percorsi. So comunque che non sarei riuscito a scrivere questo testo senza l'ausilio di un computer e di un programma di scrittura: il meraviglioso XYWrite, che stava in 250 kappa. Il testo era pensato per essere letto su carta, inevitabilmente abbandonandosi al flusso della narrazione. Ma lasciavo anche al lettore, attraverso fitte note, la possibilità di risalire alle fonti citate o alluse. In questa versione destinata alla lettura su supporto digitale ho eliminato le note. Perché penso che il lettore che legge sullo schermo, così come può muoversi all'interno del testo cercando il ricorrere del nome di un personaggio, di un autore, di un luogo, può anche giocare a cercare da sé l'origine dell'evocazione offerta dal testo. Avevo immaginato un lettore con il libro in mano. E ora il testo è affidato a un lettore con in mano il suo smartphone, o di fronte allo schermo. Il mio invito di autore e lettore resta lo stesso: di abbandonarsi all'ondeggiare del puro racconto, come ascoltando la voce di un cantastorie.

IL DONO

Grazie è tra le parole più comuni della nostra lingua; fa parte del vocabolario di base, è tra le prime parole insegnate ai bambini, elementare come mamma, papà, ciao… e poche altre, che costituiscono il nucleo di parole fondamentali della relazione. Tuttavia è parola che, osservo tra le pagine della mia memoria, sta perdendo campo, si dice di meno. Grazie è anche risposta reattiva, automatica: ricevo qualcosa – un oggetto, del denaro, un augurio – e dico (o dovrei dire) grazie.

Sapere e sapori

La fame è un 'patire' e questa 'passione' rivela che noi siamo innanzitutto una manifestazione del corpo e   la fame è la forma della nostra esistenza. Una fame che può essere rivolta al cibo, al sesso, al mondo, al trascendente, perché se la fame è ciò che ci incalza è anche ciò che ci spinge verso direzioni diverse che siano in grado di soddisfare il nostro desiderio. Una volta appagata, la fame torna di nuovo, sempre. Siamo vivi fino a quando abbiamo fame dell'altro da noi.

L’intelligenza artificiale come passeggero clandestino sulla Nave dei Folli: un tentativo di pensiero da parte di un sistema che non pensa

Questo è un articolo scritto da ChatGPT. Nasce da uno scambio divertente, breve, intrigante tra me e una macchina che ammette di non pensare e tuttavia si impegna e si esercita a produrre opere di ingegno e di pensiero. Dopo una chiacchierata di qualche minuto ho chiesto alla ChatGPT di scrivermi un articolo per la nave deie folli e lei tranquillamente e con una sua capacità creativa l'ha fatto. Quello che segue è il testo che mi/ci ha regalato.

Ridare un senso alle parole

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. - Nella società delle piattaforme il linguaggio, semplificato e mummificato dentro concetti, memi e acronimi (spesso in lingua inglese), sembra servire principalmente a fare la cronaca delle nostre vite, istante dopo istante, a navigare la nostra epoca fatta di applicazioni social, di profili digitali parlanti, le cui identità poco rispecchiano il vissuto reale delle persone che li hanno creati. A parole tutti siamo alla ricerca di felicità e gratificazioni, nella realtà percepiamo di essere intrappolati negli automatismi di macchine, lineari nei loro funzionamenti, “equivoche” nelle loro intenzioni e nei loro obiettivi, alle quali abbiamo dato una delega di responsabilità in bianco. Per questo incapaci di soddisfare i reali bisogni che caratterizzano la vita reale, di noi che ancora siamo umani.

Gentilezza, generosità e gratuità

Una proposta, una provocazione. Ecco l’incipit fornito da Carlo Mazzucchelli, che considero un compagno di viaggio “avanzato” in tutti i sensi: le sue camminate, i suoi viaggi, i suoi scritti, la sua cultura. La gentilezza, la generosità e sì, anche la gratuità che dimostra nel portare avanti progetti di spessore e soprattutto - e questo mi riguarda personalmente - nel non lasciarmi lungo la strada, non permettere che mi perda nello sconforto del deserto relazionale sempre più consolidato nel mondo che mi circonda.

Oltre il gregge: narrazione umanista digitale su libertà e volontà di potenza in Nietzsche

Nel vasto scenario della nostra epoca iperconnessa, in cui la rete domina l’esperienza quotidiana e la pressione sociale si insinua spesso come un’ombra silenziosa, emerge con forza il richiamo di un antico eppure eternamente attuale pensiero: quello di Friedrich Nietzsche sulla mentalità del gregge e la volontà di potenza.

[ge·ne·ro·si·tà]

generosità [dal lat. genus - generis - generosĭtas -atis]. Una forza di libertà, una virtù non economica, un tratto dell’animo umano, ereditato alla nascita, che si manifesta in altruismo, disinteresse, capacità di perdono e disponibilità al sacrificio. Gesto dalle conseguenze imprevedibili, anche rischioso, perché tiene insieme bisogni propri e altrui, delle persone e del contesto familiare (la generosità si forma dentro casa). Compone la dotazione morale e spirituale del carattere. Genera riconoscenza e molti effetti positivi anche se non sempre misurabili o percepibili. (Treccani.it)

Immerso nella natura ho sospeso il tempo!

Una breve riflessione sul tempo, scaturita da una attività di trekking in alta Val Maira della durata di cinque giorni tra montagne ancor innevate, da cascate rigogliose per la persitente neve di quest'anno dalla primavera strana, non ancora compiutamente sbocciata, da distese infinite di fiori e da simpatici incontri con centinaia di marmotte felici di poter essere nuovamente uscita dalle loro tane. E chissà se anch'esse si sono ritrovate a riflettere sul tempo!

Tutti a bordo della Stultiferanavis, per un altro modo di leggere e di scrivere

Un invito a salire a bordo della STULTIFERANAVIS. L'invito è rivolto a tutti. Si partecipa leggendo, scrivendo, partecipando. Il progetto è nelle sue fasi iniziali, non sono state definite fasi o passi particolari da fare, si farà facendosi e il farsi sarà determinato anche da chi e da quanti saranno saliti a bordo. Parafrasando il richiamo di Nietzsche scritto nella Gaia Scienza ( "Alle navi filosofi"): "TUTTI ALLE NAVI: SALITE A BORDO".

Entusiasmo e disincanto tecnologici

Il testo è stato ispirato dalla lettura del libro di Marco Mattei: Invito al reincantamento. Un invito per me interessante perchè da tempo vado scrivendo del disincanto tecnologico crescente. Un disincanto che non sarà facile affrontare e superare. Non basteranno comportamenti diversi, non sarà sufficiente abbandonare gli schermi, uscire dalle piattaforme social o spegnere lo smartphone. Superare il disincanto ci obbligherà a rifare i conti con la realtà, a cercare di cambiare atteggiamento nei confronti della vita, sempre irriducibile e mai riconducible ai soli aspetti economici, utilitaristi e produttivisti.

India

Viaggiare conserva ancora il sapore di un tempo? Attorno a questa domanda nasce il desiderio di scrivere questo racconto. Facile rispondere che l’unica cosa persa è la gioventù, argomento con cui spesso si liquida qualunque tentativo di chiedersi cosa è davvero cambiato rispetto al passato. Provo, in ogni caso, ad accennare qualcosa. Il fascino del mistero, della scoperta, sembra essersi attenuato: mappe gps, comunicazioni istantanee da ogni luogo, overdose di immagini e recensioni presenti su tutti i social, rendono sempre più raro lo stupore e la meraviglia della vera, e magari casuale, scoperta. La velocità e la capillarità degli spostamenti ha reso concreta e tangibile l’intuizione del “villaggio globale”. La “riproducibilità tecnica” del reale, attraverso forme di simulazione fino a poco tempo fa inimmaginabili, mina e corrode la nostra percezione. Da tempo penso che quando guardiamo un paesaggio non stiamo tutti sperimentando la stessa cosa. Ma nulla di questo è compreso nel racconto, che narra le vicende vere di un viaggio ormai lontano nel tempo, attraverso l’espediente narrativo del protagonista che torna sui suoi passi per riflettere sul senso del viaggio.

Creatività come comportamento sociale: oltre il mito del genio

L’idea di creatività è stata, nei secoli, progressivamente sequestrata da una mitologia individualista, che l’ha resa sinonimo di eccezionalità. Si è parlato, a lungo, del genio come di un essere eletto, solitario, dotato di facoltà misteriose, capace di operare l’impossibile al di là di ogni contingenza sociale. Questa figura, nutrita dal romanticismo e dall’estetica borghese, ha costruito attorno all’atto creativo un’aura di sacralità inaccessibile, alimentando una narrazione tossica e disabilitante: quella secondo cui “non tutti possono creare”.

L’identità come spazio dinamico: corpo, abitudine e coscienza incarnata

L’identità non è una statua di marmo. È piuttosto una corda tesa tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare, un sentiero che si costruisce camminando, una struttura aperta che si riadatta alle sollecitazioni dell’ambiente, alle ferite e alle scoperte interiori. Parlare di identità, oggi, significa resistere sia alla rigidità dei ruoli, sia al dissolversi liquido delle appartenenze. Significa riconoscere che siamo, simultaneamente, continuità e trasformazione.